La sicurezza del treno lento
Il tragico incidente ferroviario della Val Venosta, dovuto ad una frana, riapre la riflessione sulla sicurezza dei trasporti su rotaia e sulla prevenzione.
Il 12 gennaio 1997, in una bella giornata di sole, un
Pendolino partito da Milano alle ore 12.55 e diretto a Roma, all’ingresso della
stazione di Piacenza, deragliava provocando otto morti e
trentasei feriti.
L’evento è stato particolarmente grave per due ragioni: non era mai accaduto
che un treno deragliasse su un binario di piena linea; erano morti entrambi i
macchinisti e quindi non era possibile avere la versione dell’accaduto da parte
di chi guidava il treno.
CAUSE ED EFFETTI DI UNA TRAGEDIA
Il fatto destò enorme scalpore, ma soprattutto mise in crisi
gli addetti alla regolamentazione i quali, pensando che i conduttori del treno
non si fossero scrupolosamente attenuti alle indicazioni ricevute, emanarono norme
molto più restrittive da rispettare davanti a certi aspetti dei
segnali. Del resto, chiunque si fosse trovato al loro posto di fronte a un caso
unico (un treno che deraglia su un binario di corretto tracciato ancorché in
curva) e al fatto che il tachimetro di bordo segnasse 162 km/h, contro i 105 km/h previsti dalla
linea, avrebbe forse fatto altrettanto.
Nei sei anni successivi si svolsero un primo processo a Piacenza e un secondo
in appello a Bologna. In entrambi, i giudici sancirono che la responsabilità
dell’accaduto era da attribuire esclusivamente ai macchinisti
che viaggiavano a velocità di molto superiore a quella
prescritta.
Ma se si approfondisce il caso - come qualcuno ha cercato di fare su internet -
il disastro del Pendolino sarebbe dovuto a un guasto tecnico
e, di preciso, alla frattura dell’albero di trasmissione anteriore della
motrice di testa, che sarebbe caduto sul binario impuntandosi e sollevando
quindi il veicolo. Sembra, infatti, che l’albero di trasmissione avesse già
dato problemi su veicoli della stessa specie. Si spiegherebbero così le due
incertezze non concordanti con la versione avvalorata dai processi di Piacenza
e Bologna: il deragliamento su una curva come quella si sarebbe potuto
verificare se il treno avesse superato i 170 km/h, mentre come
risulta dal tachimetro viaggiava a 162 km/h; risulterebbe che l’unica azione
frenante sia stata quella espletata dall’automaticità, che è intervenuta solo
quando è uscito fuori dai binari il primo asse della prima carrozza. Le ruote
di tale asse, libere di muoversi, avrebbero fatto salire la velocità registrata
a 162 km/h,
spiegando contemporaneamente il comportamento dei macchinisti che non erano
ricorsi all’uso del freno.
SICUREZZA E VELOCITÀ
L’interesse di una nuova riflessione su quella vicenda lontana
sta nel fatto che le norme emanate a seguito della ricostruzione ufficiale del
disastro (velocità di approccio, velocità di avviamento, eccetera) non si sono
rivelate efficaci ai fini della sicurezza: infatti non sono stati evitati
incidenti anche gravi (vedi il disastro di Crevalcore nel quale persero la vita
diciassette persone) mentre si sono allungati i tempi di percorrenza dei treni.
Con l’introduzione della tecnologia, denominata Scmt - sistema di controllo
della marcia del treno, che fornisce informazioni puntuali ma in forma
discontinua, il treno deve rigorosamente rispettare i limiti di velocità
imposti; così che anche in caso di minimo superamento, viene automaticamente
arrestato. Ma avendo calibrato il sistema sulle norme emanate a seguito del
disastro del Pendolino, per garantire la regolarità, si è fatto ricorso alla
riduzione della velocità commerciale e quindi si è finito con l’abbassare la capacità
delle linee e della rete. Insomma, meno treni all’ora per ogni
chilometro di linea. Questa è la ragione per la quale – nonostante i raddoppi,
i quadruplicamenti, l’eliminazione di passaggi a livello – i treni che
circolano sulla linea storica, nella maggior parte dei casi, sono più lenti di
prima del 1997. E, in buona parte, questa è la ragione dei sistematici e
snervanti ritardi che affliggono i treni dei pendolari.
Da calcoli fatti e mai contestati dagli interessati gli spazi che le norme
garantiscono per la frenatura dei treni sono almeno quattro volte più estesi di
quelli effettivamente necessari alle basse velocità (30/60 km/h). Dopo la
tragedia del Pendolino è stata completamente invertita la secolare tendenza ad
adottare una migliore e raffinata tecnologia per garantire la sicurezza
necessaria all’incremento della velocità commerciale dei treni
e alla crescita della capacità delle linee. E poiché le spese per l’adozione
delle nuove tecnologie per la sicurezza sono state tutt’altro che banali (4,4
miliardi di euro), c’è da chiedersi se non sia stato fortemente ridotto il
rendimento a causa di norme di circolazione dei treni eccessivamente prudenti.
Non costituisce anche questo un grave e continuo spreco di risorse?
Con l’inaugurazione dell’alta velocità, sono venute alla luce
tutte le conseguenze della discutibile normativa: la circolazione nei nodi
nelle ore di punta è incompatibile con quella degli altri treni in particolare
con quella dei pendolari; i provvedimenti adottati per risolvere il problema,
mi risulta, abbiano scontentato la maggior parte dei clienti. Eppure la
soluzione è a portata di mano. Basterebbe calibrare il sistema Scmt alla
regolamentazione esistente prima delle modifiche apportate a
seguito del disastro del Pendolino e per la quale le Ferrovie italiane erano
annoverate fra le più sicure al mondo.
http://www.lavoce.info 13.04.2010

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