La linea diretta Lenin-Stalin
Sergej Mel'gunov protagonista a Mosca negli anni della Rivoluzione d'Ottobre denunciò subito le degenerazioni smascherando la logica del «terrore rosso»
Quando negli anni venti dello scorso secolo cominciarono ad aver corso, insieme
a elogi entusiasti, anche le prime motivate critiche delle scelte economiche e
politiche del nuovo potere sovietico, l'attenzione del pubblico era grande: la
rivoluzione sovietica aveva aperto nuovi inediti scenari europei, che avevano
risonanza mondiale, e sapere e capire era necessario per poter giudicare. Ma
quelli che davvero volevano sapere e capire, e che non erano prevenuti a favore
o contro, furono ben pochi. Gli intellettuali che amavano considerarsi "al
disopra della mischia" dimostrarono, come sempre o troppo spesso, una
grande superficialità, e più cecità che lungimiranza: o paura o esaltazione,
quasi mai lucidità o freddezza nell'analisi. Fu solo con gli anni trenta ‑ e
cioè col consolidarsi dello stalinismo e la messa punto di un sistema di
dominio, di un'organizzazione sociale ferrea e dittatoriale che, nel mentre
proponeva risultati economici e militari enormi (i piani quinquennali che
fecero in poco tempo dell'Urss la seconda potenza mondiale), precisava un
controllo sociale e culturale implacabile ‑. che voci di critica e dissenso
ebbero un grande effetto sull'opinione pubblica, da Istrati a Gide a Celine
passando per gli emigrati ed esuli come Souvarine e più tardi VictorSerge. Ma
basterebbe rileggere il viaggio nell'Urss degli anni Trenta del nostro Corrado
Alvaro, che non era particolarmente prevenuto, e che non poté non notare certe
somiglianze tra il regime bolscevico e quello fascista, per vedere come si
oscillasse tra ripudio e ammirazione, tra riconoscimento dei risultati
raggiunti e spavento per l'organizzazione che li aveva imposti.
Oggi, a distanza di quasi cent'anni dalla Rivoluzione, i discorsi dovrebbero
essere chiari, le analisi oggettive. La bibliografia che riguarda quegli anni è
immensa, ma si direbbe, almeno in Italia, che le passioni non si siano placate.
Qui da noi si oscilla in particolare, in modi dirado interessanti, tra un
anticomunismo di tradizione consolidata che vede dell'esperienza sovietica
tutto il nero e una nostalgia piuttosto ottusa e di pochi, poiché i comunisti
italiani hanno scelto da tempo la strada del capitalismo nei fatti come nelle
parole. Più impressionante è la nostalgia del sistema comunista che si
riscontra in Russia, che è nostalgia di un'epoca d'ordine e di consenso, un
consenso basato, per una vasta parte della popolazione, su indubbi progressi
nelle condizioni di vita. Oggi c'è in Italia perfino chi sostiene che il regime
zarista ‑ «un impero autocratico con i suoi boia, i suoi pogrom, i suoi
galloni, le sue carestie, le sue galere siberiane, la sua vecchia iniquità»,
come scrisse tra mille altri Victor-Serge ‑ avrebbe potuto portare
progressivamente, per sua interna evoluzione, ai benefici del benessere e della
democrazia, e anche nell'analisi del libro di Mel'gunov, che fu tra i primi a
denunciare le storture e le violenze, le repressioni e le intolleranze del
nuovo regime, si dimentica che egli che era stato tra l'altro uno stretto
collaboratore di Tolstoj, e che era membro di uno dei molti raggruppamenti
politici, dichiaratamente socialista, che avevano preso parte attiva alla
rivoluzione e che ne furono emarginati dal golpe bolscevico ‑nella rivoluzione
era stato coinvolto direttamente e non ne disconosceva certamente le ragioni e
le cause. Se un effetto finirà per avere l'anticomunismo di certa stampa e di
certa politica, sarà presumibilmente, in Italia, quello contrario a ciò che i
suoi rappresentanti se ne aspettano, di fronte alla crisi evidente del modello
capitalista‑ almeno di quello che ha dominato negli ultimi decenni, che non era
il solo possibile ma è stato quello che ha dominato sugli altri.
L'aspetto più importante del saggio-denuncia di Mel'gunov è la sua denuncia del
"terrore rosso", documentata e serissima, corredata da statistiche
impressionanti, e che va dalla disamina delle decisioni politiche prese dal
partito vincente al resoconto particolareggiato di ciò che accadeva nelle
prigioni sovietiche e nella deportazione. E come in altri casi si resta
sconcertati dal ritardo con il quale l'editoria italiana si è accorta di libri
come questo ‑ e si è grati a Paolo Sensini che l'ha efficacemente introdotto e
commentato e a Sergio Rapetti che ha ricostruito un'esauriente biografia
dell'autore, evocando tutte le sue tribolazioni.
Mel'gunov, "socialista‑popolare" e democratico, fece politica attiva
e fu tra i primi a denunciare i colpi di mano comunisti, l'instaurazione
immediata di un sistema di controllo poliziesco nei confronti degli avversari
di altre correnti e partiti, e la condotta della guerra civile. Tra il 1918 e
il 1922 venne arrestato più volte dalla Ceka. Processato nel 1920, venne
rilasciato grazie alle pressioni di vecchi rivoluzionari ancora intoccabili, come
Kropotkin, ancora vivo e ancora intoccabile, o Korolenko, e quella Vera Figner
eroina decabrista le cui memorie assai belle - un’altra rimozione! ‑ non mi
pare siano mai state tradotte in italiano.
D'accordo, «la rivoluzione non è un pranzo di gala», ma come dice un motto più
antico e di maggior saggezza, il buongiorno si vede dal mattino. L'aspetto più
appassionante del libro di Mel'gunov è la sua denuncia della politica di Lenin,
che permette di considerare gli elementi di continuità e solo quelli, più spesso
studiati, di discontinuità tra Lenin e Stalin. Al tempo di Kruscev, fu Vasiij
Grossman, ex bolscevico convinto, a dirlo sconcertando molti lettori in Tutto scorre (edizione italiana Adelphi
1987). Nel 1967 mi
capitò di recensire il libro ‑ peraltro bello e importante ‑ di Evgenija
Ginzburg, Viaggio nella vertigine (Mondadori) - sui "Piacentini" e di
indicarne i limiti proprio nel fatto che ella si fosse resa conto di cos'era il
regime stalinista soltanto quando colpì direttamente nel suo ambiente, tra i
suoi vicini e conoscenti stessa, ignorando il prima o volendolo ignorare, non
rispondendo alla domanda: quando era cominciato?
Sergei P. Mel'gunov, «Il terrore rosso in Russia 1918‑1923», a cura di
Sergio Rapetti e Paolo Sensini, Jaca Book, Milan pagg. 306, €29,00.
Il Sole 24 Ore Domenica 17.10.10

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