La Gerusalemme Digitale Politica, Economia e Desideri di un Essere Collettivo
Accade così che una risorsa potenziale ( appunto “virtuale”) come la rete si rivela troppo spesso un nuovo mondo già ampiamente colonizzato da vecchi schemi mentali.
Il concetto di “essere collettivo” si riferisce a sistemi in
cui più agenti, interfacciandosi cognitivamente tra loro, danno luogo a
fenomeni emergenti non riducibili ai singoli elementi. Un’entità di questo tipo
ha molte delle caratteristiche dei sistemi viventi, in particolare il tutto è
ampiamente indipendente dalla semplice somma delle parti.
La comprensione dei processi di comunicazione e conoscenza in Rete implica una
riflessione critica sul “sistema cognitivo globale” di questo particolare
essere collettivo: quali sono i meccanismi della sua memoria, quali pesi e
codici influenzano la visibilità delle informazioni, cosa e come dimentica, o
rimuove?
Non si tratta di un problema architettonico e tecnologico, ma di una questione
sottilmente culturale. Come in ogni forma di comunicazione, molti elementi del
discorso sono influenzati dal contesto e dalle specifiche modalità entro cui si
svolge. E’ necessario indagare le semantiche nascoste dietro protocolli e
piattaforme in modo da garantire una consapevole trasparenza delle attività e
delle possibilità della rete, capirne i meccanismi di amplificazione e
cancellazione, le diverse personalità collettive in gioco.
La Rete sarà più accessibile quanto più riusciremo a rilevare e decifrare le
diverse convenzioni emergenti, sfuggendo al dibattito ingenuo sulla sua
“naturalezza” o “artificialità”.
L’intera questione è attraversata e continuamente ridefinita da quella che
possiamo identificare come una cifra essenziale delle società occidentali: la
tensione tra la dilatazione dell’espressione individuale e le transizioni
tumultuose dei nuovi bisogni di comunità.
1) Mappe, Territori, Esplorazioni
Il tema di una “cultura senza barriere” comprende in un unico appello quella
che sembra una caratteristica, un’urgenza ed una possibilità della nostra
contemporaneità. La questione che dobbiamo indagare è quanto, e come, una
cultura senza barriere si realizza nell’incarnare il Sapere e la sue pratiche
nel corpo de-localizzato della Rete.
Le possibilità tecnologiche “on–line” sembrano offrire una risposta liberatoria
e definitiva all’esigenza antica di una condivisione permanente delle
conoscenze, al punto da far intendere il rapporto binario on /off line come una
demarcazione tra epoche culturali. L’epoca “off ” è segnata dalle catene del
territorio e del mercato sul potenziale culturale, vincoli che ne determinano
le caste gerarchiche, la localizzazione elitaria, il difficile accesso, tutti
aspetti che favoriscono esclusione, controllo, censura. L’era “on” è invece lo
scenario di un corpo glorioso ed immacolato, enciclopedico ed auto poietico,
quello che Nicola Cusano direbbe ipersferico, e che:
“ha per così dire il suo centro ovunque e la sua circonferenza in nessun posto,
poiché Dio è circonferenza e centro, dato che è dappertutto e in nessun
posto”(De Dotta Ignorantia, 1488). E’ l’utopia del corpo angelico della
“conoscenza” pura, liberata dai suoi gravami terreni. Davanti ad una
prospettiva così radicale ed esaltante è necessario evocare almeno un tafano
socratico posto ai fianchi della gerusalemme digitale “come ai fianchi di un
cavallo di buona razza, ma per la sua stessa grandezza un poco tardo e
bisognoso di essere stimolato”.
