La menzogna come bandiera
La macchina non ha funzionato, ma resta l´illusoria speranza in un audace, che infranga le leggi e permetta agli uomini deboli, inermi, di consegnargli la loro libertà in cambio di favole e favori.
Due mesi prima della marcia su Roma, l´8 agosto 1922, Luigi
Einaudi prese la penna e disse quel che andava detto nelle ultime ore della
democrazia. Disse alcune cose semplici, profetiche: che «è più facile sperare
di risolvere con mezzi rapidi ed energici un problema complesso, che risolverlo
in effetto». Che l´idea di sostituire il politico con uomini provenienti dalle
industrie, dalla «vita vissuta», è favola perniciosa.
Nella favola i non-politici «trasporteranno al governo i
metodi di azione che sono loro familiari; faranno marciare le ferrovie;
licenzieranno gli inetti; incuteranno un sano terrore agli altri». Ma è una
chimera, e la macchina s´incepperà: «Il problema da risolvere non è già di
trovare dei grandi industriali disposti a governare la cosa pubblica con la
mentalità industriale. Essi non potranno fare che del male. Saranno degli
straordinari improvvisatori». Saranno audaci, ma il primo impulso di simili
audaci è di semplificare quel che è complesso: «di tagliare i nodi gordiani, di
mandare a spasso il giudice che non decide un processo in ventiquattro ore, di
ordinare ai direttori delle banche di emissione di far scendere il cambio del
dollaro a 10 lire e così via».
Gli italiani tuttavia erano attratti dalla chimera, allora come oggi. Il fatto
è che si sentivano abbattuti, tristi: erano «come malati che non trovano tregua
alle loro sofferenze da qualunque lato si voltino». La via della dittatura
pareva così rapida, e brillante, mentre com´era «noiosa, fastidiosa, minuta, la
via della legalità costituzionale, sotto il maligno sguardo di giornali
avversari e infidi»! È a questo punto che Einaudi, che nel ´48 sarà il secondo
Presidente della Repubblica, ricorda come esista una sola salvezza dall´errore
e il disastro che è la dittatura: la discussione, essenza della democrazia. Al
cittadino triste e malato ci si rivolge con fiducia, non trattandolo come un
triste, un malato. Meglio informarlo bene e aiutarlo a discutere sul vero e il
falso, piuttosto che dargli verità preconfezionate per sedarlo. Meglio una
pluralità di poteri, che il potere apparentemente efficace di uno solo.
Sono saggezze che tanti italiani hanno difeso lungo il tempo, ma che si
sfaldano quando viene meno la discussione libera. Si sfaldano da quasi un
ventennio e spesso vien da pensare che siamo nella stasi più totale, ma non è
così: ultimamente qualcosa si è incrinato ancor più vistosamente. Accusato di
reati commessi prima e dopo essere entrato in politica, il premier ha smesso di
presentare le leggi che si fa cucire sulla propria persona come utili per
l´intero Paese. I suoi seguaci, politici o giornalisti, hanno cominciato a dire
apertamente, senza remore, che sì, il Parlamento deve mobilitarsi per mettere
il capo sopra la legge e le corti. Il capo è quel conta, e i suoi eventuali
reati sono bazzecole, da non evocare. Di bene pubblico nessuno parla più,
l´inganno si disfa e tutto ruota attorno a un privato che governando gode di
meritati privilegi.
È cosa sana e buona, rispondere a un attacco giudiziario ad personam con leggi
ad personam. Lo stesso Berlusconi ha citato il mitico mugnaio prussiano che nel
´700 decise di veder riconosciute le proprie ragioni, e ai soprusi di Federico
il Grande replicò: «C´è pur sempre un giudice a Berlino». Solo che Berlusconi
non è un mugnaio, diffida d´ogni giudice, ed essendo Re assoluto pensa di non
dover rispondere dei propri soprusi, di potersi fare giustizia da sé. Perfino
l´apologo sulla giustizia del mugnaio è riuscito a riscrivere, trasformandolo
in apologo dell´impunità.
Altra incrinatura visibile, da settimane, è nel linguaggio dei potenti. I
giudici che indagano sui reati sono chiamati ufficialmente brigatisti
(Berlusconi davanti alla stampa estera, 13 aprile). Il loro scopo è sovvertire
lo Stato, violare la sovranità del popolo elettore. Egualmente eversore è
chiunque dissenta: giornalisti, intellettuali, coi quali non si discute. È
lunga la lista dei neo-terroristi, e in cima a tutti sta ora Asor Rosa.
Probabilmente anche il cardinale Tettamanzi disarticola lo Stato, avendo detto
domenica scorsa al Duomo che davvero paradossali sono questi giorni in cui
tocca domandarsi: «Perché ci sono uomini che fanno la guerra, ma non vogliono
si definiscano come "guerra" le loro azioni violente? Perché molti
agiscono con ingiustizia, ma non vogliono che la giustizia giudichi le loro
azioni?». Siamo, insomma, davanti a un salto di qualità importante, a qualcosa
che somiglia a una vigilia: tanto esibiti, innalzati come stendardi, sono
inganni e paradossi.
