La manovra dei rinvii che inquieta i mercati
Abbiamo una strada obbligata da percorrere: essere credibili nel rispettare gli impegni di rientro del debito che abbiamo preso.
Il divario fra il rendimento dei titoli di stato tedeschi e
italiani è salito ieri fino a 226 punti base, un nuovo record dopo l´entrata
del nostro Paese nell´euro. Negli ultimi 3 mesi il divario è salito di quasi 80
punti: protratto nel tempo, comporta una tassa di 12 miliardi.
Una tassa sulle spalle del contribuente italiano a vantaggio soprattutto di
investitori esteri. Se non vogliamo pagarla e magari vederci presentare un
conto ancora più salato, abbiamo una strada obbligata da percorrere: essere
credibili nel rispettare gli impegni di rientro del debito che abbiamo preso.
Il nostro governo ha voluto nei mesi scorsi prendere impegni ancora più
stringenti rispetto a quelli che ci venivano richiesti in Europa. Si è dato
l´obiettivo ambiziosissimo di portare il bilancio in pareggio entro il 2014.
Bastava per l´Europa un aggiustamento inferiore, di circa 15 miliardi in meno.
Ma da allora tutti coloro che contribuiscono a formare le opinioni degli
investitori (Ocse, Commissione europea, Fondo monetario, agenzie di rating) ci
chiedono di chiarire come compieremo questo virtuosismo. E ogni ritardo
nell´offrire questi chiarimenti ci costa.
La manovra varata dal governo e poi più volte rivista in quest´ultima settimana
non basta a centrare quell´obiettivo. Ci assicurerà 25 dei 40 miliardi
richiesti e di questi solo 6 prima della fine della legislatura. Gli altri 15
miliardi verranno trovati nella legge delega sulla riforma fiscale, i cui
effetti si faranno sentire rigorosamente solo dal 2013 in poi. Quindi c´è un
rinvio (la definizione dei provvedimenti che dovranno non solo offrire
copertura alla riforma fiscale, ma anche migliorare i saldi per quasi un punto
di Pil) nel rinvio (il fatto che l´onere politico di queste misure ricadrà su
governi successivi anche se questo esecutivo restasse in carica fino alla fine
della legislatura). Forse è anche per questo che gli investitori non sembrano
affatto rassicurati. Si ricorderanno di quanto è successo con lo scalone sulle
pensioni votato da una legislatura per essere attuato in quella successiva e,
alla fine, smantellato dall´esecutivo successivo. E si ricorderanno di quante
deleghe fiscali siano rimaste lettera morta: questa, poi, è un copia-incolla,
peraltro fatto male, di quella del 2003 (provare su www. lavoce. info per
credere).
Ma c´è un altro aspetto di questa manovra che non può che destare
preoccupazioni. È una manovra, per quanto si riesce fin qui a capire dai
documenti del governo, fatta per due terzi di entrate aggiuntive e solo un
terzo di tagli di spesa. Le maggiori entrate potrebbero contare ancora di più
perché gli enti locali (che devono contribuire per quasi 15 miliardi alla
manovra), probabilmente alzeranno le tasse a livello locale per compensare i
minori trasferimenti ricevuti dal governo centrale. Del resto avendo scelto di
far ricadere quasi tutto l´onere dell´aggiustamento sulla spesa non
pensionistica (che pesa per quasi il 40 per cento della spesa corrente ma
contribuirà meno dell´1 per cento alla manovra) non c´era alternativa che
alzare le tasse. Un aggiustamento tutto incentrato sulla spesa avrebbe
comportato tagli del 12 per cento di tutte le altre spese primarie, quelle in
cui già oggi spendiamo molto di meno che gli altri paesi europei, come a suo
tempo sottolineato su queste colonne. La concentrazione della manovra sul lato
delle entrate non può che avere effetti negativi sulla crescita: la storia ci
insegna che i rientri del debito riescono quando comportano soprattutto
riduzioni di spesa, invece che aumenti di tasse.
Per aumentare le entrate, viene introdotta una lunga serie di nuovi balzelli,
tra cui la patrimoniale sulla ricchezza mobiliare efficacemente descritta ieri
da Luigi Spaventa su questo giornale. Da sola porterà a 3 miliardi e mezzo nel
2013, un sesto della manovra prevista per quell´anno. È una tassa che colpisce
soprattutto i piccoli risparmiatori perché preleva un ammontare fisso di fatto
azzerando i rendimenti netti di un investimento di 30 milioni in titoli di
stato. Si mettono, in altre parole, pesantemente “le mani nelle tasche”, meglio
direttamente nei portafogli (titoli) degli italiani, scoraggiando non solo gli
acquisti di titoli di Stato, ma anche investimenti che potrebbero far affluire
risorse alle nostre imprese. Colpiscono soprattutto i più poveri anche le tante
tasse sui giochi introdotte nella manovra: valgono circa mezzo miliardo.
Anche sui tagli di spesa la logica è quella del “ciapa chi ciapa là”, tante
piccole operazioni che tagliano tutte qualcosina contravvenendo a tante
promesse e quindi riducendo il rapporto di fiducia fra il cittadino e lo Stato.
Il caso più emblematico è quello delle pensioni. Dopo le ultime modifiche
porterà a risparmi netti (al netto delle tasse versate dai pensionati) di circa
300 milioni. Viene da chiedersi se valeva la pena di contravvenire alla
promessa di non toccare le prestazioni in essere per raccogliere una somma
relativamente così contenuta.
I più realisti del re sostengono che era difficile aspettarsi di più da un
governo così litigioso. Sarà. Certo che grandi responsabilità per le sorti del
nostro Paese gravano oggi sull´opposizione. Che non può tirarsi fuori. Dire
solo che bisogna cercare di crescere (cosa di per sé vera) oppure opporsi ad
ogni intervento senza proporre alternative condanna tutti, compresa
un´eventuale nuova maggioranza che venisse dopo le elezioni, a dover passare la
prossima legislatura a riparare i guasti prodotti in questo scorcio finale di
Berlusconi IV, vanificando anche quanto di buono fatto in precedenza. Ci sono
tante riforme per la crescita a costo zero che possono essere proposte. Ci sono
interventi tutt´altro che simbolici, nei loro effetti sulla finanza pubblica,
che potrebbero portare a veri tagli nei costi della politica. Due terzi dei
nostri Comuni hanno meno di 5000 abitanti. Abbiamo sindaci di 83 cittadini,
praticamente un consiglio di classe allargato. Ci sono poi interventi
difficili, ma che, se congegnati bene, darebbero più stimolo alla crescita
migliorando la finanza pubblica. Perché ad esempio non aumentare fin da subito
le aliquote sulle rendite finanziarie e abbassare quelle sui depositi bancari
portandole ad un livello uniforme, anziché affidare tutto questo a una legge
delega? Perché non armonizzare l´età di pensionamento delle donne nel privato a
quella del pubblico fin da subito, anziché aspettare fino al 2020? Perché non
rivedere le regole di indicizzazione in linea con quanto avverrà col
contributivo, quindi con il metodo con cui verranno pagate le pensioni ai figli
degli attuali pensionati? Legando l´indicizzazione delle pensioni alla crescita
dell´economia avremmo anche un elettorato più interessato all´andamento della
nostra economia, attento ai figli nella sfera pubblica e non più solo in quella
privata.
La Repubblica 08.07.11

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