La paura che nega il diritto
La verità è spesso manipolata in nome della sicurezza.
Negli ultimi vent'anni la globalizzazione ha cambiato
radicalmente la vita economica, politica e sociale dei popoli e degli
individui, senza che il diritto ne abbia seguito e disciplinato
l'evolversi.Jacques Derrida nei suoi seminari su La Bestia e il
Sovrano (Jaca Book, 2009, p.61) ha fatto un esempio illuminante,
chiedendosi quale sarebbe stata la reazione allo sventramento delle Torri
Gemelle del World Trade Center dell'11 settembre 2001, se l'immagine non fosse
stata registrata, filmata, indefinitamente riproducibile e compulsivamente
trasmessa in tutti i Paesi del mondo. Il ritorno a Hobbes, dove lo Stato, il
Leviatano, altro non è che una macchina per far paura e la paura è l'unica cosa
che motiva l'obbedienza alla legge, induce a concludere che «siccome non c'è
legge senza sovranità (...) questa chiama, suppone, provoca la paura».
Il pericoloso filosofo del diritto tedesco, Carl Schmitt, amato oggi sia a
destra che a sinistra, precisava che «Protego ergo obligo è il cogito
ergo sum dello Stato». E questo principio era stato uno dei fondamenti
dello stato nazista.
Ma lo Stato attuale nella sua dimensione politico-mediatica ha strumenti per la
creazione di paura e quindi di esigenze di protezione o addirittura di
omologazione con la Gewalt,
cioè la violenza, ben maggiori di quanti se ne potessero immaginare. La cronaca
quotidiana, purtroppo, mi esime da qualsivoglia esemplificazione. Mi basterà
citare il Patriot Act e Guantanamo, perché sono forse fra gli esempi più
clamorosi della sconfitta del diritto di fronte alla paura. Tant'è che il
presidente Obama ha recentemente dovuto contraddirsi smentendo la promessa di
chiudere Guantanamo.
La verità è spesso manipolata in nome della sicurezza. È così che la
costruzione della categoria degli enemy combatants ha tolto a costoro,
dopo l'11 settembre, ogni diritto a un giusto processo, ad una normale
istruttoria, all'assistenza di un avvocato, ad un regolare dibattimento.
Purtroppo neppure la
Corte Suprema, altre volte ben più attenta, nel caso Hamdi
versus Rumsfeld (124, S.Ct. 2633 , è riuscita a garantire quei diritti a chi
viene definito enemy combatant, anche se si trattava di un cittadino
americano: il tutto in nome della sicurezza. Sempre identica è la conclusione:
la violenza del Leviatano per proteggerti dalla paura (questa volta dei
terroristi) colpisce sempre chi non è in grado di difendersi: dai minori, agli
immigrati, a tutti i diversi che le società attuali tendono sempre più ad
escludere.
Né è possibile sottacere che l'impero della violenza, e quindi quello omonimo
della paura, è diventato planetario e trascende ormai la Gestalt del
Leviatano. La letteratura apocalittica è immensa. Mi limiterò qui a citare
solamente tre testi recenti che ne danno un quadro complessivo, abbastanza
preciso, ancorché forse non completo.
Il primo è l'ultima opera di René Girard (Portando Clausewitz all'estremo,
Milano 2008, 312) il quale dimostra come la violenza e le guerre nel mondo
siano portate all'estremo e come l'accelerazione della storia crei nel genere
umano una inconscia angosciante corsa verso l'apocalisse. Precisa Girard in
conclusione che «il riscaldamento climatico del pianeta e l'aumento della
violenza sono due fenomeni assolutamente legati (...) e questa confusione di
naturale e artificiale rappresenta forse il messaggio più forte contenuto nei
testi apocalittici». E ovviamente la globalizzazione ha reso la sorte dei
minori più precaria, poiché - ripeto - la violenza si scarica sempre sui più
deboli.
