La psico economia
Se il rapporto con il denaro è lo specchio dell’anima
Due saggi ci raccontano come siamo condizionati mentalmente e nelle decisioni
dal nostro rapporto con i soldi. Ecco perché questo ci fa commettere degli
errori
Soffriamo molto di più per una perdita di quanto siamo felici per un guadagno
Tra gli elementi che determinano instabilità c´è la nostra incapacità di fare
previsioni
Nel giro di un paio di mesi sono usciti due libri, rispettivamente di uno
psichiatra, Vittorino Andreoli, e di uno psicologo cognitivo, Paolo Legrenzi.
Il primo si intitola Il denaro in testa (Rizzoli), il secondo I soldi in testa
(Laterza), ma non potrebbero essere più differenti. Mentre Andreoli afferma che
il fatto di avere i soldi in testa è un male tipicamente contemporaneo,
Legrenzi sostiene che noi abbiamo davvero i soldi in testa, e da sempre,
proprio come abbiamo in testa la scrittura e la lettura: sono dotazioni
specifiche della mente umana che si proietta nel mondo costruendo arte, religione,
politica, filosofia e quella quintessenza degli oggetti sociali che è il
denaro. Se le cose stanno così, se il denaro è necessariamente nella nostra
testa prima ancora di essere nel mondo, il nostro rapporto con i soldi è
davvero lo specchio dell´anima di tutti, e non solo di Arpagone o di Paperone.
E ci rivela quanto siamo inclini a sbagliarci, con errori inevitabili, perché,
come diceva Ippocrate, "la vita è breve, l´arte è lunga, l´occasione
fuggevole, l´esperimento pericoloso, il giudizio difficile".
Per esempio, comprare azioni è il modo più conveniente per investire i propri
risparmi. Ma per un immortale o almeno per uno che abbia un´aspettativa di vita
superiore ai cento anni, perché le borse alla lunga crescono sempre, però in
tempi lunghissimi. Inoltre le azioni hanno un altro difetto: apprendiamo tutti
i giorni, dai listini di borsa, il loro valore. Come risultato, siamo informati
in tempo reale delle loro vicissitudini, e possiamo facilissimamente cedere
alla tentazione di venderle proprio nel momento sbagliato. Cosa che non ci
verrebbe mai in mente se, come moltissimi italiani, possediamo una casa che
crediamo aumenti di valore, mentre sono i nostri stipendi che si abbassano. Per
esempio gli stipendi dei professori d´università sono sempre cresciuti
nominalmente. Ma se li confrontiamo a qualche altro indice, come il numero di
notti d´albergo che possono pagare, ci accorgiamo che nel 1955 coprivano 12
mesi, e nel 2009 un mese soltanto. Un crollo vertiginoso, di cui di solito i
professori non hanno piena coscienza, risparmiandosi peraltro gravi
frustrazioni, proprio come credere che casa nostra sia un affarone ci mette di
buon umore.
Siamo tutti stupidi, e i professori più degli altri? No. Tutto questo ha a che
fare con due grandi caratteristiche delle scimmie cappuccine e di altri primati
di cui leggiamo nel libro, tra cui Legrenzi, i suoi familiari e alcuni suoi
illustri maestri. Primo, il fatto che soffriamo molto più di una perdita di
quanto siamo felici per un guadagno, con un atteggiamento che non è affatto
irrazionale, perché una perdita può costituire un danno irreparabile
(immaginiamo un nostro antenato nelle savane che perde un´arma o il cibo),
mentre del guadagno in fondo si può sempre fare a meno (campavamo anche prima).
Secondo, il fatto che non siamo capaci di previsioni circa un futuro in
cambiamento: se uno gioca alla roulette russa mettendo un proiettile in un
revolver a sei colpi ha una possibilità su sei di morire. Un gioco idiota, ma
con delle probabilità calcolabili. Solo che con le finanze noi non sappiamo
quasi niente, quindi i proiettili possono essere anche tre (e in questo caso le
probabilità di morire non sono una su sei ma una su due) o sei (e in questo
caso è morte certa). In taluni casi, poi, c´è una disparità cognitiva: c´è chi
conosce effettivamente le probabilità di un evento (per esempio le
assicurazioni) e chi le ignora (i clienti delle assicurazioni). La combinazione
tra questi due elementi, sommati al dato centrale del timore delle perdite sta
alla base dei guadagni delle assicurazioni, che ci spingono a tutelarci con
cura da eventi statisticamente molto improbabili. Dal punto di vista
statistico, la probabilità che ti vada a fuoco la casa è fortunatamente remota
quasi quanto la possibilità di vincere alla lotteria. Ma mentre nessuno
penserebbe di vivere vincendo alla lotteria, è normale tutelarsi contro
l´eventualità di un incendio.
Dobbiamo rivolgerci agli esperti? Mai, perché loro non devono fare i nostri
interessi, ma prima di tutto quelli degli azionisti della banca. L´investimento
più sicuro e redditizio che si possa immaginare sono i cosiddetti
"prodotti finanziari passivi" (in gergo Etf), con cui ci si compra in
modo meccanico il listino azionario nel suo complesso. Ma nessun esperto vi
consiglierà mai un investimento di questo genere, che danneggerebbe i suoi
azionisti. Allora dobbiamo diventare, noi stessi, tutti economisti? No, il
punto è un altro. Si tratta di capire che in quello che con tanta esattezza si
chiama "il bilancio di una vita" sia economisti sia non economisti
possono avere ragione, come quando Legrenzi da ragazzo andava al cinema con i
genitori: se il film era brutto, il padre (manager) diceva di andarsene, visto
che avevano già subito un danno, il costo del biglietto, e non era il caso di aumentarlo.
La madre (musicista) diceva di restare, perché il film avrebbe anche potuto
migliorare, applicando un principio di speranza. Alla fine Legrenzi propende
per l´insegnamento della madre quando, parlando di educazione economica dei
ragazzi, fa notare che è molto meglio educare alla tenacia e alla speranza che
insegnare le regole degli interessi composti e dei giochi in borsa. Ecco il
messaggio finale di questo libro che parla di soldi senza demonizzarli, perché
è pieno non solo di acume e di sapere, ma anche dell´intera economia della vita
di Legrenzi.
Repubblica 28.3.11

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