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La signorina Carla

Storie di vita vissuta. Ungheria 1960

 

 

La mia prima maestra fu la signorina Carla.

Nel paesino dove iniziai la scuola elementare, lei era un’istituzione. Aveva insegnato a generazioni di donne e di uomini e, nella mia classe, alcuni erano figli dei suoi primi allievi.

La rividi circa quindici anni fa, ormai ultranovantenne e mi  colpì la sua statura così bassa. Certo, con l’avanzare dell’età la statura si accorcia, ma i bambini vedono il mondo dal basso e, nella mia memoria, quando penso a lei, anche io torno bambina.

I suoi capelli, una volta biondi, tendevano al bianco e formavano uno strano contrasto con il taglio sorprendentemente giovanile. La signorina Carla aveva sempre avuto capelli cortissimi, quasi da maschiaccio, il che non deponeva a suo favore tra gli abitanti del paese.

- E’ troppo eccentrica! – sussurravano le casalinghe, mogli di uomini importanti che costituivano la “società civile” nel paese. A livello ufficiale codeste signore erano tollerate come “aggiunte improduttive” di uomini influenti, una specie destinata all’estinzione - il loro mancato riconoscimento ufficiale, però era inversamente proporzionale al loro prestigio sociale. 

Qualche contadina non ancora indottrinata, o troppo anziana per cambiare la vecchia terminologia, continuava a chiamarla “signora” al posto della “compagna” d’ordinanza che loro incassavano con sorriso compiacente.

- E’ un’eccentrica presuntuosa – sussurravano dunque, le casalinghe, quando vedevano in giro la signorina Carla.

- E’ di città – sentenziavano le contadine.

- E’ una borghese – sentì dire una volta dal signor Csinyi che, probabilmente, non capiva esattamente il significato della parola, ma in qualità di segretario del partito comunista amava utilizzare espressioni difficili, ritrovabili solo nei libri di divulgazione marxista.
Gli uomini non si pronunciavano, ma la salutavano con cappello in mano.
Noi bambini la adoravamo. Durante le sue spiegazioni ci divertivamo. Riusciva a farci vedere il mondo senza i cosiddetti supporti didattici, stimolando solo la nostra fantasia. Le sue lezioni di geografia erano dei veri e propri viaggi. Con lei abbiamo conosciuto il ghiaccio dei poli e le sabbie scottanti del deserto, lei ci portò in giro per Roma, con lei visitammo le piramidi, nonostante lei non fosse mai stata all’estero. Non dovevamo portare i libri a scuola perché secondo la signorina Carla i libri servivano solo a casa per ripassare le nozioni apprese. 

Era severa ma giusta. Chiudeva un occhio, quando nella stagione dei lavori agricoli alcuni ragazzi, figli di contadini, erano meno preparati, ma pretendeva il massimo da noialtri che non avevamo altri impegni al di fuori dello studio. Ogni due mesi ci faceva la “visita a casa”, ovviamente preannunciata, tramite il quadernetto delle comunicazioni. Così si poteva rendere conto della situazione familiare di ciascuno di noi. Ci teneva che fossero presenti anche i padri durante queste visite.
Le “signore” invano avevano cercato di trasformare queste visite in occasioni mondane, la signora Carla non era interessata né ai pettegolezzi di paese, né ai dolci preparati apposta per lei. Accettava al massimo un caffè o dai contadini un bicchiere di latte freddo. Con i genitori manteneva sempre un atteggiamento formale: usava rigorosamente il Lei anche con le contadine e non passava al tu nemmeno con le signore casalinghe che l’avevano invitato più volte a farlo. 

Per quanto ne sapevamo non aveva alcun parente, né riceveva lettere, perciò, il fatto che ogni domenica prendesse la corriera per il capoluogo, ci lasciava tutti perplessi. Nessuno sapeva chi andasse a trovare. Le casalinghe erano convinte che avesse un segreto e una volta chiesero alla nipote di una di loro che studiava in città, di seguirla. Non ne ricavarono molto, la ragazza riferì d’aver visto la signorina Carla entrare in ospedale, ma non sapeva dire in quale reparto fosse diretta, quella era, infatti, una grande struttura polivalente e l’aveva persa di vista tra tutta quella gente che affollava l’atrio nell’ora di visita. 

Un giorno, ad anno scolastico ormai inoltrato, arrivò nella nostra classe una zingarella. Portava una gonnellona colorata e uno scialle di lana le copriva le spalle. Aveva una treccia lunghissima e sospettosamente lucida. Noi bambini subito iniziammo a borbottare tra noi, nessuno voleva condividere il banco con la nuova venuta. La signora Carla ci fece mettere in fila secondo l’altezza come durante educazione fisica e Rosaria – così si chiamava la bambina – capitò proprio tra me e Zsuzsanna, figlia del direttore della fabbrica, la persona più importante del paese. 

-   Benissimo! Il posto di Rosaria dunque sarà vicino a Susanna!

Susanna non osò contrastarla ma nemmeno riuscì a ricacciare le lacrime. Si spostò sull’estremità del banco per evitare ogni contatto con la nuova compagna, la quale doveva essere ben abituata ai rifiuti perché non cercò il contatto con noi bambini nemmeno durante l’intervallo.
Il giorno dopo Zsuzsanna non venne a scuola, ma subito dopo le lezioni vedemmo arrivare sua madre, piuttosto agitata, che la signorina Carla fece accomodare nella sala dei professori. Non so cosa si sono dette le due donne, fatto sta che dopo alcuni giorni arrivò nella nostra scuola il medico per “un controllo dell’igiene”. Ci guardò i nostri colli, sbirciò nelle orecchie e si soffermò a lungo ad osservare la treccia lunga di Rosaria. Durante la visita Susanna mantenne un sorriso sprezzante e sussurrò qualcosa nel orecchio della sua amica del cuore.

Il giorno dopo, la scuola rimase chiusa per disinfestazione e quando riprendemmo gli studi, Rosaria mancava.

Nello stesso pomeriggio però vedemmo la signora Carla uscire dal paese con la sua sgangherata bicicletta. Solo successivamente abbiamo saputo che era andata a fare la “visita alla famiglia” nella catapecchia dove viveva Rosaria con i genitori e con i suoi innumerevoli fratellini. Il giorno seguente Rosaria era di nuovo tra noi. Ma quale cambiamento! Indossava pantaloni di lana a quadretti, una maglia rossa con le trecce e aveva un taglio di cappelli alla moda con il caschetto. Era davvero bellina. Zsuzsanna la guardava stupefatta e la distanza tra le due bambine diminuì visibilmente. Dopo le lezioni uscimmo tutti, tranne la nuova compagna, che rimase con la signorina Carla in classe. 

In pochi giorni Rosaria cominciò a rispondere alle domande della maestra, iniziò a leggere con sufficiente lena e con l’intonazione giusta. Nel giro di alcuni mesi riuscì a colmare tutte le sue lacune.
Nessuno la vedeva né arrivare, né uscire dalla scuola. Solo dopo alcuni giorni capimmo che Rosaria si era trasferita dalla maestra. Viveva con lei nel piccolo appartamento e solo la domenica tornava dai suoi, quando la signorina Carla prendeva la corriera. Alla fine dell’anno fu promossa con la sufficienza.

Oggi Rosaria fa la maestra nella mia vecchia scuola e vive nello stesso appartamento di servizio dove era cresciuta. Non si è mai sposata, ma non vive da sola. Dopo la morte della maestra Carla prese con sé dall’istituto per minorati psichici una donna ormai anzianotta e grassa i cui tratti grossolani solo vagamente ricordano quelli di sua madre, la signorina Carla.

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