La tribù dei capi carismatici
Con le recenti inchieste che hanno coinvolto esponenti politici di rilievo del centro-sinistra è tornata prepotentemente di attualità nel nostro paese la cosiddetta "questione morale".
GUSTAVO ZAGREBELSKY - Prima di entrare nel vivo della discussione, desidero
fare una premessa. In generale, nell’affrontare questi problemi, dobbiamo
tenere conto della circostanza che la politica - da sempre, ab immemorabili - è
un impasto potremmo dire di idealismi e di bassure, di idealismi e corruzione.
Lo è forse intrinsecamente; quindi pensare che si possa avere una politica
totalmente libera da corruzione rappresenta un caso di moralismo essenzialmente
antipolitico. Da questa constatazione, però, non deriva che la corruzione debba
essere accettata passivamente, anche perché, oltre un certo limite, essa è
destinata a minare dall’interno il regime entro il quale si diffonde. Nel
nostro caso, il regime democratico. Questa premessa mi pare necessaria. La
corruzione politica non è uno scandalo "di sistema". Diventa invece
uno scandalo "del sistema" se si diffonde fino al punto da diventare
una sua regola costitutiva e da essere accettata come tale, senza che si
manifestino reazioni o, peggio, che si manifestino reazioni non nei confronti
della corruzione e di coloro che ne sono autori, ma nei confronti di coloro che
la mettono a nudo, la denunciano, cercano di colpirla. Qui c’è una prima
domanda alla quale dobbiamo tutti una risposta, quale che sia la nostra
posizione nella società e nelle istituzioni: nel nostro paese, la corruzione la
si combatte o la si copre?
Secondo punto. Si ritorna a parlare di "questione morale", ma siamo
tutti d’accordo nell’intendere che cosa sia la "morale" nella
questione morale? Non ne sono sicuro. Inutile dire che vi sono concezioni della
morale quante sono le visioni del mondo e, per restare al nostro tema, quante
sono le visioni della politica. La corruzione è una questione di contraddizione
tra concezione della politica e azione politica. Se cambia la concezione della
politica, azioni che in una concezione sono perfettamente "morali"
possono non esserlo più, e viceversa. C’è una morale politica comune, ora, qui,
nel nostro paese? Guardiamo i fatti: i medesimi comportamenti, presso gli uni,
provocano riprovazione; presso gli altri, nessuna riprovazione, anzi talora
consenso. Ad esempio: la confusione del privato nel pubblico e del pubblico nel
privato per alcuni è una gravissima prova di disprezzo delle istituzioni; per
altri, è una benefica forma di modernizzazione, sburocratizzazione, perfino
avvicinamento delle istituzioni e della politica alla gente. Chi è
"morale" e chi "immorale"? Dipende dai punti di vista. Se i
punti di vista sono lontani, il discorso sulla necessità di una vita pubblica
ripulita dalla corruzione - una questione che dovrebbe unire, nel nome di un
interesse comune, superiore a quello delle parti - diventa semplicemente
un’occasione, un pretesto per scambiarsi accuse. In conclusione: ciò che
dovrebbe essere ripristinata è la visione comune, l’idea del vivere insieme.
Come si può fare appello alla morale in un paese in cui l’evasione fiscale, uno
dei comportamenti eticamente più condannabili secondo un’etica repubblicana,
sia accettata addirittura come esercizio di un diritto o manifestazione di
furbizia?
BARBARA SPINELLI - Partirei da quanto ha detto il professor Zagrebelsky a
proposito della politica, che è sempre un impasto di idealismo e bassezze o di
idealismo e forme di corruzione. È vero che il potere è qualche cosa che
naturalmente corrompe. Come diceva lord Acton, "il potere corrompe, e il
potere assoluto corrompe assolutamente". È un dato di fatto. Nella storia
del liberalismo - prima ancora che cominciasse l’esperienza della democrazia -
si è guardata in faccia questa realtà e da qui hanno avuto origine tutte le
teorie del potere che va limitato o controbilanciato. Montesquieu dice
l’essenziale quando afferma: "Perché non ci sia abuso di potere occorre
che il potere fermi il potere": che cioè ci siano istituzioni, organismi
che facciano da contrappeso. Da qui è nata poi la separazione dei poteri, e da
qui è nato anche il quarto potere, quello della stampa, che è un altro potere
chiamato ad arginare il potere.
Più avanti avremo modo di parlare di che cosa sia la morale in politica: sono
convinta anch’io che essa sia la questione centrale nell’Italia contemporanea.
Eugenio Scalfari ha spiegato d’altronde come lo sia quasi da principio, nella
sua storia. La cornice fondamentale che impone un comportamento corretto in
politica è però costituita sempre dalla possibilità che il potere fermi il
potere. Solo la separazione dei poteri può garantire che la corruzione venga
fermata, proprio perché il potere tende intrinsecamente a farsi assoluto e
dunque a corrompere assolutamente, andando verso la crescente occupazione dello
spazio pubblico da parte di singoli soggetti come i partiti, gli interessi
particolari, e chiunque non abbia come obiettivo il bene comune o lo Stato, ma
la promozione del proprio vantaggio e del proprio bene parziale. Chiunque parli
di questione morale - o di giustizia che funzioni - in questo momento storico,
nell’Italia di oggi, deve ormai preoccuparsi quasi sempre di spiegare che non è
un moralista, che non è un giustizialista; così come deve sistematicamente
spiegare, se difende la laicità, che non è un laicista. In questo momento, chi
domanda comportamenti eticamente corretti in politica si trova in una posizione
difensiva.
