La sinistra, la morale e la diversità perduta
Per fermare l’antipolitica occorre un riformismo di alto livello che cominci appunto con il ritiro dei partiti da tutte le istituzioni a cominciare dalla Rai.
Il 28 luglio del 1981 Repubblica pubblicò una lunga
intervista con Enrico Berlinguer. Il tema era la questione morale. Non era la
prima volta che il nostro giornale affrontava quell'argomento; gli antecedenti
rimontavano a prima della fondazione di Repubblica; la questione morale era stata
uno degli elementi fondanti dell'Espresso fin dai suoi primi numeri, con
l'inchiesta di Manlio Cancogni sul "sacco di Roma" dei palazzinari in
combutta con le grandi società immobiliari e con il Comune. Erano seguite le
inchieste sulle frodi alimentari di Gianni Corbi e Livio Zanetti e molte altre
fino alla lunga polemica sull'Eni, su Eugenio Cefis e sulla "razza
padrona" dei boiardi di Stato.
Per il Partito comunista invece era la prima volta. La questione morale contro
i "forchettoni" della Democrazia cristiana faceva parte dello scontro
politico-elettorale e veniva ritorta contro il Pci con le impiccagioni di Praga
e i rubli che il Partito comunista sovietico inviava regolarmente a quello
italiano. Ma non investiva il rapporto tra i partiti e lo Stato.
A quell'epoca del resto non esisteva ancora il finanziamento pubblico dei
partiti. Il Pci, oltre che sul tesseramento e sulle "Feste
dell'Unità", era appoggiato finanziariamente al Pcus, la Dc e i partiti di governo dalla
Confindustria, dai grandi enti pubblici (Eni, Iri, Enel) ed anche da alcune
"agenzie" americane. Questa era la situazione quando Berlinguer
affrontò il tema da un punto di vista del tutto nuovo. L'incontro avvenne due
giorni prima della pubblicazione. A quel colloquio, che durò tre ore e mezza,
era presente Tonino Tatò, portavoce e principale collaboratore del segretario.
* * *
Il punto centrale dell'intervista fu questa frase di Berlinguer: "La
questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei
corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione,
bisogna scovarli, denunciarli e metterli in galera. La questione morale
nell'Italia di oggi fa tutt'uno con l'occupazione dello Stato da parte dei
partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande
e con i metodi di governo di costoro".
E più oltre: "I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le istituzioni a
partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le
banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le
università, la Rai,
alcuni grandi giornali. Oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano
italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito. Tutto
è lottizzato e spartito. Tutte le operazioni che le diverse istituzioni sono
chiamate a compiere sono viste prevalentemente in funzione dell'interesse di
partito e di corrente e del clan cui si deve la carica. Un credito bancario
viene concesso se procura vantaggi di clientela, un'autorizzazione viene data,
un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di
laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito
che procura quei vantaggi. La situazione è drammatica".
La citazione è lunga ma necessaria. Essa formula la diagnosi del leader
comunista sullo stato del Paese e indica la terapia: i partiti debbono
ritirarsi dalle istituzioni e tornare alla loro funzione costituzionalmente
indicata di centri di aggregazione del consenso popolare. Questo e non altro
era il compito che Berlinguer auspicava ai partiti, a cominciare dal proprio.
In quegli stessi mesi, in coincidenza con quell'intervista, Bruno Visentini
lanciò dalle colonne di Repubblica il progetto di sottrarre la formazione dei
governi alle segreterie dei partiti, affidando la nomina del presidente del
Consiglio e dei ministri al Capo dello Stato come prevede la Costituzione ma come
non era mai sostanzialmente avvenuto. Ma la proposta cadde nel vuoto e non fu
mai raccolta salvo che dal governo Ciampi del 1992, undici anni dopo
quest'intervista.
A rivisitarla oggi si arriva alla conclusione che la terapia abbia funzionato
ben poco ed anzi che il malanno diagnosticato da Berlinguer e poi colpito
dall'azione della magistratura negli anni dal '92 al '94, si sia ulteriormente
aggravato. Se tanti anni fa la corruzione andava a vantaggio dei partiti e
delle correnti, oggi va a vantaggio di semplici individui. C'è stata cioè una
personalizzazione della corruzione che emana dal vertice del potere esecutivo
con l'acquiescenza di quello legislativo e le leggi "ad personam". Il
resto viene da sé a cascata, con la creazione di un'immensa clientela che
partecipa alla spartizione del bottino attraverso il sopruso sul più debole. A
qualunque livello della piramide sociale c'è sempre un più forte e un più
debole. Il sopruso subito viene trasferito al livello sottostante.
