La questione territoriale
Puntare sulle piccole opere per il risanamento e la salvaguardia del territorio.
Chi, ormai da decenni, studia la storia del territorio italiano, di fronte alle
frane e ai morti delle Cinque terre e ora al disastro di Genova, oltre al
dolore per le vittime prova oggi uno scoramento profondo. La voglia di non dire
nulla, il senso dell'inutilità di scrivere e protestare. Chi scrive è troppe
volte dovuto intervenire per commentare simili tragedie, tentando di mostrare
le cause morfologiche e storiche che sono normalmente all'origine delle
cosiddette calamità naturali nel nostro Paese. E, per la verità, lo ha fatto
insieme a voci sempre più numerose e agguerrite di geologi, meteorologi,
esperti. Tutto invano. E nell'ultimo ventennio più invano che mai, considerata
la qualità intellettuale e morale del ceto politico di governo che ci è
capitato in sorte e che del territorio italiano si è occupato per darlo in
pasto agli appetiti speculativi. Tuttavia, l'obbligo di contribuire alla
riflessione collettiva su fatti così gravi finisce col vincere sul senso di
frustrazione. Senza l'ostinazione e la tenacia, d'altronde, la lotta politica,
specie per chi sì è ritagliato una piccola frontiera di critica e di
opposizione, non sarebbe neppure concepibile.
Oggi, di fronte agli eventi catastrofici che si susseguono, bisogna denunciare
con chiarezza l'emergere di una grave questione territoriale in Italia. Non si
tratta di una novità assoluta, le vicende del territorio hanno un corso lento,
lasciano il tempo per essere osservate, ma essa oggi si presenta con caratteri
assolutamente nitidi e drammatici per un insieme di ragioni. Mettiamo da parte,
per brevità, la Pianura
Padana, che ha problemi particolari, ma che ospita, ricordiamolo,
il più complesso sistema idrografico d'Europa, essendo il ricettacolo dei
grandi fiumi alpini. Si tratta dell'area più stabile del nostro Paese, eppure,
anch'essa, è percorsa da sistemi di forze che possono assumere carattere
distruttivo in caso di eventi climatici estremi. Il problema principale si
chiama Appennino. La dorsale montuosa con i suoi innumerevoli corsi d'acqua e
gli ingenti materiali d'erosione che trascina incessantemente a valle. Un
tempo, la centralità dell'Appennino nell'equilibrio complessivo della penisola
era chiaro anche agli uomini politici, quando questi possedevano un proprio
profilo culturale oltre al curriculum politico.
Meuccio Ruini, ad esempio, che fu anche presidente del Senato, ricordava nel
lontano 1919, come «contorno e rilievo, clima, abitabilità e comunicazioni,
relazioni storiche, ogni cosa insomma dell' Italia peninsulare è signoreggiata
dall'Appennino e ne riceve l'impronta». Ora, è noto da tempo, l'Appennino è in
stato di abbandono. Ma soprattutto in condizioni di abbandono si trovano le
terre pedemontane e collinari interne, quelle che per secoli sono state
presidiate dalle abitazioni contadine, che sono state tenute sotto manutenzione
dal lavoro quotidiano degli agricoltori. Una delle ragioni della diffusione e
della durata storica della mezzadria nell'Italia di mezzo (soprattutto Toscana,
Marche, Umbria) che dal medioevo è arrivata sino alla seconda metà del '900, è
legata al fatto che essa prevedeva l'insediamento della famiglia mezzadrile nel
fondo, impegnata a governare un territorio instabile. Ora, anche questo è noto,
da tempo le colline mezzadrili sono state abbandonate, o sono coltivate
industrialmente, con poche macchine e senza uomini.
Tale situazione, nota da tempo ai pochi esperti e appassionati della materia,
conosce oggi un aggravamento dovuto a più fattori evolutivi. Da una parte, il
progressivo, ulteriore abbandono dell'agricoltura da parte dei piccoli
coltivatori che non ce la fanno a reggere i bassi prezzi con cui viene
remunerata la loro impresa. Un fenomeno a cui gli economisti agrari di solito
plaudono, perché il modello competitivo - nel pensiero economico astratto - è
naturalmente la grande azienda, senza alcuna considerazione di ciò che accade
al territorio, quando scompare un presidio. Di norma, quando la piccola impresa
non è accorpata a una azienda più ampia, il terreno viene progressivamente
invaso dalla vegetazione spontanea. Negli ultimi anni, tuttavia, a tale
fenomeno si è aggiunto un sempre più largo uso edificatorio del suolo. Il cemento
ha preso il posto degli ulivi o degli alberi da frutto. I comuni hanno fatto
cassa svendendo il loro territorio. Nel frattempo il circolo vizioso
demografico si è venuto sempre più accelerando.