Il colmo, a mio parere, è stato raggiunto con l´elogio, da parte di un giornale
del potere berlusconiano, del Grande Inquisitore di Dostoevskij (Il Foglio,
16-4). Nelle Lamentazioni che si recitano alla vigilia della Croce e della
Resurrezione, Geremia parla di abominio, di panno immondo, e c´è un elemento di
abominio nell´allegra difesa di una delle più nere leggende della letteratura.
Come pretesto si è scelto il libro di Franco Cassano, L´Umiltà del Male
(Laterza). La leggenda narra di Gesù che torna sulla Terra - con la sua
mitezza, con i suoi messaggi di libertà - e per la seconda volta, quindici
secoli dopo la sua morte, è giustiziato.
Ma il libro è stravolto, usato in difesa del nostro premier. L´Inquisitore non
è forse santo ma di certo è più attento alle umane debolezze di quanto lo sia
stato Cristo, perché sa quanto il male sia radicato nell´uomo e come difficile
sia estirparlo e dare pace ai mortali infelici invece che tormento e angoscia.
Sa che l´uomo non sopporta la libertà che Cristo gli ha dato: che la salvezza
la troverà inginocchiandosi davanti all´autorità, commettendo le colpe che
vuole ma col consenso delle gerarchie ecclesiastiche, le quali prenderanno su
di sé il castigo patteggiando con Satana. Le parole che ho letto sabato sul
quotidiano berlusconiano sono stupefacenti.
È scritto che il cardinale gesuita di Siviglia (l´Inquisitore), «impartisce (a
Gesù) una lezione appassionata e tragica di umiltà del male e di teologia della
storia e nella storia, spiegandogli che il suo aristocratismo etico, la sua
bontà naturale e santa, non riesce a fare i conti, come riesce invece e bene la
sua chiesa gerarchica, con la natura radicale del peccato umano». Gesù non ha
la boria e la iattanza dei neopuritani che oggi avversano Berlusconi, ma in
fondo appartiene anch´egli a una minoranza etica, che non ama gli uomini come
li ama e li aiuta la
Chiesa. Solo la
Chiesa e l´Inquisitore amano davvero, perché tengono conto
dei «bisogni umili delle maggioranze relativamente indifferenti, di coloro che
non sono tra gli eletti, che per insicurezza chiedono protezione e sogni,
magari anche rivolgendosi ad agenti del male, e che praticano la tutela del
proprio interesse legittimo nelle forme e nei modi possibili alla creatura
umana sofferente» (i corsivi sono miei).
Se Gesù non diventa un brigatista, è solo perché nel momento decisivo (un
momento musicale, vien definito) tace e bacia l´Inquisitore, a suo modo assoggettandosi.
Così vengono distorti sia Gesù sia Dostoevskij: con il suo bacio, infatti, Gesù
non s´assoggetta affatto; non accetta il parere dell´Inquisitore e i consigli
di Satana. Il bacio è dato perché l´Inquisitore ha detto la verità, su se
stesso e la Chiesa
(la Chiesa
gerarchica, non la
Chiesa-popolo di Dio). Perché ancora una volta, come sempre
ha fatto, Gesù restituisce all´uomo, compreso il malvagio, la piena libertà di
scegliere, ragionando, tra il bene e il male. Dostoevskij almeno lo racconta
così: il vecchio Inquisitore sussulta, «il bacio gli arde nel cuore» anche se
resiste nella sua idea.
Non ho mai letto elogi simili del Grande Inquisitore, e mi domando cosa li
renda possibili: oggi, qui in Italia. Forse perché siamo oltre la constatazione
che l´umanità è fatta di un legno storto. La stortura non è constatata, ma
incensata, addirittura cavalcata. Una sfiducia radicale negli uomini permette
agli inquisitori odierni di trasformare il male e l´ingiustizia in vanti
personali messi trionfalmente in mostra. L´uomo è malvagio. Inutile, assurdo,
scommettere sulla sua libertà come fece Cristo, perché questa libertà la
creatura umana vuole consegnarla, in cambio di protezione e sogni (di «felici
canzoni infantili e cori e danze innocenti», scrive Dostoevskij) a chi usa le
tre grandi forze necessarie al controllo delle coscienze: il miracolo, il
mistero, l´autorità.
Per questo si giunge sino a sfoderare la menzogna come bandiera. Si dice senza
temere smentite che Berlusconi è stato sempre assolto nei processi. È un falso:
su 16 processi, solo 3 lo hanno assolto, gli altri o sono stati prescritti o è
stato abolito il reato con leggi ad hoc. Si dice che i suoi processi iniziarono
appena entrò in politica. È un falso: cominciarono prima, e fu colpa di tutta
la classe politica accogliere chi era gravemente indagato. Da allora mentire è
divenuto possibile, fino alle escrescenze odierne. Da allora la democrazia ha
smesso di essere discussione e separazione dei poteri, intrisa com´è di paure,
ricatti, silenzi inauditi. La macchina non ha funzionato, ma resta l´illusoria
speranza in un audace, che infranga le leggi e permetta agli uomini deboli,
inermi, di consegnargli la loro libertà in cambio di favole e favori.
La Repubblica, 19 aprile 2011

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