LUIGI ZINGALES - Tutto quello che è stato detto finora mi sembra giustissimo.
Però prima ancora di una questione morale, io parlerei di una questione legale
in Italia, che non interessa solo la politica ma anche il mondo degli affari.
In Italia il delitto paga, e paga molto. Tanzi è stato condannato, però non si
sa se andrà mai in galera, anzi è probabile che non farà nemmeno un anno di
galera nella sua vita. Fiorani è in Sardegna che si diverte, fa la bella vita.
In Italia praticamente nessuno va in galera qualsiasi cosa faccia. O meglio, in
galera ci vanno solo i poveracci, perché non hanno un buon avvocato e non sanno
tirare a lungo le cose.
ZAGREBELSKY - Naturalmente questione morale e questione legale sono
strettamente legate. La legge è pur sempre un riflesso di un modo di concepire
la vita sociale, secondo un punto di vista che è denso di contenuto etico, che
rinvia a un’idea di vita buona, anche se è la legge più permissiva, più
liberale del mondo. La libertà comporta un’etica della libertà. Ma in Italia la
corruzione politico-amministrativa - e con questa alludo alla corruzione dei
meccanismi della pubblica amministrazione come l’alterazione delle gare
pubbliche, la compravendita di provvedimenti della pubblica autorità, insomma a
tutti quei reati che hanno come vittime non singole persone concrete, ma la
società nel suo complesso - viene considerata molto poco grave. Quando il
soggetto passivo è "il pubblico", la coscienza etica si affievolisce.
Sembra che ci sia un’idea pervasiva, che ha corrotto le nostre coscienze,
secondo la quale ciò che è di tutti - ciò che è pubblico - per questo è di
nessuno, non merita di essere difeso, può essere oggetto di spoliazione
privata. E così da noi chi viene preso con le "mani nel sacco" sa di
aver fatto, in fondo, ciò che molti altri, se ne avessero la possibilità,
farebbero. Molte denunce, molte iniziative giudiziarie sono in realtà poco più
che un omaggio ipocrita alla virtù. Ma basta lasciar passare un poco di tempo e
tutto ritornerà come prima, anzi, in certi casi, peggio di prima. Quanti casi
sapremmo indicare di persone incappate in "incidenti" giudiziari che
ne sono usciti, in un modo o in un altro, rafforzati negli ambienti in cui
operavano e continuano poi a operare?
Nel nostro paese i crimini dei "colletti bianchi" - come si diceva
una volta - sono sostanzialmente impunibili, perché tra condoni, indulti, norme
che accorciano i termini di prescrizione eccetera, è praticamente impossibile
arrivare a sentenze di condanna e poi all’esecuzione delle sentenze. E questa,
secondo me, non è causa di corruzione, ma conseguenza di un certo modo di
vedere le cose, quando di mezzo c’è "solo" l’interesse pubblico.
Ritorno al mio chiodo fisso: quando parliamo di morale, forse fra noi tre c’è un
certo accordo sul modo di concepirla, ma nel nostro paese?
Barbara Spinelli faceva riferimento alla grande idea di Montesquieu del potere
che arresta il potere, radicata nella convinzione che il potere è, in sé,
corruttivo. Il potere corrotto, per Montesquieu, è quello troppo forte,
smodato. I regimi sani, per lui, sono i regimi moderati. Ma questa è una, una
soltanto, concezione della buona politica, una concezione liberale. Oggi hanno
preso piede idee e pratiche politiche che Max Weber avrebbe definito
carismatiche. Il capo carismatico, quello al quale i suoi adepti affidano
fideisticamente le proprie sorti e dal quale si attendono tutto il bene
possibile, non sa che farsi dei limiti, dei contropoteri eccetera. Li considera
degli impacci, delle forme di corruzione del potere ch’egli vuole forte perché
grande è l’attesa che gli adepti ripongono nel loro salvatore. Ecco, ancora una
volta, la relatività dei punti di vista. Perfino l’imbroglio, la corruzione, il
furto, il delitto, si giustificano quando la causa è grande e i leader
carismatici non si accontentano di una piccola politica: vogliono il potere di
fare tutto perché i fini che sbandierano sono grandi, storici, epocali, perché
i nemici contro cui combattere sono potenti, pericolosi, subdoli. Perfino il
"bossismo", la caricatura del regime carismatico (bossismo non nel
senso di Bossi, ma del potere del "boss"), ha bisogno di ideali per
giustificarsi e per giustificare l’uso spregiudicato di ogni mezzo possibile.
Nel nostro paese le reazioni all’illegalità sono così diverse proprio perché
diverse sono le concezioni delle relazioni politiche e sociali alle quali -
consciamente o inconsciamente - ci si ispira. Se si vuole, con una
semplificazione, per l’una "il fine non giustifica i mezzi", mentre
per l’altra, altrettanto classica, "il fine giustifica i mezzi".
la Repubblica, 30 gennaio 2009

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