La reazione che ne risulta sbocca nell'antipolitica ed è una reazione malata,
anarcoide e aperte a tutte le tentazioni. Il più delle volte l'antipolitica
produce forme di tirannia, non importa di quale colore si ammanti. Di destra o
di sinistra, il colore d'una tirannia è posticcio. La sostanza è la
provocazione, il sopruso, l'abolizione dei diritti e - se necessario - delle
libertà private. La libertà pubblica è già stata soppressa. Questo è
l'itinerario inevitabile dell'antipolitica. È molto rara nella storia
un'eccezione a questo percorso.
* * *
L'intervista con Berlinguer sulla questione morale provocò alcune domande che
sussistono tuttora. Fino a che punto il Pci era esente dal male che il suo
leader denunciava? In che modo doveva avvenire il ritiro dei partiti dalle
istituzioni? Le attuali forze di centrosinistra sono esenti dal malaffare che
ha continuato a contaminare il centrodestra? La prima domanda noi la ponemmo a
Berlinguer. Lui rispose che il suo partito non aveva partecipato al malaffare.
Gli fu obiettato che, a causa della guerra fredda, il Pci non poteva accedere
al governo nazionale, mancava quindi l'occasione e la tentazione del malaffare.
Lui ammise che l'occasione di diventare ladri non c'era stata ed aveva quindi
rappresentato in qualche modo una salvaguardia morale e auspicò con maggior
forza la necessità di avviare il processo di disoccupazione delle istituzioni
prima che la "diversità" comunista venisse a cadere.
Quella diversità è caduta da tempo, le occasioni e le tentazioni ci sono ormai
sia a destra che a sinistra. Lo stesso Bersani l'ha riconosciuto. Ha chiesto al
senatore Tedesco di dimettersi dal partito e dal Senato; è stato accontentato
solo sul primo punto ma non sul secondo. Ha chiesto a Filippo Penati di
dimettersi dalle cariche che occupa nella Regione lombarda. È stato
accontentato, ma forse avrebbe dovuto chiedergli anche di sospendersi dal
partito. Non lo ha fatto ma a nostro avviso dovrebbe farlo: la separazione tra
chi è imputato di corruzione e il partito cui eventualmente appartiene non ha
niente a che fare col garantismo. La presunzione di innocenza vale sul piano
giudiziario ma non su quello politico.
Infine: quale itinerario può evitare il pericoloso scivolamento
nell'antipolitica e bonificare democraticamente la contaminazione del
malaffare? La risposta è semplice da dirsi e difficile ma non impossibile da
attuarsi: il riformismo. Un riformismo di alto livello che cominci appunto con
il ritiro dei partiti da tutte le istituzioni a cominciare dalla Rai.
Walter Veltroni propose già un anno fa quel ritiro, affidando la gestione
dell'azienda ad un consiglio nominato dal Capo dello Stato, che scegliesse un consigliere
delegato. La proposta andava nel senso giusto ma il Partito democratico non si
pronunciò su di essa. È auspicabile che lo faccia ed estenda il ritiro a tutte
le istituzioni. Questo è l'inizio del riformismo, il quadro entro il quale le
forze politiche possono e debbono operare per modernizzare il paese, affrontare
la crisi economica, preservare l'equanimità. La legge elettorale completa il
quadro perché, se ben fatta, restituisce al Parlamento la sua funzione di
rappresentanza della sovranità popolare riscattandolo dalla soggezione in cui
l'ha relegato la legge attuale.
Le forze del centrosinistra e il Pd che oggi ne rappresenta il perno possono e
debbono aver l'ambizione di riformare il Paese intercettando il vento nuovo che
si è manifestato da qualche mese. La collaborazione delle forze di centro è
essenziale all'attuazione di questo percorso.
La destra risorgerà in una versione europea e repubblicana solo quando il
berlusconismo sarà stato archiviato. Fino ad allora è inutile aspettarsi un rinnovamento
che non ha spazio politico per esprimersi. Ci vorrebbe un Dino Grandi sia nel
Pdl sia nella Lega, ma non c'è. Sinistra e centro imbocchino la strada del
riformismo. Il resto verrà quando il popolo sovrano deciderà il suo destino.
http://www.repubblica.it (28 luglio 2011)

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