La postmodernità secondo Bauman
È finita per sempre la pretesa degli intellettuali di essere coloro che stabiliscono ciò che è falso e ciò che è vero
Anticipiamo un brano del libro di "Modernità e ambivalenza"
pubblicato da Bollati Boringhieri e in uscita in questi giorni
Il crollo delle "grandi narrazioni" (come le definisce Lyotard) – il
dissolversi della fede nelle corti d´appello sovraindividuali e
sovracomunitarie – è stato visto con timore da molti osservatori, come un
invito a una situazione del tipo "tutto va bene", alla permissività
universale e dunque, alla fine, alla rinuncia a ogni ordine morale e sociale.
Memori della massima di Dostoevskij «Se Dio non esiste, tutto è permesso», e
dell´identificazione durkheimiana del comportamento asociale con l´indebolirsi
del consenso collettivo, siamo giunti a credere che, a meno che un´autorità
imponente e indiscussa – sacra o secolare, politica o filosofica – non incomba
su ogni individuo, il futuro ci riserverà probabilmente anarchia e carneficina
universale. Questa credenza ha efficacemente sostenuto la moderna
determinazione a instaurare un ordine artificiale: un progetto che sospettava
di ogni spontaneità finché non se ne provava l´innocenza; un progetto che
metteva al bando tutto ciò che non era esplicitamente prescritto e identificava
l´ambivalenza con il caos, con la "fine della civiltà" così come la
conosciamo e potremmo immaginarla. Forse la paura scaturiva dalla coscienza
repressa che il progetto era condannato fin dal principio; forse era coltivata
deliberatamente, dal momento che svolgeva l´utile ruolo di baluardo emotivo
contro il dissenso; forse era solo un effetto collaterale, un ripensamento
intellettuale nato dalla pratica sociopolitica della crociata culturale e
dell´assimilazione forzata. In un modo o nell´altro, la modernità decisa a
demolire ogni differenza non autorizzata e tutti i modelli di vita ribelli non
poteva che concepire l´orrore per la deviazione e trasformare la deviazione in
sinonimo di diversità. Come commentano Adorno e Horkheimer, la cicatrice
intellettuale ed emotiva permanente lasciata dal progetto filosofico e dalla
pratica politica della modernità è stata la paura del vuoto; e il vuoto era
l´assenza di uno standard vincolante, inequivocabile e applicabile a livello
universale.
Della popolare paura del vuoto, dell´ansia nata dall´assenza di istruzioni
chiare che non lascino nulla alla straziante necessità della scelta, siamo
informati dai racconti preoccupati degli intellettuali, interpreti designati o
autodesignati dell´esperienza sociale. I narratori però non sono mai assenti
dalla loro narrazione, ed è un compito disperato quello di provare a separare
la loro presenza dalle loro storie. È possibile che in generale ci fosse una
vita fuori dalla filosofia, e che questa vita non condividesse le
preoccupazioni dei narratori; che se la passasse piuttosto bene anche senza
essere disciplinata da standard di verità, bontà e bellezza provati
razionalmente e approvati filosoficamente.
È possibile persino che molta di questa vita fosse vivibile, ordinata e morale
proprio perché non era ritoccata, manipolata e corrotta dagli agenti
autoproclamati della "necessità universale". Ma non c´è dubbio sul
fatto che una particolare forma di vita non possa passarsela bene senza il
sostegno di standard universalmente vincolanti e apoditticamente validi: si
tratta della forma di vita dei narratori stessi (più precisamente, la forma di
vita che contiene le storie narrate per gran parte della storia moderna).
È stata soprattutto quella forma di vita a perdere il suo fondamento una volta
che i poteri sociali hanno abbandonato le loro ambizioni ecumeniche, e a
sentirsi dunque minacciata più di chiunque altro dal dissolversi delle
aspettative universalistiche. Finché i poteri moderni si sono aggrappati con
risolutezza all´intenzione di costruire un ordine più efficace, guidato dalla
ragione e dunque in definitiva universale, gli intellettuali non hanno avuto
grande difficoltà ad articolare la loro rivendicazione a un ruolo cruciale nel
processo: l´universalità era il loro dominio e il loro campo di
specializzazione. Finché i poteri moderni hanno insistito sull´eliminazione
dell´ambivalenza come misura del miglioramento sociale, gli intellettuali hanno
potuto considerare il loro lavoro – la promozione di una razionalità
universalmente valida – come veicolo principale e forza trainante del
progresso. Finché i poteri moderni hanno continuato a denigrare, mettere al
bando e sfrattare l´Altro, il diverso, l´ambivalente, gli intellettuali hanno
potuto contare su un massivo supporto alla loro autorità di giudicare e di
distinguere il vero dal falso, la conoscenza dalla mera opinione. Come il protagonista
adolescente dell´Orfeo di Jean Cocteau, convinto che il sole non sorgesse senza
la serenata della sua chitarra, gli intellettuali si sono convinti che il fato
della moralità, della vita civile e dell´ordine sociale dipendesse dalla loro
soluzione del problema dell´universalità: dalla loro capacità di fornire la
prova decisiva e definitiva del fatto che il "dovere" umano sia
inequivocabile, e che la sua inequivocabilità abbia fondamenti incrollabili e
totalmente affidabili.
Questa convinzione si è tradotta in due credenze complementari: che non ci
sarebbe stato niente di buono nel mondo, a meno che non ne fosse provata la
necessità; e che provare questa necessità, se e quando ci si fosse riusciti,
avrebbe avuto sul mondo un effetto simile a quello attribuito agli atti
legislativi di un governante: avrebbe sostituito il caos con l´ordine e reso
trasparente ciò che era opaco.
L´effetto più spettacolare e durevole dell´ultima battaglia della verità
assoluta non è stato tanto la sua inconcludenza, derivante come direbbero
alcuni dagli errori di progetto, ma la sua totale irrilevanza per il destino
mondano di verità e bontà. Questo destino è stato deciso molto lontano dalle
scrivanie dei filosofi, giù nel mondo della vita quotidiana dove infuriavano le
lotte per la libertà politica e dove si spingevano avanti e si ricacciavano
indietro i confini dell´ambizione statale di legiferare sull´ordine sociale, di
definire, segregare, organizzare, costringere e reprimere.
http://www.repubblica.it 12.5.10

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