La Libia e noi
La fibrillazione dei mercati energetici nasce dai disordini e dalle rivolte popolari del Mediterraneo.
Il prezzo del petrolio ha raggiunto ieri a Londra durante le contrattazioni i 105.1 dollari a barile con un balzo di 2,6 dollari rispetto al giorno precedente. Si tratta del livello più alto del prezzo del Brent dal 25 settembre 2008. Contestualmente l’oro, classico bene rifugio, è salito a 1.400,40 dollari l’oncia al livello più elevato delle ultime sette settimane, mentre argento e palladio sono al loro picco rispettivamente da trentuno e dieci anni.
LE PRIME RIVOLTE
La fibrillazione dei mercati energetici, e di conseguenza
dei metalli preziosi e delle materie prime internazionali, è il risultato dei
disordini e delle rivolte popolari che dalle coste del Mediterraneo –Tunisia,
Egitto, Libia – si vanno trasmettendo al Medio Oriente e al Golfo Persico –
Yemen, Iran, Bahrein. Ma sono soprattutto i recenti sviluppi libici e la
violentissima repressione che si sta scatenando in queste ore a fare scorrere
brividi gelidi lungo la schiena dei governanti dei paesi occidentali, dei
dirigenti di molte loro imprese e degli operatori, finanziari e non, dei
mercati energetici. E questo vale in particolare per l’Italia.
Il malcontento era dapprima esploso in Tunisia, paese di solo
10 milioni di abitanti, ciascuno con un reddito di 3.654 dollari nel 2009, e
privo di risorse energetiche. Una importante fonte di entrate sono i diritti di
transito del Transmed, il gasdotto che connette l’Algeria con
l’Italia. Un primo problema per l’Italia si potrebbe verificare allorché il
nuovo regime tunisino decidesse di rivedere al rialzo dei diritti di passaggio,
attualmente molto bassi. Il rischio potrebbe essere quello di un nuovo caso
Ucraina.
L’Eni è presente in Tunisia dal 1961, nelle attività di esplorazione e
produzione di idrocarburi, concentrate soprattutto nell’offshore del Mar
Mediterraneo di fronte ad Hammamet e nelle aree desertiche del sud.
Il contagio aveva successivamente provocato la rivolta e il rovesciamento del
regime di Mubarak in Egitto, una nazione otto volte più
popolosa della Tunisia, ma con un reddito procapite addirittura inferiore
(2.194 dollari), nonostante l’importanza delle attività energetiche. Paese
(relativamente) povero di petrolio, ma ricco di gas naturale, al terzo posto
per riserve nel continente africano (1 per cento delle riserve mondiali, vedi
figure), è attivo nella raffinazione del petrolio che viene riesportato,
insieme al gas.
Soprattutto unica è la collocazione strategica del paese, a cavallo tra Mar
Mediterraneo e Mar Rosso tramite il Canale di Suez. Anche in
questo caso, uno sciopero dei sottopagati lavoratori di Suez potrebbe causare
dei blocchi temporanei dei transiti lungo il canale, così come incrementi
significativi dei diritti di passaggio, magari decisi da un nuovo governo
ansioso di guadagnarsi velocemente il favore popolare, potrebbero obbligare
petrolio e derrate alimentari a costosi allungamenti del percorso prima di
approdare ai porti europei e americani. Questi fatti potrebbero fare lievitare
i prezzi di petrolio e materie prime alimentari. Mentre finora si è verificato
solo un atto di sabotaggio, agli inizi del mese, che ha seriamente danneggiato
il gasdotto che fornisce la
Giordania e Israele di gas proveniente dall’Egitto. Una
esplosione ha causato un vasto incendio nei pressi della località egiziana di
el-Arich, sul braccio dell’infrastruttura diretto in Giordania. Del gasdotto si
parla da tempo in Egitto, per le accuse rivolte al clan Mubarak di presunte
tangenti ottenute grazie all’affare.
