La maggioranza lontana dalla democrazia
Reagire uniti al processo di decostituzionalizzazione
Siamo di fronte ad una aggressione continua, manifestazione
pericolosa di una ossessione quotidiana di un presidente del Consiglio che, privo
da sempre del senso delle istituzioni, affida la propria sopravvivenza alla
riduzione d'ogni istituzione ad un cumulo di macerie. La sua furia si nutre di
insinuazioni, minacce, aggiunge all'attacco alla magistratura, abituale oggetto
polemico, un nuovo affondo contro la scuola pubblica.
In questi giorni la
Repubblica italiana sta prendendo congedo dall'Europa e dalla
sua stessa Costituzione. Sta così tagliando le proprie radici. Non siamo solo
di fronte ad una crisi istituzionale e politica, pur profondissima.
Sprofondiamo in un tunnel oscuro, diviene sempre più evidente una
"tirannia della maggioranza" ben al di là dei timori manifestati da
Alexis de Tocqueville, perché la perversa legge elettorale maggioritaria e la
sciagurata deriva verso il bipolarismo hanno separato i "designati"
dai cittadini, hanno fatto perdere al Parlamento la sua virtù rappresentativa.
Ha scritto un filosofo liberale, Ronald Dworkin, che "l'istituzione dei
diritti è cruciale perché rappresenta la promessa della maggioranza alla
minoranza che la sua dignità ed eguaglianza saranno rispettate. Quando le
divisioni tra i gruppi sono molto violente, allora questa promessa, se si vuole
far rispettare il diritto, dev'esser ancor più sincera".
Questi principi non scritti, ma fondativi della città democratica, sono ormai
estranei al modo d'essere dell'attuale maggioranza. E forse la stessa nozione
di maggioranza parlamentare ha perduto il suo significato storico, poiché siamo
di fronte ad una semplice propaggine del potere di un autocrate, che premia
famigli e designa successori, riceve suppliche da chi vuole andare ad occupare
qualche posto di governo, dispone delle cariche pubbliche come di un pezzo del
suo patrimonio personale.
Compiuta la prima fase della sua alta missione con l'edificazione di un muro a
tutela della sua persona, il presidente del Consiglio annuncia ora una
inquietante e pericolosa "fase due". Possiamo legittimamente
chiamarla "decostituzionalizzazione". Questo è il tratto che unisce
le proposte che dovrebbero segnare l'imminente stagione legislativa, nella
quale si vuole sfruttare la spinta propulsiva delle radiose giornate del
processo breve. Si tratta dell'"epocale" riforma costituzionale della
giustizia, del minaccioso ritorno della legge bavaglio sulle intercettazioni,
della disciplina ideologica e proibizionista del testamento biologico.
La riforma della giustizia, infatti, vuole in primo luogo rendere disponibile
per i voleri della maggioranza l'intero sistema giudiziario. Questo non avviene
soltanto attraverso una crescita complessiva del peso della politica in snodi
fondamentali. Il punto chiave della riforma è rappresentato dal fatto che
materie oggi affidate ad una diretta garanzia costituzionale vengono trasferite
alla legislazione ordinaria. Due esempi. Nell'attuale articolo 112 della
Costituzione si stabilisce che: "Il pubblico ministero ha l'obbligo di
esercitare l'azione penale". La riforma proposta dal Governo aggiunge le
parole "secondo i criteri stabiliti dalla legge": sarà dunque la
maggioranza del momento a stabilire in quali casi il pubblico ministero può
indagare. Nell'attuale articolo 109 si stabilisce che "l'autorità
giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria". La riforma
proposta dal Governo prevede che "il giudice e il pubblico ministero
dispongono della polizia giudiziaria secondo le modalità stabilite dalla
legge": sarà dunque la maggioranza del momento a determinare le
informazioni di cui i magistrati potranno disporre. Il mutamento è radicale, la
decostituzionalizzazione è compiuta. Ciò che la Costituzione aveva
voluto sottrarre alla possibile prepotenza delle maggioranze, per garantire
l'autonomia della magistratura, dovrebbe essere assoggettato proprio a questa
ipoteca.