La prima puntura che vorrei proporvi è di tipo epistemologico e cognitivo. La
polarità on/off ricorda molto da vicino il dibattito contemporaneo delle
neuroscienze sui rapporti tra mente e cervello, quello che in altre sedi
abbiamo chiamato il “paradosso di Gogol” ( Licata, 2008). Nessuno ha mai visto
in giro una mente senza cervello come accade al naso della celebre novella
russa, e neppure il cervello nel vaso di Putnam. La mente non può essere
ridotta ai suoi “correlati neurali” o ad una macchina di Turing, ma è un
processo dinamico che riorganizza continuamente le sue risorse nell’interazione
tra organismo e ambiente. Sarebbe però assolutamente ingenuo adottare una
prospettiva opposta, quella di una mente “indipendente” dalle bio-logiche da
cui emerge. Spostato sulla dicotomia off/on sembrerebbe che nella modalità
“off” il Sapere è in qualche modo “impuro”, corrotto e limitato dalle sue forme
di produzione e trasmissione, mentre il mondo “on” permette alla conoscenza di
librarsi verso cieli più liberi e puri con il solo appoggio di un corpo
“immateriale”, realizzando il paradosso di Gogol. Questo spiega forse perché un
certo neo-platonismo pervade molte teorizzazioni della rete. Abbiamo bisogno
dunque di un po’ di sano aristotelismo come antidoto, per ricordarci che non
esiste un medium “neutro” e che il Sapere stesso non può neppure essere
concepito ed utilizzato senza il territorio e la merce, o più in generale senza
il riferimento “attuale” alle motivazioni del bisogno qui ed ora. Se accettiamo
di trasferirci sul pianeta “on” dobbiamo imparare a riconoscere che ci portiamo
dietro intatte tutte le ricchezze e le conflittualità del mondo “off”, come
accade agli esploratori di Solaris ( Lem, 1961). Nel romanzo gli uomini si
interrogano sulla natura del pianeta con immagini che sembrano oggi efficaci
metafore della rete. Solaris appartiene infatti alla classe dei “metamorpha”,
uno “yogi cosmico”, opera una “auto metamorfosi ontologica”, è un “oceano
debilitato”:
“ Chiunque si immerga nello studio delle numerose problematiche legate alle
‘costruzioni’ di Solaris ha l’impressione di trovarsi dinanzi a creazioni
intelligenti, e talvolta geniali, mescolate senza ordine e senza scopo a
prodotti di una stupidità confinante con l’idiozia”.
I tre scienziati in orbita intorno a Solaris capiranno alla fine che il
“pianeta vivente” non fa altro che restituire, amplificandole, le loro storie.
Pensare la rete come incarnazione della “struttura” della conoscenza e deus ex
machina computazionale per la risoluzione dei problemi di trasmissione del
sapere equivale a far passare inosservate quelle che qui chiameremo “semantiche
nascoste”, e che sono parte integrante di ogni processo cognitivo e di
comunicazione. Queste non vanno considerate come “virus” maligni inoculati a
bella posta nel corpo sano del sapere a perturbarne la fisiologia ottimale, ma
sono un aspetto vitale dell’emergenza di ogni processo collettivo di produzione
intellettuale e materiale autenticamente complesso, e dunque umano. Emergenza
vuol dire che nessun singolo agente in un processo collettivo ha il pieno
controllo dell’esito globale, e neppure consapevolezza della fuzziness
semantica che attraversa e nutre la catena informazionale. Questo aspetto
naturalmente non riguarda soltanto la rete “tecnologica” ma ogni processo
culturale. In questo senso, la rete è sempre esistita perché non si dà
conoscenza di alcun tipo al di fuori di una connessione “reticolare” tra agenti
cognitivi distribuita nel tempo e nello spazio, un’ecologia delle menti in cui
i vincoli e le barriere dei significati condivisi -esplicitamente ed
implicitamente- costituiscono proprio l’aspetto essenziale e vitale del
processo costruttivo.
La nozione di “barriera” non va vista dunque semplicemente come “limite”. Non
basta più l’immagine rassicurante e liberatoria di uno spazio del Sapere
“virtualizzato” ( Levy, 2002). La barriera va intesa nel senso più ampio di
vincolo e veicolo della complessità dei processi di conoscenza. La rete
digitale non è un territorio vergine, ma una mappa, e come ogni mappa è
tracciata dalle scelte cognitive, estetiche, economiche , politiche, da
bisogni, desideri e volizioni che esistono dietro e sotto l’informazione, in
quel grande “vettore” che è il motore sporco e inefficiente del mondo e del
corpo. Gran parte della complessità e delle semantiche nascoste trova origine
proprio in quel mondo “materiale” che spesso ci illudiamo di esserci lasciati
alle spalle. Proprio come non si può camminare senza attrito, lo sviluppo di
conoscenza è impossibile se sradicata dalle “intenzioni al contorno” materiali
e cognitive che ne costituiscono il motore. Rendersi conto di questo è un passo
indispensabile per superare la falsa dicotomia on/off e la questione della
naturalezza e dell’artificialità della rete, ed aver chiaro che l’uso della
rete mostra due direzioni che hanno vocazioni asintoticamente diverse:
“La Rete è
sospesa oggi tra due scenari in equilibrio instabile: da una parte la vitalità
della risorsa collettiva, la virtualità "virtuosa", la condivisione e
lo sviluppo delle conoscenze e dei progetti; dall’altra il
"congelamento" della virtualità come vita "artificiale",
parallela, alternativa ed in sé conclusa, la virtualità senza vitalità della
macchina dei desideri. Il futuro politico della Rete si decide proprio in
rapporto al prevalere o meno di una di queste due possibilità. O comunque dalla
misura in cui almeno una di esse riuscirà a restare una pratica possibile”
(Licata, L‘utopia e la rete, in Decoder).