Martin Rees, il cui saggio Our Final Century (London, 2003) lascia poche
speranze di sopravvivenza, entro la fine di questo secolo, non solo per il
pericolo delle armi atomiche, al quale siamo fortunosamente scampati nel secolo
scorso, ma per gli altrettanto gravi pericoli ai quali ci sottopongono ora le
biotecnologie, piuttosto che gli errori, sempre più frequenti, negli
esperimenti scientifici e nelle tecnologie di vario tipo. E ciò,
indipendentemente dalle ulteriori osservazioni di R. Posner (Catastrophe,
Oxford, 2004), sui rischi catastrofici delle malattie pandemiche, piuttosto che
sulle possibili collisioni astrali e via discorrendo. Con una popolazione
mondiale che, secondo i calcoli di Levy-Strauss, nel 2050 ammonterà a più di 9
miliardi di individui, difficilmente sfamabili ma soggetti a rischi di carestia.
L'ultima copertina del settimanale The Economist intitola "How to
feed the world" (come sfamare il mondo), per giungere alle stesse
conclusioni. La sottovalutazione della portata di questi rischi non riduce
certo la loro costante riproposizione nei media e il conseguente aumento
collettivo dello stato di paura e di angoscia.
A questi rischi apocalittici si è ora aggiunta una grave crisi economica
mondiale che nelle sue ricadute sull'economia reale e in particolare sulla
disoccupazione aumenta in tutti i paesi la sensazione di instabilità e di
minaccia alla sopravvivenza. La crisi ha dimostrato i limiti di un'ideologia
basata sulla ricerca individualistica della ricchezza che ha portato
all'autodistruzione del sistema in una recessione economica mondiale che
colpisce soprattutto i paesi più poveri. Per di più, in un sistema dove vige la
forza, chi è destinato a perdere è sempre il più debole che è sprovvisto di
forza contrattuale, l'unica alla quale un'ostinata volgare ideologia continua
ad attribuire valore anche agli effetti risolutivi della crisi.
L'autoregolamentazione e il contratto sono nuovi idoli del mercato globale che
ha clamorosamente fallito.
Senza contare che lo stesso sviluppo economico orientato sempre più verso il
consumismo ha provocato un fenomeno brillantemente descritto di recente da
Robert Reich (Supercapitalismo, 2009). La spinta all'estremo della
concorrenza fra le imprese, al fine di ridurre sempre più i prezzi dei
prodotti, per conquistare i consumatori, ha necessariamente portato alla
riduzione dei costi, laddove era più facile e cioè come sempre nei confronti
dei più deboli, vale a dire i lavoratori. Questi si sono visti via via
sottrarre i diritti che avevano faticosamente conquistato. Insomma, l'interesse
del consumatore ha avuto la meglio sui diritti del cittadino e così la
concorrenza ha sconfitto la democrazia e la sicurezza.
Quella sicurezza, che con la paura, e i diritti è diventata oggetto di
inquietanti antinomie: si calpestano i diritti per garantire la sicurezza, ma
con quelle violazioni si creano paure e così in un circolo vizioso torna la
violenza del Leviatano.
Allora la soluzione sta altrove: cioè sopra il Leviatano, sopra gli stati, cioè
nel rispetto dei diritti umani e in quei principi che stanno sopra e al di fuori
delle norme imposte dal Leviatano.
È pur vero che, come ci hanno insegnato sia N. Bobbio, sia M. Ignatieff, i
diritti umani, nella loro pretesa di universalità, sono assolutamente storici e
neppure assoluti. Alla loro base, tuttavia, nella diversità delle culture,
esiste un minimum senza il quale le società non potrebbero sopravvivere. È in
quel minimum che si sconfigge il loro supposto relativismo ed è in quel minimum
che oggi G.B. Vico riconoscerebbe il senso comune insito nella facoltà
dell'ingenium propria a tutto il genere umano, ed alla sua naturale propensione
alla giustizia. A quella giustizia, alla quale il filosofo napoletano
riconduceva altresì la «sapienza volgare» dei popoli primitivi. Uno dei
maggiori esponenti di questa corrente di pensiero è, attualmente, il filosofo
americano Ronald Dworkin.
