La linea d´ombra
Il requisito di una democrazia è che il potere si nutra di legalità, oltre che della legittimità data dalle urne. Che il privato non prevalga sul pubblico.E che la politica sia lo strumento per rendere possibile il bene comune.
Viviamo, da ormai quasi un ventennio, nella non-politica.
Della politica abbiamo dimenticato la lingua, il prestigio, la vocazione.
Dicono che a essa si sono sostituiti altri modi d´esercitare l´autorità: il
carisma personale, i sondaggi, il kit di frasi e gesti usati in tv. Ma la
spiegazione è insufficiente, perché tutti questi modi non producono autorità e
ancor meno autorevolezza. Berlusconi ha potere, non autorevolezza. Non sono le
piazze a affievolirla ma alcune istituzioni della Repubblica. Evidentemente non
persuase dalle sue ingiunzioni. Le vedono come ingiunzioni non di un
rappresentante dello Stato, ma di un boss terribilmente somigliante al dr
Mabuse, che nel film di Fritz Lang crea un suo stato nello Stato. Alle varie
istituzioni viene intimato di ubbidire tacendo, e già questo è oltraggio alla
politica e alla Costituzione.
Specialmente sotto tiro è la magistratura, che incarna il diritto. Un gran
numero di magistrati si trova alle prese con un leader-non leader, sospettato
di crimini di cui la giustizia indipendente non può non occuparsi. Le sue
peripezie sessuali lo hanno minato ulteriormente, essendo forse connesse a
reati, e hanno accresciuto la sua inaffidabilità. Questo è il dilemma. Il
carisma che ha avuto e ha presso gli elettori non ha prodotto che subalternità
o resistenza. Il potere gli dà una parvenza di autorità, ma l´autorevolezza,
che è altra cosa, gli manca. Non incarna la legge, il servizio su cui la
politica si fonda, perché questi ingredienti non sono per lui primari.
L´autorevolezza del leader è riconosciuta non solo dall´elettore ma dai pari
grado e dai poteri chiamati per legge a controbilanciare il suo. Il conflitto
tra il Premier e la giustizia non avviene fra due poteri irrispettosi dei
propri limiti, come ha detto lunedì il cardinale Bagnasco. Avviene perché il
premier indagato non va in tribunale, non accetta l´obbligatorietà dell´azione
penale costituzionalmente affidata ai pm (art. 112). I pari grado esigono da
chi comanda capacità di comunicare senza di continuo mentire e smentirsi.
Esigono un equilibrio psichico che non sfoci in aggressività, in punizioni a
tal punto fuori legge che sempre occorre scriverne di nuove.
A questo dovrebbe servire la politica non tirannica: a governare i conflitti
nel loro sorgere, a non intimidire. Berlusconi disconosce tali virtù, per il
semplice motivo che non sa - non vuol sapere - quel che significhino la
politica e il comando. Non il merito e l´autonomia individuale sono stati da
lui rafforzati, come tanti italiani s´attendevano, ma l´appartenenza ai giri di
potere anti-Stato descritti da Gustavo Zagrebelsky (Repubblica 26-3-10) . Non
stupisce la contiguità fra i giri e le associazioni malavitose. Ambedue hanno
potere di nuocere o favorire, non autorevolezza.
Anche il carisma non è politica alta. Il primo è personale e labile, la seconda
essendo un impasto di regole s´innalza sopra il contingente, non si mimetizza
nelle voglie della folla, guarda più lontano. La politica alta è distrutta
quando i cittadini dimenticano che solo le istituzioni durano. Lo disse Jean
Monnet dopo l´ultima guerra, vedendo i disastri commessi dagli Stati e
progettando l´Europa sovranazionale: «Solo le istituzioni son capaci di
divenire più sagge: esse accumulano l´esperienza collettiva, e da questa
esperienza, da questa saggezza, gli uomini sottomessi alle stesse regole
potranno vedere non già il cambiamento della propria natura, ma la graduale
trasformazione del proprio comportamento». Solo l´istituzione ben guidata ha il
carisma, il «dono» di operare per il bene comune indipendentemente da chi
governa.
In Joseph Conrad, la scoperta delle capacità di comando è il momento in cui il
capo della nave oltrepassa la linea d´ombra e apprende il compito come servizio
(il compito di portare nave e passeggeri sani e salvi in porto). È scritto in Tifone:
«Pareva si fossero spente tutte le luci nascoste del mondo. Jukes
istintivamente si rallegrò di avere vicino il Capitano. Ne fu sollevato, come
se quell´uomo, con la sola sua comparsa in coperta, si fosse preso sulle spalle
il peso maggiore della tempesta. Tale è il prestigio, il privilegio e la gloria
del comando. Ma da nessuno al mondo il capitano Mac Whirr avrebbe potuto
attendere un simile sollievo. Tale è la solitudine del comando». Berlusconi è
rimasto al di qua della linea d´ombra. La prova che dall´adolescenza ci immette
nella maturità, non l´ha superata.
