La sfiducia ben riposta. Un sano meccanismo
Governare i conflitti: la proposta sociologica
Premessa
In situazioni conflittuali, con aspri scontri verbali e fattuali (con azioni forti, talora lesive anche sul piano fisico oltre che psicologico), sono accusati di buonismo coloro che propendono per soluzioni più miti, meno violente, non vendicative, non assolutistiche, magari di compromesso.
Orbene proprio il compromesso è sovente considerato un accomodamento poco efficace, non duraturo, rinunciatario. Eppure esso rappresenta in molti casi la via di uscita da un’impasse altrimenti senza soluzione, da un vicolo cieco entro il quale l’assenza di vie di fuga costringe i contendenti a misurarsi in uno spazio ristretto, che non offre alternative se non lo scontro diretto con danni reciproci.
Una sfiducia ben risposta
Il compromesso è in effetti una forma di mediazione, faticosa da realizzare e basata sulla speranza di reperire una formula adatta ad affrontare una situazione di crisi.
Quando due interlocutori, singoli o collettivi, si cimentano su una questione da risolvere, su una decisione da prendere, i rispettivi punti di partenza rispondono tendenzialmente e principalmente a prospettive univoche, interessate, piuttosto ideologiche. Solo nel dibattito e nella dialogicità si scoprono le esigenze e le attese altrui, non sempre ed immediatamente percepibili da un angolo di visuale diverso e persino opposto. Ecco dunque che appare necessaria una modalità di attenzione all’altro per coglierne le intenzioni ed il bisogno reale di riconoscimento. Perciò diventa imprescindibile un’offerta di disponibilità, di apertura alla comprensione ed alla compartecipazione.
Il buonismo dell’attesa e della sospensione del giudizio ovvero del pregiudizio risponde ad una scelta operativa ben fondata: conoscere per capire, comprendere ancora prima di agire, procedere con cautela evitando attacchi diretti, frontali, dichiaratamente ostili.
Ovviamente non sarebbe produttivo un atteggiamento di resa incondizionata alle proposte altrui: non si renderebbe un buon servizio nemmeno a chi sta dall’altra parte, perché lo si rafforzerebbe nella sua convinzione di avere sempre e comunque ragione. E ciò d’altro canto non sarebbe giusto e corretto neanche nei riguardi di chi offrendosi del tutto alla colonizzazione ideologica dell’altro rinuncia per ciò stesso alla propria matrice di provenienza. Detto altrimenti, il buonismo di cui si parla in generale a proposito di soggetti che muovono da un’ispirazione religiosa, cattolica o cristiana o di altra derivazione, non può significare un annientamento della propria identità quanto piuttosto un consapevole modo di interagire nella forma più opportuna, cioè ipotizzando in linea di principio una disponibilità anche del proprio interlocutore a voler trovare una convergenza consensuale. Di solito serve appunto una sfiducia ben riposta (l’espressione è del sociologo Antonio Mutti, che ne ha scritto qualche tempo fa in Rassegna Italiana di Sociologia). In altre parole il buonismo è espressione in pari tempo di fiducia ma anche di sfiducia ben riposta, cioè contemporaneamente ed evangelicamente di prudenza ed astuzia. Si offre il destro ma si evita di lasciarsi colpire. Si porge l’altra guancia, ma – si direbbe – non ve n’è una terza che darebbe all’altro il diritto di offendere all’infinito, con suo detrimento (oltre che nostro).
Conclusione
Il buonismo in definitiva non sembra una formula perdente se viene esercitato con sagacia e senza rinunzie significative ai valori che ad esso danno luogo e sostegno. Ancora una volta risulta valida la metafora del dilemma del prigioniero che non sa decidere se collaborare o meno. In genere la risoluzione di avvio è quella della fiducia e del rispetto. Ma se a lungo andare tutto ciò non servisse occorre poi passare ad un atteggiamento che faccia capire ancora meglio che non si è inconsapevoli vittime della coartazione altrui ma solo latori di una volontà di comunicazione dialogica a due vie, cioè in modo circolare, senza che l’uno prevarichi l’altro.

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