La jouissance de la femme
Molto difficile parlare di sessualità femminile
Mi è stato chiesto da alcuni amici di partecipare ad un convegno che si terrà il prossimo anno e di parlare della sessualità femminile, in genere in questi eventi mi diverto, vado volentieri, vedo vecchi amici, conosco persone nuove, sono una buona occasione di arricchimento personale e professionale e di scambio.
Ma il primo impulso è stato quello di dire no, ed è ciò che ho fatto; mi sono detto cosa ne so io della sessualità femminile, cosa avrei potuto dire? Di cosa potevo parlare, del clitoride, del punto G? Ma se faccio persino fatica a trovare l’edicola sotto casa col navigatore satellitare, figuriamoci il punto G.
E’ che noi uomini in genere non sappiamo niente della sessualità femminile, nel migliore dei casi il godimento della donna è motivo di orgoglio per un uomo, che ne rivendica il merito e la paternità (illuso!!!), nel peggiore dei casi l’uomo proprio se ne frega del godimento della donna, chiede svogliatamente: “Ti è piaciuto, cara?”, oppure gira le spalle e legge o dorme.
Credo che persino Penelope (moglie di Odisseo) e Felipa (moglie di Cristoforo Colombo) si saranno lamentate che i rispettivi mariti, che pure erano esploratori e navigatori, avessero esplorato così poco ciò che avevano in camera da letto.
La soluzione potrebbe essere quella di invitare una collega donna a parlare della sessualità femminile, ma chissà perché neanche questa soluzione mi soddisfa del tutto; sarà perché in questo campo non ho sentito discorsi differenti da quelli maschili, di solito, sarà perché da qualche parte mi risuona il detto di Jacques Lacan secondo cui per le donne la “donna” è già l’altro sesso, esattamente come per gli uomini.
Ora, Lacan non era esattamente un cretino, dunque dovremmo farci rimbalzare il suo detto per sentire (più che per capire) cosa ha voluto dire; e il suo discorso è abbastanza semplice, lui dice che noi ci sessualizziamo attraverso l’identificazione con un significante sessuale, ma che nella nostra cultura esiste un unico significante sessuale che è il fallo (da non confondere col pene, quest’ultimo è da intendere come l’oggetto concreto, mentre il fallo ha lo statuto di un significante).
Se questo è vero, ciò significa che non esiste un significante che determini il sesso femminile, che entrambi i sessi si determinano a partire dall’unico significante maschile, con la differenza che mentre il maschio HA il fallo (e ne va orgoglioso di questo possesso, come se fosse uno scettro), la donna È il fallo, tutto il suo corpo lo è, la sua intera persona (e questo spiega il perché l’isteria sia una patologia tipicamente, anche se non esclusivamente, femminile, dove le paralisi isteriche possono essere viste come altrettante erezioni e le crisi epilettoidi, toniche, cloniche, le contorsioni, l’opistotono, la belle indifference, come orgasmi, gli orgasmi che non riesce ad avere e perché la donna ha un’attenzione particolare, cosmetica, per il proprio corpo).
Ma questo vuol dire pure ciò che Lacan scandisce a chiare lettere: “Il n'y a pas de rapport sexuel” (non esiste il rapporto sessuale), e l’orgasmo sta li a significare che il rapporto, il fare di DUE UNO, è un’illusione che dura per breve tempo, fino all’orgasmo appunto, che esiste il piacere come funzione d’organo, come “scarica”, ma non esiste il godimento come appagamento del desiderio.
Uomini e donne, quindi, parlano della “donna”, della sua sessualità, del suo godimento, come se stessero parlando dell’altro sesso; non è raro sentire una donna che parla del sesso femminile come vuoto, cavità, nulla.
I miei amici hanno insistito, non si sono arresi al mio no, mi hanno fatto una proposta che non potevo rifiutare, e voi non sapete quanto i “cartelli” psicoanalitici possano essere più “convincenti” dei corleonesi o di una ‘ndrina di Platì.
