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disperazione

La follia che ci abita

Scrive Kant: "La ragione è un isola piccolissima nell'oceano dell'irrazionale"

 

 

 

Ennesimo dramma della follia: a Varese un uomo uccide la moglie e i due figli per poi togliersi la vita. A parte l'incremento esponenziale di drammi familiari pubblicati dai giornali, non posso fare a meno di notare un generale sproloquio medlatlco, una abuso linguistico e antropologico di termini quali follia, pazzia, tragedia.
Nella maggior parte dei casi di omicidio familiare sembra che non si riesca a trovare altro movente se non quello della pazzia: le madri come novelle Agavi euripidee, invasate da un perverso Dioniso, fanno fuori Pentei infanti, e così via in un grandguignolesco teatro della pazzia.
L'opinione pubblica sembra ripudiare l'idea che una madre, un padre, un familiare stretto possa ucciderne un altro con coscienza, preferendo attribuire il gesto a un non ben definito raptus di follia. Ma è davvero così? Perché ci si rifiuta di ammettere che l'omicidio cosciente e intenzionale può travalicare anche i confini della parentela, specie quando il parente è il proprio figlio o il proprio genitore?
Il grande Michel Foucault nel suo lo Pierre Riviere ... abbatte quella viscida patina di sacralità che pervade il concetto di "famiglia" mostrando come un essere umano possa uccidere un padre, una madre, una sorella, un fratello o perché no, tutti quanti assieme, con lucida cognizione del gesto, e in perfetta sanità mentale, senza che alcun Dioniso debba scomodarsi per invasarlo.
Sia concesso pure che nella fattispecie quel gesto, per quanto non giustificablle, concedeva numerose attenuanti e il giovane Riviere, considerato da tutti il classico "scemo del villaggio" giustificò il massacro del 1835 con l'intento di "liberare" il padre (così disse) dalle persecuzioni della moglie. Arrestato dopo un mese di latitanza, bollato di pazzia e condannato al carcere a vita, concluse la sua esistenza impiccandosi il 20 ottobre 1840. Durante gli anni di prigionia scrisse le sue memorie, fogli di carta che tradiscono i sentimenti di un uomo che tutto può essere definito, fuorché pazzo. Narrano invece di un uomo povero, schiacciato dal consorzio civile prima e dalle grandi istituzioni custodialistiche poi: in nome del primo aveva ucciso, in nome delle seconde si era tolto la vita.
E infine, che tragedie sono queste, dove i drammi satireschi a chiusura di sipario sono ridotti a siparietti da talk show con disgustosi plastici e sedicenti criminologi da dare in pasto a spettatori affamati che la catarsi non sanno nemmeno cosa sia. Cosa ne pensa, professore? Un saluto da un giovane studente nonché suo affezionato lettore!

 

Gherardo Fabretti


L'umanità ha sempre riferito tutto ciò che fuoriesce dall'ordine razionale a potenze superiori a cui attribuirne la responsabilità, forse allo scopo di salvaguardare la comunità dagli eccessi di violenza e garantirne l'ordinata convivenza, Valga per tutti l'esempio di Agamennone che, per rifarsi della perdita della propria concubina, sottrae ad Achille la sua, Quando si ravvede così si giustifica: "Ma io non ho colpa, bensì Zeus e il destino e le Erinni viaggiatrici nelle tenebre, essi che nell'assemblea mi gettarono nel senno un grande obnubilamento, quel giorno in cui tolsi ad Achille la sua schiava, Ma che potevo io fare? È un Dio che manda a termine tutte le cose", Non è una giustificazione di comodo perché Achille così risponde: "Conosco quanto tremende sono le rovine che gli dèi infliggono alle menti degli uomini, altrimenti mai Agamennone mi avrebbe sottratto la fanciulla" (lliade XIX, 86-137),
Con l'avvento della religione cristiana quanto i Greci riferivano agli dèi viene attribuito al diavolo, e perciò nascono le pratiche esorcistiche per liberare l'anima da tale possessione, Con la nascita della scienza moderna ci si congeda da demoni e dèi, per attribuire quanto di orribile gli uomini possono fare alla follia, Nozione non ben precisata, se è vero che ancora nell'Ottocento gli psichiatri, nel congedare i pazienti dai manicomi apponevano, accanto alla loro firma, la sigla "D.c." (Deo concedente), se il dio concede di abbandonare la mente di qust'uomo, non sarà più necessario un ricovero.
Siamo soliti ritenerci ragionevoli, dimenticando che la ragione è una piccolissima zattera su cui galleggiamo finché la furia delle onde non la travolge, E allora è la follia e non la ragione il nostro habitat abituale, a cui l'umanità ha cercato di porre degli argini prima con i riti, poi con le religioni, infine con regole di convivenza, leggi, istituzioni, Finché queste strategie tengono, Basta infatti che le pratiche razionali si sospendano, Come nel sonno, o sotto l'effetto dell'alcol o della droga, che il teatro della follia, che costantemente ci abita, apre il suo sipario truce e abissale nelle forme della sua devastazione.

 

http://www.repubblica.it - sabato 10.10.09

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