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Tien an men

La metamorfosi dei dittatori

La triste traiettoria delle dittature illiberali è, nei fatti, che esse iniziano rivoluzionarie e finiscono reazionarie

 

 

 

È un fatto incontestabile che conferma che non vi è mai nulla d´identico nella vita di un popolo e neanche nulla di veramente diverso. Oggi dobbiamo innegabilmente fare i conti con il crollo repentino di alcuni Paesi del nord Africa che hanno avuto un´importanza chiave nelle relazioni economiche e diplomatiche di Oriente ed Occidente.

L´Egitto e, forse ancor più, la Libia, hanno destini inseparabili, infatti, dai percorsi dell´Europa e degli Stati Uniti. Indissociabili prima di tutto dalle due figure di Osni Mubarak e del Colonnello Gheddafi. Quest´ultimo ha comprovato la parabola che generalmente accompagna le giganti insurrezioni popolari. Similmente a quanto accaduto all´Irak di Saddam Hussein, Gheddafi non è salito alla guida del suo popolo mediante una dittatura komeinista, paragonabile a quella che in Iran si è imposta con Mahmoud Ahmadinejad sotto la guida dell´ayatollah Ali Khamenei. Il Colonnello è stato fin da principio espressione di una potenza laica e popolare di massa che lo ha condotto nel 1969 a fondare e ad instaurare una repubblica sociale.

La Jamahiria è stata da lui stesso definita in più di un´occasione una sorta di democrazia diretta, senza mediazioni istituzionali di tipo parlamentare o sindacale. In sostanza, egli ha incarnato personalmente una rivoluzione massiccia che lo ha pilotato a capo di un Paese divenuto ben presto crocevia del contenimento moderato e laico dell´integralismo islamico. La vera domanda da porsi è, pertanto, come sia possibile che un uomo il quale ancora trent´anni fa poteva vantare l´identificazione della sua leadership con la nazione libica, senza alcun apparato politico, sia potuto progressivamente giungere ad assoldare milizie mercenarie contro la sua stessa gente, aggirando perfino le comprensibili resistenze dell´esercito ufficiale. D´altronde, adesso non è utile lanciarsi sfide e accuse reciproche in nome di una correa responsabilità per aver intrattenuto rapporti più o meno amicali con lui.

La politica non può mai rinunciare alla diplomazia, specialmente quando vi è in gioco l´interesse nazionale. Semmai la questione è, all´opposto, più generale ed elementare. Cosa origina questi mutamenti radicali? Una rivoluzione nasce senza dubbio da quel fenomeno che Elias Canetti, in Massa e potere ha definito una mobilitazione di energie collettive. Esse sono una forza motrice e invisibile che si muove come la lava sotto i piedi fino a quando non trova un canale per esplodere. I grandi capi rivoluzionari, da Mussolini a Fidel Castro, pur muovendo da istanze diverse e opposte, sono stati dapprima il veicolo di intenzioni popolari profonde che si sono concentrate e raccolte poi su di loro, emergendo infine con loro. Ciò è valso in modo equivalente pure per il Colonnello - curiosamente mai né generale né comandante - Gheddafi.

Il punto è che una spinta rivoluzionaria, la quale fa detonare la conflagrazione di una moltitudine inquieta, non è mai in grado di trasformarsi da sé, neanche a lungo andare, in un evento democratico. Ciò accade perché una robusta sovranità popolare esiste soltanto quando la partecipazione di tutti è diretta verso un fine, è animata da una prospettiva, o, com´è accaduto al Risorgimento italiano, è mossa da una meta ideale alta non riconducibile esclusivamente all´accrescimento del potere.

La triste traiettoria delle dittature illiberali è, nei fatti, che esse iniziano rivoluzionarie e finiscono reazionarie. È una drammatica metamorfosi prodotta dalla conversione della forza in potere a causa della mancanza di valori umani veri che ne preservino la riuscita finale. Come poter spiegare altrimenti il passaggio in Libia dal consenso di massa agli eccidi di massa? Forse, facendo un pizzico di autocritica, al presente l´Occidente dovrebbe individuare le sue responsabilità reali nel favore concesso costantemente ai dittatori e quasi mai alle rivoluzioni, con un disinteresse apatico e costante per la conversione progressiva della forza democratica iniziale dei popoli in dispotismo individuale e prepotente. D´altronde, non c´è nessuna stranezza concreta nei deliri criminali, compiuti dal Colonnello in questi giorni, rispetto alle sue origini sovversive e non esiste alcuna differenza tra il rivoluzionario di ieri e il tiranno di oggi, perché non è subentrata alcuna motivazione etica personale in Gheddafi che abbia ad un certo punto limitato la sua onnipotenza e trasformato il suo potere in autorità.

Probabilmente, scrutando la Libia e pensando ad Irak e Afghanistan, attualmente sarebbe opportuno riconoscere la gravità di una totale assenza di proposte etiche occidentali nelle trattative negoziatrici internazionali, piuttosto che quantificare il numero di strette di mano o di baci che i leader mondiali hanno distribuito a Gheddafi. La debolezza atlantica di Stati Uniti ed Europa si è palesata, in modo clamoroso, nel sostegno dato continuamente ai despoti e nel disinteresse avuto sempre per i popoli in movimento di Paesi strategicamente essenziali per la propria sicurezza e per i propri interessi energetici e militari. Non capendo, in fin dei conti, quanto sia capitale sorreggere disinteressatamente le mozioni umane e civili, giuste ed eque, veicolate dalle sacrosante rivoluzioni democratiche del mondo.

 

la Repubblica | 06 Marzo 2011

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