La pace valutaria non si firma a un tavolo
Oggi stiamo assistendo a una versione diversa di guerra commerciale: quella sulle monete. È uno scontro più infido e confuso.
La crisi finanziaria del 1929 si trasformò nella Grande
depressione a causa della guerra tariffaria che scoppiò fra i paesi ricchi,
Stati Uniti ed Europa in testa a tutti, una battaglia che praticamente annientò
il commercio internazionale. Per fortuna, e grazie a più solide istituzioni
internazionali, la crisi del 2008-09 non ha risvegliato il protezionismo,
almeno finora.
Ma oggi stiamo assistendo a una versione diversa di guerra commerciale: quella
sulle monete. È uno scontro più infido e confuso.
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Mentre chi introduce un nuovo dazio è facilmente
identificabile, i tassi di cambio sono determinati da una complessa (e
difficile da prevedere) combinazione di forze di mercato, aspettative, politiche
monetarie e fiscali spesso difficili da identificare come colpevoli. Ad
esempio, fino a che punto la politica monetaria espansiva della Federal Reserve
è determinata dalla volontà esplicita o implicita di ridurre il valore del
dollaro? Fino a che punto la Cina
e altri paesi emergenti stanno remando contro un apprezzamento delle loro
monete? Proprio perché è difficile stabilire il campo di battaglia e le regole
di questa guerra monetaria, è pressoché impossibile stabilire e far rispettare
accordi di cooperazione.
Gli squilibri commerciali mondiali non sono necessariamente una catastrofe in
sé e per sé. La differenza fra esportazioni e importazioni è la controparte del
divario fra risparmio (privato e pubblico) e investimenti fra paesi. Il fatto
che risparmi e investimenti privati siano sbilanciati nel mondo non è certo una
novità di questi anni. I mercati finanziari da tempo hanno assolto la funzione
di riequilibrare questi flussi finanziari, e se forzassimo investimenti e
risparmi a coincidere sempre e comunque in ogni paese l'allocazione ottimale
delle risorse e la crescita ne risentirebbero. Ma forti squilibri sempre nella
stessa direzione, per anni e anni, portano ad accumuli di crediti e debiti in
diverse parti del mondo che possono diventare destabilizzanti.
Ecco allora che un certo riequilibrio commerciale sarebbe utile. Ma ciò
richiede cambiamenti nelle economie reali, le scorciatoie monetarie servono a
poco. I risparmi privati cinesi (e di altri paesi asiatici) dovranno scendere,
e i cinesi prima o poi inizieranno a consumare di più. D'altro canto il consumo
pubblico corrente e atteso degli Usa, cioè il deficit di oggi e quello previsto
per i prossimi anni, dovrebbero scendere. Politiche fiscali americane più
prudenti avrebbero un effetto di stimolo su investimenti privati ed
esportazioni.
Insomma, la domanda aggregata americana si deve spostare dal
pubblico all'estero, e il rafforzamento del risparmio delle famiglie americane
deve continuare. Ciò che manca alla ripresa americana non sono i consumi
privati né (tanto meno) quelli pubblici. Sono gli investimenti e le
esportazioni che mancano. Le imprese americane sono ricche di profitti, ma non
investono a causa delle incertezze fiscali di Washington. Con più investimenti
aumenterebbe anche la produttività.
Probabilmente i paesi in via di sviluppo, molti dei quali stanno crescendo a
ritmi di quasi il 10% l'anno e stanno importando capitali, dovranno accettare
una rivalutazione delle loro monete, Cina in testa; d'altro lato un dollaro più
forte non sembra dietro l'angolo, e il valore dell'euro dipenderà
dall'andamento delle economie più robuste (la Germania) e di quella dei
paesi in difficoltà di bilancio.
Ma l'idea americana di fissare dei limiti ai deficit e surplus commerciali è
impraticabile. Fino a che le variabili economiche reali non si aggiusteranno i
saldi commerciali non si assesteranno in modo duraturo. E poi, come si può
chiedere a un paese come la
Germania, che grazie a politiche macroeconomiche prudenti,
grazie ad un aumento della produttività e ad anni di moderazione salariale,
cresce sostenuto dalle proprie esportazioni, di rendersi meno competitivo? Non
è politicamente accettabile da Berlino. Perché le formiche tedesche dovrebbero
pagare per le cicale americane?
Insomma la "pace delle monete" non è facilmente imponibile da accordi
internazionali, soprattutto in un mondo multipolare. L'unica speranza è che i
governi non cerchino scorciatoie monetarie per cercare di sanare (e comunque
solo nel breve periodo) problemi che nascono dall'economia reale. Se ciò
accadesse il clima politico internazionale, già pericolosamente peggiorato, ne
risentirebbe ulteriormente.
http://www.ilsole24ore.com 28 ottobre 2010

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