Se si abbandonano le aree interne tutto tende a gravitare nelle zone di
pianura, che nella Penisola solo prevalentemente le aree costiere. Qui oggi si
accentra oltre il 66% della popolazione peninsulare. E qui sono insediati
industrie, servizi, infrastrutture, la ricchezza materiale italiana. Ma anche
qui, negli ultimi devastanti decenni dei governi di centrodestra (e nella
pochezza e brevità di quelli di centrosinistra) si è continuato a cementificare
con furia da "accumulazione originaria" cinese. Ora, l'ultimo
elemento che completa il quadro riguarda la frequenza degli eventi estremi,
vale a dire, nel nostro caso, la straripante quantità d'acqua che oggi cade in
poco tempo in delimitate aree territoriali. Si tratta di un fenomeno dipendente
dal riscaldamento globale, che il climatologo inglese John Houghton, definì,
nel 1994, come «frequenza e intensità di eccessi meteorologici e climatici».
Dunque, come in questi ultimi anni, le piogge tenderanno in futuro a
presentarsi sempre più come eventi particolarmente intensi. E le acque, dalle
colline abbandonate o cementificate, mal regimate, precipiteranno lungo le
pianure costiere dove il verde - la spugna che un tempo assorbiva le piogge - è
diventato sempre più raro, impermeabilizzato da chilometri quadrati di cemento.
Che cosa possiamo aspettarci? Davvero pensiamo di affrontare tale gigantesca
questione organizzando meglio la protezione civile? Rendendo più efficaci i
sistemi di allarme?
È evidente che qui ci si presenta una sfida che è anche una grande opportunità
per il nostro Paese. Sia per creare nuove occasioni di lavoro, sia per ridare
orizzonti progettuali alla politica sprofondata nel tramestìo quotidiano. La
prospettiva è: riequilibrare la distribuzione demografica e valorizzare le
vaste aree internedella Penisola. Un grande progetto per scongiurare disastri,
ridando vita a una vasta area territoriale in cui gli italiani hanno vissuto
per secoli. Il che si può fare con una molteplicità di interventi concertati,
che puntino alla selvicultura e all'agricoltura di qualità, allo sfruttamento
economico delle acque interne, al potenziamento del turismo escursionistico, al
recupero - anche per insediarvi centri di ricerca - di tanti borghi e centri
cosiddetti "minori": spesso gioielli monumentali che fanno l'identità
profonda di una parte estesa d'Italia. Un insieme di iniziative e pratiche che
potrebbero offrire lavoro alla nostra gioventù e a tanti giovani
extracomunitari, oggi perseguitati da una legislazione criminogena. L'urgenza e
l'assoluto vantaggio economico di procedere in tale direzione potrebbe fornire
anche nuova forza al grande e specifico problema di tutela e conservazione del
nostro paesaggio. Un bene inestimabile che stiamo compromettendo.
Naturalmente, per realizzare tale obiettivo, che col tempo potrà salvare
l'Italia da perdite umane ed economiche sempre più gravi, occorre utilizzare
risorse. E le risorse - per definizione sempre scarse - oggi lo sono più che
mai. Ma proprio per questo appare necessario, in questo momento, un atto di
coraggio anche da parte di tanto ceto politico e giornalismo che, talora in
buona fede, ha visto nelle cosiddette grandi opere (Tav, Ponte dello Stretto)
un'occasione di sviluppo per il nostro Paese. Bisogna avere la forza di
ricredersi. Se le risorse finanziarie andranno alle grandi opere verranno a
mancare per le piccole con cui noi oggi dobbiamo affrontare la questione
territoriale italiana.
Se si realizzerà il Tav, le risorse pubbliche saranno prosciugate e, per la
salvezza del nostro territorio, resteranno le briciole. O l'uno o le altre, tertium
non datur. Senza dire che le due scelte si presentano incompatibili anche
sotto il profilo storico e culturale. Le grandi opere sono il frutto recente di
un modo di procedere del capitale finanziario, in concerto con i poteri
pubblici, per costruire infrastrutture - di più o meno provata utilità
collettiva - e in genere contro la volontà delle popolazioni che vivono nei
luoghi interessati. Senza dire che il nostro è un territorio delicato, che mal
sopporta il gigantismo delle costruzioni fuori misura. Al contrario, le piccole
opere per risanare l'habitat italiano possono esaltare la partecipazione
popolare, iscriversi nel solco di una tradizione secolare che ha fatto
dell'Italia, per mano di anonimi artisti popolari, quello che resta ancora del
Belpaese.
il manifesto, 8 novembre 2011

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