L'Egitto è il primo paese in cui l'Eni ha svolto il ruolo
d'operatore di idrocarburi all'estero, nel 1953. È presente anche nel settore
della liquefazione del gas naturale e dell'ingegneria e costruzioni. Nel 2008,
Eni è stato il primo operatore internazionale di idrocarburi nel paese. Per
l’attività di esplorazione, detiene nel paese 59 concessioni minerarie che
interessano una superficie complessiva di 26.335 chilometri
quadrati (di cui 9.741 in
quota Eni). Le principali attività produttive sono condotte nella concessione
di Belayim (Eni 100 per cento), nel Golfo di Suez con produzione di olio e
condensati, in quelle prevalentemente a gas naturale di North Port Said (ex
Port Fouad, Eni 100 per cento), di Baltim (Eni 50 per cento, operatore), di Ras
el Barr (Eni 50 per cento) e di el Temsah (Eni 50 per cento, operatore).
TIMORI DALLA LIBIA
Ma è soprattutto la sanguinosa repressione della rivolta in Libia
a destare grande preoccupazione, al punto che è iniziata l’evacuazione del
personale diplomatico e di quello delle compagnie petrolifere occidentali là
operanti. Dopo che nel 2003 e 2004 sono state tolte le sanzioni internazionali
di Onu e Usa e dopo che questi ultimi hanno nel 2006 cessato di designare il
paese come sponsor del terrorismo internazionale, le compagnie petrolifere
internazionali come la spagnola Repsol Ypf, l’Eni, l’austriaca Omv, la francese
Total e l’inglese Bp avevano ripreso le attività di esplorazione e produzione
di idrocarburi. In particolare, Eni è presente in Libia nelle
attività di esplorazione e produzione di petrolio e del gas naturale dal 1959.
L’attività produttiva ed esplorativa è condotta nell’offshore del Mar
Mediterraneo, di fronte a Tripoli e nel deserto libico. A fine 2009 Eni era
presente in tredici titoli minerari, per una superficie complessiva di circa 36.374 chilometri
quadrati (18.165
chilometri in quota Eni). Le attività di Eni in Libia
sono regolate da contratti di Exploration and Production Sharing
Agreement (Epsa) che hanno durata fino al 2042 per le produzioni a olio e
al 2047 per quelle a gas. Nel 2009 Eni è il primo operatore internazionali di
idrocarburi con una produzione di 522 mila barili di olio equivalente al giorno
(244mila in quota Eni, di cui il 44 per cento di liquidi). Sia il settore
petrolifero che quello del gas sono dominati dalla compagnia petrolifera
nazionale Noc, la quale opera nel settore dell’export in joint venture con
operatori occidentali. Un esempio è il Western Libyan Gas Project che al 50 per
cento con Eni provvede a esportare gas verso l’Italia attraverso il gasdotto Greenstream.
Pur essendo 14 volte meno popolata (6,3 milioni) e con un reddito procapite
cinque volte più alto (11.307 dollari nel 2009), è soprattutto in campo
energetico che tra Egitto e Libia vi sono importantidifferenze. La (forse ex)
Jamahiriya del colonnello Gheddafi, membro dell’Opec annoverato tra i falchi
dell’organizzazione, possiede le maggiori riserve provate di
petrolio dell’intero continente africano, seguita da Nigeria e Algeria. Con 44
miliardi di barili rappresenta il 3 per cento delle riserve mondiali, al nono
posto assoluto, localizzate per l’80 per cento nel Golfo della Sirte. Sebbene
ecceda la quota Opec, la produzione di petrolio è pari a 1,65 milioni di barili
al giorno, di cui 1,5 milioni (derivati dal petrolio) sono esportati. Il nostro
paese è il maggiore beneficiario, ricevendo il 32 per cento dell’export,
seguito da Germania (14 per cento) , Cina (10 per cento) e Francia (10 per
cento). La qualità del greggio libico è molto apprezzata,
essendo generalmente leggera e dolce, così da farne materia prima pregiata
soprattutto per la produzione di carburanti per autotrazione molto richiesti in
Europa. Per riserve di gas la
Libia è al quarto posto nel continente africano dopo Nigeria,
Algeria ed Egitto, e solo quindicesima al mondo (1 per cento del totale). La
produzione di gas è stata nel 2008 di 17,1 miliardi di metri cubi, di cui 11,2
esportati: mentre 6 sono stati liquefatti e trasportati via nave, i restanti
10,6 hanno preso la via dell’Italia e dell’Europa tramite il gasdotto Greenstream,
operato in partnership con Eni, lungo 520 km, che connette Mellitah a Gela in
Sicilia. Circa il 60 per cento del gas prodotto è esportato in Italia, mentre
una piccola parte è liquefatto e spedito in Spagna.