Le “virtù” della rete sono dunque quelle delle emergenze possibili che la sua
attività dinamica produce. Non esistono saperi incorporei, ma processi
reticolari che rispecchiano le scelte plurali dei suoi agenti. Ognuna di queste
scelte produce reti diverse ed usi diversi della rete. Proprio come accade con
la nostra mente ed il linguaggio, il “global brain” è un processo che non si
limita a trasmettere informazione, ma la riplasma in relazione alle dinamiche
degli agenti in gioco producendo mondi semantici in competizione/cooperazione
tra loro. Lo scenario più adatto per analizzare questi aspetti è fornito dalla
fisica dell’emergenza ed in particolare dal concetto di “essere collettivo”
2- L’ Essere Collettivo tra Paradigmi & Paradogmi
Per Essere Collettivo intendiamo un insieme di agenti cognitivi che si
interfacciano per operare assieme all’interno di un modello condiviso. Il
modello non va qui inteso come un insieme di statements ben specificati, ma
piuttosto come una costellazione di pratiche e “paradigmi in cui confluiscono
assieme conoscenze ed interpretazioni, strategie comunicative di
sovrapposizione ed interferenza, intenzioni, e semantiche “hidden”.
Per fare un paio di esempi volutamente “ampi”, pensiamo alle opera barocche.
Oggi possiamo deliziarci del genio individuale di Vivaldi, Porpora o Hendel, ma
per comprendere quel processo di produzione musicale non possiamo rifarci soltanto
ai trattati musicali del tempo ( che di quel mondo rappresentano la conoscenza
esplicita), ma anche a quelle convenzioni del “Teatro alla Moda” su cui si
esercitò l’ironia sottile di Benedetto Marcello. Un altro esempio è quello
della produzione scientifica, dove al di là delle teorie e degli esperimenti
idealizzati dei papers, c’è un “saper fare” che è strettamente collegato ad un
complesso gioco di convenzioni, pregiudizi, e interessi che attraversano e
assestano i giudizi della “comunità“. Questa situazione complessa è molto ben
descritta dai nuovo concetto di “microparadigmi”: idee-guida che costituiscono
il “filtro cognitivo” della ricerca, e che sono spesso plasmate da interessi
economici e bisogni tecnologici che “selezionano” un trend di ricerca rispetto
ad un altro di uguale dignità intellettuale ma poco funzionale al sistema.(
Giuliani et al., 2008).
Ci avviciniamo rapidamente al sapere dell’uomo comune ed ai meccanismi di
formazione della “pubblica opinione”, quelli che altrove abbiamo definito
“paradogmi”:
“Saldamente ancorata ai bisogni ed ai meccanismi sociali, veicolata ed
amplificata dalla comunicazione di massa, la parodia della pubblica opinione
funziona ai massimi livelli proprio nelle società che credono di essere più
smaliziate, dove ognuno si sente ormai abbastanza "soggetto" da non
poter avere nulla a che fare con la media grigia del modello. In realtà, la
regola comprende tutte le sue eccezioni, proprio come un valore medio comprende
concettualmente il gioco delle fluttuazioni che danzano intorno ad esso senza
mai allontanarsene troppo. È l'esistenza di una Pubblica Opinione che permette
ad ognuno l'illusione, questa sì "privata" fino alle soglie del
solipsismo, di un proprio spazio "eretico", di una "diversità"
che in fondo è solo variazione su tema. Gli opinionisti sono i grandi solisti
di queste variazioni, personaggi mediaticamente estrapolati dal loro contesto
originario, moltiplicati all'infinito per se stessi ed assurti al rango di
predicatori della falsa pluralità. La banalità possente della Pubblica Opinione
si rivela un gioco sottile, in grado di mettere in scena vari tipi di
opposizioni o ribellioni illusorie.
Come un pianeta massivo, attira a sé ogni
tentativo di espressione "personale", che si rivela così soltanto un
satellite a cui spetta una ben precisa orbita più o meno eccentrica ma
saldamente periodica - pensiamo alla ciclicità delle mode e delle contestazioni.
In apparente contraddizione con la sua natura ottusa, la Pubblica Opinione
fornisce gli alibi per l'offerta di un consumo culturale "raffinato",
e per la proliferazione dei riti narcisisti della "coltivazione del
sé". Più che alla vecchia metafora del parametro d'ordine, capace di
mettere in riga elettroni nei laser e visioni del mondo nel corpo sociale in
modo coerente, sincronizzato ed uniforme, è più utile guardare alla
"moderna" Pubblica Opinione come ad uno strano attrattore, il volto
geometrico del caos, percorsi infiniti che in realtà sono chiusi in un
ristrettissimo spazio dove tutto è vicinissimo al suo contrario. La Pubblica Opinione,
in una società ad alta virtualizzazione, costruisce visioni del mondo e
dispositivi linguistici, come il mercato produce l'offerta delle merci e
diversifica i suoi consumatori” (Licata, “Paradogmi” su Golemindispensabile).