Ho accettato, però, perché mi è venuta un’idea nel frattempo su che cosa avrei potuto dire, ho pensato: faccio parlare un poeta, un folle e un mistico; loro, insieme, sanno del godimento femminile più di mille legioni di psicoanalisti (uomini o donne che siano).
Il poeta è Giovanni Pascoli, tutti noi conosciamo le drammatiche vicende della sua vita: il padre muore ucciso da un colpo di fucile mentre stava tornando a casa da Cesena quando Giovanni aveva 12 anni, la madre muore appena un anno dopo di crepacuore perché non riesce a reggere la morte del marito, lo stesso anno muore anche la sorella Margherita, e qualche anno dopo moriranno Luigi e Giacomo.
Questi catena di eventi luttuosi e sconvolgenti, che si abbattono sulla sua famiglia sviluppano in Giovanni una particolare sensibilità, ciò che gli è venuto a mancare, il significante fondamentale del nome del padre, lo va a domandare ossessivamente a chi sa e tace, a chi non risponde, al carrettiere che viene giù dai monti, alle rane, ai fiori notturni, al vento, al giglio che ha piantato la madre prima di morire e che è l’ultima cosa che gli rimane di lei.
C’è questo gioco di fruscii della natura, delle cose, il verso degli animali, il canto dei grilli notturni, il verso del merlo, le onomatopee che usa nella sua poesia che potrebbero introdurre la dimensione dell’altro che è venuto a mancare, potrebbero dirgli cos’è un uomo, cos'è un maschio.
Perché Pascoli non ha altra sessualità che quella femminile, non ha avuto accesso alla sessualità maschile e la avverte come mancanza, dando voce ad una struggente nostalgia di qualcosa di appena accennato ma mai compiuto, mai portato a termine, che lascia scoperto l’essenziale e lascia un vuoto incolmabile.
Ecco il senso del suo domandare, tutta la prima poesia di Pascoli, quella ancora spontanea, non costruita come sarà quella dell’ultimo periodo (quella del confronto col suo maestro Giosuè Carducci), è un incessante domandare alla natura ciò che mi è venuto a mancare, producendo un vuoto nel luogo dell’Altro.
Pascoli non avrà una sua vita sessuale, non avrà neppure una sua vita familiare, ad eccezione del rapporto con le sorelle minori: il matrimonio di Ida sarà interpretato come un vero e proprio tradimento, che gli causerà una notevole sofferenza e un episodio depressivo e il rapporto con Maria sembra molto morboso, al punto che Vittorino Andreoli ha sospettato potesse essere di tipo incestuoso.
Nelle sue poesie la funzione maschile è completamente assente, oggetto di vaghe nostalgie, mentre sembra possedere una particolare sensibilità per la sessualità femminile che molto delicatamente scorge ad esempio nella poesia Il gelsomino notturno (pubblicata nei Canti di Castelvecchio nel 1904, scritta in occasione delle nozze del suo amico Gabriele Briganti qualche anno prima).
E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso a’ miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.
Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l’ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.
Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l’erba sopra le fosse.
Un’ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l’aia azzurra
va col suo pigolìo di stelle.
Per tutta la notte s’esala
l’odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s’è spento ...
È l’alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l’urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.
La metafora sessuale è chiara, il simbolismo evidente, sta raffigurando la prima notte di nozze in un periodo storico in cui la prima notte era davvero il primo incontro intimo fra un uomo e una donna, ma stupisce che sia qui raffigurato simbolicamente solo il sesso femminile, nel momento in cui di notte schiude la sua palpitante sessualità, apre la sua intimità.
E’ possibile cogliere tutto lo stupore atterrito e nostalgico del poeta, che si trova di fronte ad un momento tenero, ad un arcano ancestrale, all’attimo in cui una donna per la prima volta concede la sua intimità all’uomo che ama, si dona a lui, gli si apre come il gelsomino notturno apre i suoi petali (possiamo vederli quasi questi petali che si aprono, sentirne il fruscio, coglierne il colore rosso, sentire l’afrore che ne esala, toccarne l’umore).
