La rivoluzione mancata? L'antipolitica non è diventata politica
La promessa liberale sembra non avere gambe su cui camminare
Anche se meno sorprendente dell’invito che Giuliano Ferrara fa al premier, rispondendo a una lettera di Giuliano Zincone sul suo giornale, a rassegnarsi a una politica responsabile o a dimettersi, il fondo di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera di ieri è tuttavia molto significativo e rappresenta un segnale che non si può sottovalutare, per l’autorevolezza della firma e della sede.
Il titolo, “La necessità di un colpo d’ala”, non restituisce in realtà la
crudezza dell’analisi di quella che è presentata come una promessa largamente
mancata, addirittura un fallimento. È difficile contestare a Galli della
Loggia la fondatezza delle sue critiche nei confronti dell’attuale governo, che
ha molto promesso e poco mantenuto. Siamo quindi di fronte alla crisi del
“berlusconismo”? Rispondere a questa domanda è difficile.
È indubbio che Berlusconi mantiene una forte presa sull’elettorato, certo, in
parte anche grazie a un’informazione e a un infotainement molto, troppo,
compiacenti, ma non solo. Tuttavia, la sua leadership appare in crisi.
Innanzitutto la sua leadership di governo, resa oggi sempre più difficile da
una Lega che non smette di pretendere (e appare ormai anch’essa meno monolitica
che in passato), ma sulla quale il “berlusconismo di governo”, in particolare
di questi due anni, aveva puntato moltissimo, anche pagando prezzi piuttosto
alti in termini di consenso e di posizioni di potere all’interno del
centrodestra. Ma il problema non è solo dato dai rapporti con la Lega. Vi è il dualismo
con Tremonti, vi è anche un gruppo dirigente che ormai pare capace più di
creare problemi (fingendo che vada tutto bene) che di avanzare soluzioni. E qui
si apre il problema del partito, il Pdl.
Galli della Loggia rileva che «dalla cerchia dei fedelissimi, …, continua a non
venire mai alcun discorso d’ordine generale, continua a non venire mai nulla
che abbia il tono alto e forte della politica vera. Il silenzio del Pdl che non
si riconosce in Fini è impressionante». Perché ciò accade? Ciò che abbiamo di
fronte ai nostri occhi è forse la peggiore delle conseguenze possibili di una
grande speranza di cambiamento sorta nel 1994, ma portata avanti con il
linguaggio e gli strumenti (o non strumenti) dell’antipolitica. Sia chiaro,
“l’antipolitica” è in fondo un modo di fare politica e può produrre conseguenze
importanti e positive. È una strategia che mira a differenziare chi la
utilizza dall’establishment e a superare – attraverso una comunicazione diretta
con gli elettori – gli ostacoli posti da élite “conservatrici” in nome di un
rinnovamento più o meno radicale.
Questa fu, ad esempio, l’antipolitica di De Gaulle, o quella di Ronald Reagan.
Ma nell’uno e nell’altro caso, come ha osservato Donatella Campus nel suo libro
sull’ Antipolitica al governo, alla pars destruens è corrisposta
una solida pars construens: il progetto istituzionale di De Gaulle, all’origine
della Quinta Repubblica, e l’ampio progetto di drastica riduzione del peso
dello Stato nel caso di Reagan. In quel caso, come ha osservato sempre Campus,
la retorica dell’antipolitica è divenuta strumento di governo, volta a
legittimare scelte precise ed anche complesse.
Nel caso di Berlusconi questo è accaduto solo in parte: alla rottura con la
“vecchia politica” della Prima Repubblica è seguita la promessa di una Italia
più libera e liberale, ma questa promessa ha stentato a prendere forma e
soprattutto negli ultimi anni si è persa in un partito e in una politica sempre
più timorosi delle sfide del nuovo, restii ad affrontare le radicali
innovazioni necessarie a questo paese (dal welfare alle professioni, dal fisco
all’istruzione, all’insegnamento universitario e alla ricerca, per fare solo
alcun esempi), sempre meno liberali sul piano etico, sociale ed economico,
talvolta tentati da atteggiamenti reazionari.
La promessa liberale non ha trovato le gambe sulle quali camminare.
L’antipolitica berlusconiana ha sempre posto al centro la “qualità” degli
uomini, meglio se non professionisti della politica, e snobbato la potenza
delle regole, quelle regole che, quando riescono a fare coincidere l’interesse
individuale con quello generale – come ci avevano insegnato i costituenti di
Filadelfia nel più bel libro di scienza politica mai scritto, il Federalist
– costituiscono il vero incentivo a comportamenti “virtuosi”. Così
Berlusconi e il suo partito (prima Forza Italia, poi il Pdl), non hanno profuso
alcun reale impegno per innovare le istituzioni, per renderle più idonee a
sostenere un progetto di cambiamento, salvo poi lamentarsi dell’impossibilità
di governare con queste regole del gioco.
Ci si è illusi che per sostenere un leader e un progetto fosse sufficiente un
partito carismatico costantemente allo stato fluido. Si è rinunciato a fare
dell’organizzazione berlusconiana un luogo di riflessione e dibattito, nonché
di una seria attività di reclutamento, dove la “fedeltà” non fosse la
condizione necessaria per raggiungere posizioni di rilievo. Oggi, dunque,
nessuna meraviglia se si è giunti a questa situazione di caos, dove un piccolo
gruppo dirigente forte più del favore (ma fino a quando?) del leader che di un
reale consenso continua a fingere di essere alla guida di un partito plurale e
innovativo e di fatto osteggia ogni effettivo cambiamento per conservare il
proprio potere.
Nessuna meraviglia se in questa fase di declino si delinea ormai una guerra di
tutti contro tutti. Nessuna meraviglia se dal Pdl giunge un silenzio
assordante. Dal Pdl, ha scritto Galli della Loggia, che «non si riconosce
in Fini». Perché Fini non è solo colui che oggi riesce a “condizionare” il
premier, non è colui che, secondo la vulgata di certa stampa, altro non fa che
intralciare l’azione di governo.
È colui che sta cercando di immaginare un’altra politica del centrodestra
e ha creato di fatto uno spazio politico dove questa ricerca è lecita,
attraverso una nuova mobilitazione e un confronto libero. Per ridare vitalità
al Pdl e alla sua politica di governo Berlusconi dovrebbe cominciare a
valorizzare quel diverso modo di fare politica, così lontano, certo, dalla sua
indole da leader “imprenditore”, ma così importante per ritrovare la rotta
perduta; l’alternativa è che il leader che non ha mai amato i partiti rimanga
lui stesso vittima della sua creatura e si condanni all’impotenza. Sempre che
non sia troppo tardi.
http://www.ffwebmagazine.it 29
giugno 2010

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