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La Traviata di Seoul

È un fenomeno, quello della passione per l' opera lirica italiana, che è destinato a crescere in tutta l' area asiatica; un veicolo di promozione eccezionale per il nostro Paese, per la nostra cultura, per la nostra lingua.

 

 

Immaginate un grande teatro con oltre 2000 posti a sedere, con un pubblico di giovani tra i 20 e i 30 anni, che va in delirio per la Traviata e applaude con passione le romanze dell' opera verdiana. Siamo a Seoul, Corea del Sud, dove per tre settimane si registra il tutto esaurito per i saggi operistici universitari.

Si è iniziato con Rossini (Il barbiere di Siviglia), si prosegue con la Traviata di Verdi e si terminerà con «Così fan tutte» di Mozart. Fa un certo effetto questo tifo da concerto rock con le scene e i costumi ottocenteschi dell' opera; eppure funziona tutto alla perfezione. Orchestra, coro, corpo di ballo, i protagonisti, tutti giovani universitari, presi nella parte, composti e precisi nei tempi di esecuzione e con il phisique du role di chi intende calcare il palcoscenico per molto tempo. Del resto, mi spiega il direttore artistico Park Se-Wan, tenore di fama mondiale, sono oltre 500 i giovani che studiano l' Opera all' Università di Seoul. Mi chiede com' era la dizione italiana degli interpreti, poiché gli allievi studiano la nostra lingua anche attraverso i libretti. Lee KiChul, docente di italiano, ha già prodotto otto manuali, in cui i libretti delle opere diventano metodo per imparare l' italiano. In tutto il Paese si formano gruppi lirici con giovani soprani, tenori, baritoni. A Nam Yaug Ju, città satellite di Seoul con 300 mila abitanti, il Municipio impiega 500 coristi per il teatro locale, ma anche per manifestazioni di piazza e nelle scuole.

 

È un fenomeno, quello della passione per l' opera lirica italiana, che è destinato a crescere in tutta l' area asiatica; un veicolo di promozione eccezionale per il nostro Paese, per la nostra cultura, per la nostra lingua. Tagliare i fondi per la cultura, per i nostri istituti all' estero, per l' opera lirica è una forma di suicidio culturale, un atto d' irresponsabilità per il paese. Si fa un gran parlare da parte dei nostri imprenditori sul fare sistema per consolidare i mercati, senza però capire l' importanza di promuovere e coltivare la memoria, la cultura e la lingua italiana. Non voglio pensare a quale impiego di energie avrebbero messo in atto i nostri cugini francesi per promuovere lo champagne se avessero avuto il più bel canto di brindisi del mondo nella loro lingua. Malgrado la scena si svolga in casa di Violetta Valery in Parigi, il brindsi della Traviata è in italiano, scritto da Francesco Maria Piave da Murano. Impettiti con voce impostata e fieri del ruolo i nostri coreani cantano: «Ah! Libiamo, amore, amor fra i calici più caldi baci avrà».

 

Questi giovani sognano di conoscere l' Italia e dicono di conciliare la loro passione per la musica rock con la lirica, perché la musica italiana trasmette passioni e sentimenti. Nessun problema: la cultura musicale non marca steccati insormontabili, anzi matura e si arricchisce nel confronto tra generi diversi. Incantati duemila ragazzi ascoltano il venticinquenne tenore Kim Hee Jac, alto come un coreano e con il frac un pò sproporzionato, ma dal timbro della voce perfetto. «Un dì, felice, eterea, mi balenaste innante e da quel dì tremante vissi d' ignoto amor» leggono rapiti le traduzioni in ideogrammi che sovrastano il palcoscenico e quando termina con «croce, croce e delizia, croce e delizia, delizia il core» viene giù il teatro. Alfredo e Violetta da consumati interpreti rimangono impietriti, non si scompongono e si godono i meritati applausi.

 

Unico italiano in quel catino di emozioni ripercorro le mie modeste esperienze di melomane, penso alla bassa parmense e ai luoghi verdiani; chissà perché mi vengono in mente i leghisti con la mano sul petto intonare l' inno del Nabucco, non so quanto consci di esaltare l' italico estro. Penso come poteva essere amato Pavarotti e prima ancora Caruso e com' è amato oggi Bocelli. Confesso provo un pizzico di orgoglio per la mia patria «sì bella e perduta» e, anche se la peripatetica morte di Violetta ha un che di «magonoso» e melenso ("Gran Dio! Morir sì giovine...") l' apoteosi finale del pubblico mi ricarica a dovere. Il 2011 si avvicina e tra indifferenza, polemiche e indecisioni la nostra comunità nazionale celebrerà i 150 anni di Unità. In Corea nel 2011 invece si celebreranno i 200 anni dalla nascita di Giuseppe Verdi, le sue opere e la sua musica saranno al centro di molte rappresentazioni. Non grideranno «Viva Verdi!» come i patrioti di quel Risorgimento, vero prologo dell' Unità Nazionale, ma sapranno interpretare in corretto italiano il grido di rabbia del Rigoletto: «Cortigiani vil razza dannata... A voi nulla per l' oro sconviene». Forse dovremmo ripassarlo anche noi.

 

Repubblica — 22 settembre 2010

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