Nel complesso gli idrocarburi rappresentano per i nostri dirimpettai della
costa sud del Mediterraneo il 95 per cento dei ricavi delle esportazioni e l’80
per cento delle entrate fiscali. Il dato dovrebbe tranquillizzare l’Europa e in
particolare l’Italia ritenendosi improbabili importanti e prolungati blocchi
delle forniture di petrolio e gas ai paesi importatori. Questo non
significa che scaramucce ed episodi isolati non si possano verificare. Per
esempio, Al Jazeera riferiva ieri che il campo petrolifero di Nafoora aveva
fermato la produzione per uno sciopero dei lavoratori. Questi fatti accrescono
il supply risk e spiegano perché è stato il Brent londinese a
impennarsi, mentre l’americano Wti si colloca a 95,4 dollari.
PROBLEMI PER L’ITALIA
Ma è l’Italia a trovarsi nella situazione
più critica nei confronti della Libia, per tre motivi. Il primo è che il nostro
paese, e il suo governo, è il più “colluso” con il regime di Gheddafi. Senza
entrare in considerazioni strettamente politiche, la propagandata amicizia con
il colonnello fa sì che i rischi di ritorsione da parte degli
insorti nell’eventualità che questi prevalgano sono maggiori. Anche gli
attestati di supporto alle legittime rivendicazioni popolari e
all’instaurazione di un regime democratico non beneficerebbero di grande
credibilità. Tutto questo pone a rischio le relazioni politico-diplomatiche tra
i due paesi, la condizione dei nostri concittadini presenti nel paese, le sorti
delle nostre imprese e dei loro ingenti investimenti, la gestione dei
prevedibili flussi migratori clandestini. Il secondo motivo è strettamente
collegato al precedente, e riguarda gli interessi economici
che intercorrono tra Libia e Italia. La Libia è il primo azionista di Unicredit con il
7,50 per cento del capitale, possiede l’1 per cento di Eni e il 2 per cento di
Finmeccanica. Attive in Libia sono alcune nostre grandi imprese, come Eni,
Anas, Impregilo, Finmeccanica, Iveco. Nel complesso, l’Italia rappresenta il primo
partner commerciale della Libia. La quota italiana delle importazioni
libiche si è attestata nel 2009 al 17,4 per cento, nel primo semestre del 2010
le nostre esportazioni verso quel paese sono cresciute del 4 per cento. L'interscambio
tra i due paesi nel primo semestre 2010 è arrivato a circa 6,8 miliardi di
euro, con un incremento del 12,53 per cento rispetto all’anno precedente. Il
terzo motivo per cui l’Italia si trova in maggiore difficoltà con la crisi
libica è proprio quello energetico. La
Libia si colloca infatti rispettivamente al primo e al terzo
posto tra i nostri fornitori di petrolio e gas naturale, l’Italia è il primo
acquirente del greggio libico e gli idrocarburi rappresentano circa il 99 per
cento delle importazioni italiane dalla Libia.
È per tali motivi che in questo momento la cautela è d’obbligo e il fiato
sospeso una condizione inevitabile.
http://www.lavoce.info 22.02.2011

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