La scena è incantata, come in una sequenza filmica girata immagine per immagine, per un antico rispetto nel varcare l’intimità della donna e per poterne assaporare lentamente istante per istante tutti gli effluvi in una sorta di estasi cosmica, di freudiano sentimento oceanico.
Non esiste il corrispettivo maschile nella poesia, né è (nemmeno lontanamente) rappresentato il coito, soltanto l’aprirsi e il chiudersi dei petali che al mattino, dentro “l’urna molle e segreta” portano una felicità nuova di cui il poeta non saprebbe dirne niente, come se ci fosse un vuoto; di questo segreto domanda alla natura, all’altro che sa e che tace.
Nonostante i riferimenti personali, che però compaiono come impossibilità a godere nella poesia, è evidente che tutto questo discorso non parla a lui, c’è bisogno in qualche modo di un altro orecchio che ascolti, di un altro sguardo che veda; la poesia probabilmente per Pascoli è il suo modo per evitare la psicosi, questo domandare incessante suppone che l’Altro da qualche parte ci sia, basta ascoltare la natura, decifrarne i segni, per sapere che c’è e qual’è il suo discorso.
Il passo ulteriore, dove l’Altro non c’è, è forcluso (verwerfung, dice Freud), è quello che compie invece il Presidente Schreber, che scrisse le Memorie di un malato di nervi, testo commentato da Freud nel 1910 e che rappresentò il punto di rottura fra Freud e il suo allievo Carl Gustav Jung.
Per Schreber gli uccelli parlano, invece, cavolo se parlano, hanno un sacco di cose da dirgli, anzi addirittura parlano per ingannarlo, perché lui perde delle ore a sentire gli uccelli nel parco parlare e non si accorge che invece fanno finta, cercano di trarlo in inganno, è Dio che vuole ingannarlo attraverso il loro parlare. Questi uccelli parlano, ma lo fanno come parlano le donne quando si incontrano, per non dirsi niente, per far pettegolezzo e basta. Nel luogo dell’Altro, del padre, di Dio, del dottor Flechsig che lo cura (l’Altro può assumere molti nomi) c’è il vuoto a cui si sostituisce il delirio di Schreber. Visto che l’Altro non da segni di presenza, visto che non capisce, Schreber ha pensato che l’unico modo perché Dio capisca è quello di avere un rapporto sessuale con lui, allora egli si trasformerà in donna, ogni suo nervo, ogni sua fibra diventeranno femminili, in modo tale che Dio possa avere un rapporto con lui e allora non potrà più non capirlo. Allo stesso modo Schreber, nella sua trasformazione da uomo in donna, non potrà non comprendere la donna e l’unico modo per comprendere una donna è essere come lei, essere lei.
Il mistico è Juan de la Cruz, nominato Doctor Mysticus dai cattolici; egli sa perfettamente che il rapporto non esiste, che due non saranno mai uno, che l’amore è un equivoco di persona in cui scambiamo l’Altro per un altro e quando sospettiamo la faccenda, iniziamo a pretendere che l’altro che abbiamo al fianco cerchi di assomigliare quanto più possibile all’Altro.
Per i mistici i rapporti con gli altri esseri umani sono superflui, preferiscono avere un rapporto intimo, esclusivo con l’Altro assoluto, direttamente con Dio, in cui loro diventano l’altro per Dio, l’oggetto senza cui Dio è incompleto, senza scopo.
Ma questa posizione parte da una profonda comprensione del rapporto sessuale, non ne può prescindere, e per capirlo basta soltanto meditare su queste parole che lo stesso Juan ha voluto tramandarci: “Più salivo in alto / più il mio sguardo s’offuscava / e la più aspra conquista / fu un’opera di buio; / ma nella furia amorosa / ciecamente m’avventai / così in alto, così in alto / che raggiunsi la preda”.
http://garbo.ilcannocchiale.it 1 dicembre 2010

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