Ma il problema non è solo Berlusconi. Al di qua della linea d´ombra è restata
l´idea stessa che in Italia ci si fa della politica. La politica non è
associata a competenza e disinteresse personale, e chi non entra nelle beghe di
quella che in realtà è non-politica, viene chiamato un tecnico o un ingenuo.
Non è associata alla verità, ritenuta quasi un attributo pre-politico. È
dominio fine a se stesso, e così degenera. Lo Stato funziona se gli ordini
vengono eseguiti, ma a condizione che sia custodito il bene comune. Che il
potere si nutra di legalità, oltre che della legittimità data dalle urne. Che
il privato non prevalga sul pubblico.
La vera corruzione italiana comincia qui: nelle teste, prima che nei
portafogli. Non che sia scomparso il politico vero, ma spesso di lui si dice:
«È uno straniero in patria». Sono i falsi politici a considerarlo estraneo ai
giri, alla loro «patria». L´Italia ha conosciuto la politica alta: quella della
destra storica nata dal Risorgimento; quella dei costituenti di destra e
sinistra; quella di Luigi Einaudi. In uno scritto del 1956, il secondo
Presidente della Repubblica invitò gli italiani a non illudersi: «Nessuno Stato
può esistere e durare se non sono saldi i pilastri fondamentali» che sono la
difesa, la sicurezza, il diritto, l´ordine pubblico. Senza tali pilastri «gli
Stati sono cose fragili, che un colpo di vento fa cadere e frantuma». Al capo
politico spetta salvaguardarli, poiché spetterà a lui «dire la parola
risolutiva, dare l´ordine necessario».
Difficile dire la parola risolutiva, quando tutto traballa. Quando la linea
d´ombra non è riconosciuta e il capo vive o cade nella pre-adolescenza. Uno dei
motivi per cui da anni ci arrovelliamo sul potere berlusconiano - è un Regime?
un autoritarismo nuovo? - è questa sua incapacità di dire parole credibili.
L´ubbidienza al politico, scrive ancora Einaudi, è possibile solo se «gli
uomini a cui è affidata l´osservanza della legge non mettono se stessi al di
sopra della legge». Se i capi civili «sapranno di essere confortati dal
consenso di cittadini, convinti che nessuno Stato dura, che nessuna proprietà,
nessuna sicurezza di lavoro, nessuna certezza di avvenire sono pensabili, se
tutti non siano decisi ad osservare i principii vigenti del diritto e
dell´ordine pubblico».
La sinistra ha scoperto tardi la forza delle istituzioni, dello Stato.
Anch´essa ha spesso considerato il sapere tecnico, la legalità, il parlar-vero,
come non-politica. Politica era conquista di posti, più che servizio. Non era
apprendere la prudenza insegnata nel ‘600 da Baltasar Gracián: la prudenza di
chi non si scorda che «c´è chi onora il posto che occupa, e chi invece ne è
onorato». Per questo l´opposizione appare vuota, a volte perfino più
incompetente di alcuni governanti, non meno indifferente ai meriti, non meno
interessata a lottizzare poteri. Lo stesso Veltroni sfugge la politica quando
invita a «viaggiare in mare aperto». C´è bisogno di porti, non fittizi. C´è
bisogno di capire che non cresceremo più come prima. Che non è straniero in
patria chi elogia l´invenzione delle tasse o del Welfare: questo strumento che
crea comunità solidali strappandole alla legge del più forte.
È vero, l´Italia ha bisogno di una rivoluzione democratica. Dunque: di una
rivalutazione della politica. È la politica che deve vagliare i dirigenti e
impedire all´indegno di entrarvi, senz´aspettare la magistratura. Non è solo la
sinistra a poter incarnare simile rivoluzione. Possono farla anche le destre, a
lungo identificate con Berlusconi. Fini è il primo a riscoprire la politica, e
anche la destra storica. C´è una tradizione riformatrice in quella destra,
evocata su questo giornale da Eugenio Scalfari nell´88, nello stesso anno in
cui denunciò l´ascesa del potere televisivo berlusconiano: la tradizione di
Marco Minghetti, di Silvio Spaventa, che esalta la politica come servizio
pubblico. Sinistra e destra debbono ritrovarla, come seppero fare dopo il
ventennio fascista.
La Repubblica, 26 gennaio 2011

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