A questo punto dovrebbe apparire abbastanza chiaro che le semantiche nascoste
della rete derivano da quella rete più antica e stratificata che inoculiamo nei
nuovi media e nelle nuove tecnologie e che è costituita semplicemente da quella
rete culturale ed economica più ampia e diffusa che pre-esiste al nostro
battesimo digitale.
Accade così che una risorsa potenziale ( appunto “virtuale”) come la rete si
rivela troppo spesso un nuovo mondo già ampiamente colonizzato da vecchi schemi
mentali. Sul piano “alto” la scienza “on-line” appare vincolata quanto quella
delle riviste tradizionali, ed appena più “rapida”, mentre nell’enorme agorà
disponibile per la contrattazione e lo scambio troviamo gli stessi feticci
culturali e politici già ruminati dai media tradizionali, con buona pace per
l’allergia dichiarata dai nativi digitali e dai loro più maturi sodali verso
giornali e tv. Gli stessi attrattori a punto fisso, gli stessi luoghi comuni.
In particolare, la stessa politica, gli stessi desideri, la stessa “struttura”
economica.
E’ un bilancio amaro quello che ci si presenta sotto forma di un eterno ritorno
de-materializzato alle lusinghe, illusioni e capitomboli del mondo “off”. Ma
fin qui nulla di nuovo sotto il sole.
A preoccuparci è piuttosto l’idea di una sommaria “ri-definizione” della
democrazia nella sua versione sub specie digitalis, tensione sempre più potente
tra i sostenitori della rete. Le “anomalie” politiche ed i gruppi di affinità,
la reti di coordinamento, monitoraggio ed intervento sul territorio, insomma
tutti quei modi possibili e diversi di utilizzare la rete come strumento di
pensare e fare la politica, sono ancora esperienze marginali. Sotto
l’angelologia scolastica delle chiacchiere sulla cyber democrazia - attività
oziosa e molto diffusa in cui si ritrovano vecchi guru e giovani furbi- , si
assiste di fatto alle trasformazioni, neppure troppo originali- delle categorie
tradizionali in politica. Non diversamente vanno le cose in economia: la rete è
il veicolo principe proprio di quella globalizzazione selvaggia che ha
progressivamente svuotato la rappresentatività democratica e l’ha relegata a
nuova forma di spettacolo ego-centrato. Analogo discorso può farsi- e viene
fatto con osservazioni estemporanee e saggi su riviste di scienze sociali dalla
metodologia incerta- sull’arricchimento del concetto tradizionale di
“identità”. Anche questo non è un fenomeno della rete, ma una semplice
trasposizione dei processi in atto, con valenze diverse, nella società: da una
parte la perdita di definizione dell’identità “statica”, una volta associata
alle condizioni materiali ed al ruolo sociale dell’individuo, dall’altra la
proliferazione della maschere seduttive e l’erosione dei “generi” sessuale in
favore della mise en scene di un eros polimorfo ed insoddisfatto, appena
“liquido”, secondo Z. Baumann. Ma naturalmente questi nuovi gradi di libertà
antropologici sono illusori se non vengono radicati in un fare economico e
politico diverso.
Non ci sentiamo dunque di condividere facili entusiasmi sulla banda larga o sul
riciclaggio digitale dell’utopia e della “complessità”. La rete rappresenta una
condivisione di risorse troppo importante per limitarsi a soluzioni facili di
pura continuità. Pensiamo piuttosto sia necessario ingegnarsi per mettere “a
testa in giù” quest’ennesima propaggine hegeliana delle rappresentazioni del
mondo.
Bibliografia:
Lem, S. (1961) , Solaris (ed. it. 1982, tr. E. Bolzoni, Mondadori)
Levy, P. (2002), L’intelligenza Collettiva, Feltrinelli
Licata, I. (2002), L’Utopia e la
Rete, in Decoder,
http://www.decoder.it/approfondimenti.php?task=view&articleID=77
Licata, i (2004), “Paradogmi” in Golem l’Indispensabile ,
http://www.golemindispensabile.it/index.php?_idnodo=7664&_idfrm=107
Licata, I. (2008), La
Logica Aperta della Mente, Codice, Torino
Alessandro Giuliani, Carlo Modonesi, Lorenzo Farina, Ignazio Licata,Roberto
Germano, Joseph. P. Zbilut,,
(2008) “A Contemporary Pathology of Science” in Ann Ist Super Sanità ,Vol. 44,
No. 3: 211-213
Isem, Institute for Scientific Methodology , Palermo
Ignazio.licata@ejtp.info

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