Si tratta insomma di massime generali, di standards, pur difformi dalle norme
positive, il cui contenuto si ritrova nei principi soprattutto costituzionali e
poi anche morali di comune accettazione, rappresentati da quel minimum di cui
ho sopra parlato. Ed è questo il momento dell'incontro fra diritto ed etica, a
fini di giustizia e lontano invece dalle equivoche e fuorvianti formule di
codici etici o della responsabilità sociale, o peggio ancora morale, delle
imprese.
Il contenuto di questi principi, di questi standards è estremamente vario e
complesso. E forse non è un caso che a tali principi, i cosiddetti global
legal standards, anche l'Europa stia lavorando per evitare che ci sia la
replica della crisi che ha sconvolto l'economia mondiale.
I principi devono essere accettati dai vari paesi, secondo le modalità e le
strutture del diritto internazionale. Essi serviranno altresì a decidere gli
hard cases, cioè i casi difficili dove la norma manca o è lacunosa. Mi basta
qui citare la straordinaria sentenza della Corte suprema degli Stati uniti nel
caso Roper versus Simmons del 1° marzo 2005. Si trattava di giudicare sulla
pena di morte sentenziata a carico di Christopher Simmons per un assassinio da
lui commesso quando aveva 17 anni. E' noto che l'art. 37 della Convenzione
dell'Onu sui diritti dei minori del 1989 stabilisce, tra l'altro, che: «Né la
pena capitale né l'imprigionamento a vita senza possibilità di rilascio devono
essere decretati per reati commessi da persone di età inferiore ai 18 anni». Ma
è altrettanto noto che gli Stati uniti e la Somalia sono gli unici due paesi al mondo che non
hanno sottoscritto la
Convenzione. Ebbene, la Corte Suprema, nella
sua magistrale sentenza, concluse che: «È corretto che noi si consideri il peso
determinante dell'opinione internazionale contro la pena di morte nei confronti
dei minori, consistente in larga misura sull'instabilità e labilità emozionale
dei minori che può essere spesso fattore del crimine». E così la pena di morte
non fu applicata, perché, secondo l'estensore, il giudice Anthony Kennedy,
sarebbe stata, tra l'altro, contro gli evolving standards of decensy. La
decenza diventa criterio interpretativo e principio fondamentale del diritto!
Il riferimento all'opinione internazionale nell'interpretare la Costituzione
americana è stata poi oggetto di ampie discussioni, che alla fine hanno
confermato il principio statuito dalla Corte suprema.
Vorrei, come finale meditazione, concludere che in presenza di alluvioni
normative e amministrative scoordinate e sovente contraddittorie da parte dei
poteri legislativi ed esecutivi non solo italiani od europei, ma di tutto il
mondo, l'orizzonte del diritto si può aprire soltanto se i giudici sia interni,
sia internazionali, di qualunque categoria, in tutti i paesi democratici,
continueranno impegnando la loro dignità e indipendenza, a rivendicare con
vigore i principi delle libertà democratiche e della giustizia, sia con
valutazioni corrette della realtà, sia con riferimento, quando necessario, agli
standard di civiltà per bloccare la violenza e le iniquità del Leviatano.
Mi piace allora terminare con l'ultima frase scritta da Ronald Dworkin ne L'impero
del diritto (Milano, 1989): «L'atteggiamento del diritto è costruttivo: il
suo scopo, nello spirito interpretativo, è quello di far prevalere il principio
sulla prassi per indicare la strada migliore verso un futuro migliore,
mantenendo una corretta fedeltà nei confronti del passato. Infine, esso
rappresenta un atteggiamento fraterno, un'espressione del modo in cui pur
divisi nei nostri progetti, interessi e convinzioni, le nostre esistenze sono
unite in una comunità. Questo è comunque ciò che è diritto per noi: per gli
individui che vogliamo essere e la comunità in cui vogliamo vivere».
Il manifesto, 26 novembre 2009

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