Ed è sempre la decostituzionalizzazione a comparire negli altri casi. Sappiamo
bene che la stretta sulle intercettazioni colpisce uno dei fondamenti della
democrazia, la libertà d'informazione di cui parla l'articolo 21. E la proposta
di legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento (il testamento
biologico) è congegnata in modo tale da espropriare ogni persona del diritto
fondamentale all'autodeterminazione, riconosciuto dalla Corte costituzionale
sulla base degli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione.
Per chiudere definitivamente questa partita, l'obiettivo finale è indicato
appunto nell'odiata Corte costituzionale, con la quale il presidente del
Consiglio annuncia un definitivo regolamento di conti, probabilmente affidato
ad una legge che escluderebbe la possibilità di decidere con il voto della
maggioranza dei suoi componenti, sostituito da un quorum particolarmente
elevato. Una mostruosità giuridica, sconosciuta a ogni civile sistema
giuridico, che produrrebbe l'assurdo effetto di mantenere in vigore leggi che
la maggioranza dei giudici costituzionali ha ritenuto illegittime. Il risultato
complessivo di tutte queste mosse sarebbero la scomparsa di un effettivo
sistema di garanzie, una alterazione degli equilibri costituzionale che ci
porterebbe verso un mutamento di regime.
Quest'orizzonte ravvicinato, realistico e ineludibile, è quello al quale si
deve guardare per individuare le strategie possibili per opporsi a questa
ascesa, che appare a qualcuno non più resistibile con i mezzi ordinari della
democrazia. Ma immaginare rovesciamenti del tavolo rischia di distogliere
l'attenzione dalla faticosa ricerca di quel che deve essere fatto qui e ora.
Dicevo che la fase due, quella della decostituzionalizzazione, è inquietante,
ma pure pericolosa. Il pericolo nasce dal fatto che siamo di fronte a proposte
che potrebbero dividere il fronte delle opposizioni. Quando comparve la
proposta di riforma costituzionale della giustizia, subito si materializzò il
singolare partito dei "sedersialtavolisti". Ma chi mai accetterebbe
di sedersi ad un tavolo da gioco insieme ad un baro, al tavolo di un ristorante
dove il cuoco è un noto avvelenatore travestito da chef creativo? Mi auguro che
la lezione del processo breve alla Camera sia servita a dissuadere gli
aperturisti ad ogni costo, convincendo tutti della necessità di mantenere saldo
un fronte comune. Allo stesso spirito l'opposizione dovrebbe ispirarsi in tutti
gli altri casi, compreso quello del testamento biologico dove qualche cattolico
potrebbe essere sedotto dall'ingannevole richiamo a valori non negoziabili.
In questi ultimi mesi Berlusconi ha costruito un conglomerato di cui non
possono soltanto essere denunciate le modalità corruttive e i rischi grandi che
fa cogliere al paese senza accompagnare questa diagnosi con una strategia
politica conseguente - parlamentare, sociale, elettorale. E allora. Riprodurre
in tutte le prossime occasioni parlamentari i comportamenti tenuti in occasione
del processo breve, sfruttare ogni spazio parlamentare per far discutere le
proposte dell'opposizione. Può reggere la maggioranza ad una mobilitazione
permanente che coinvolga l'intero Governo? Non chiudersi in Parlamento, troppe
cose avvengono nel paese. Costruire, quindi, una solida sponda politica per il
crescente numero di cittadini che non si limitano a manifestare nelle piazze
reale e virtuali ma, così facendo, costruiscono una concreta agenda politica.
Ma, soprattutto, per le opposizioni scocca l'ora obbligata dell'unione, la sola
a poter ricostruire le condizioni per una vera dialettica democratica.
Forse solo la saggia parola alle Camere del Presidente della Repubblica può
ricordare a tutti che la politica deve essere sempre
"costituzionale".
la Repubblica, 18 aprile 2010

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