La fine dei tiranni
E’ indiscutibilmente vero che non c’è più posto sulla terra per i tiranni: la vicenda libica ne è una nuova prevedibile conferma.
Chi può oggi sostenere ragionevolmente che un governo autoritario è
un buon governo o che il rispetto dei diritti è una cattiva pratica? E in
questo clima di vittoria morale e ideologica del valore del diritto e dei
principi dell’89 che i tiranni appaiono come schegge di un’era passata,
destinati a non avere futuro. Del resto, nessun governo, nemmeno il più
tirannico può durare più di una manciata di ore se pensa di resistere avendo
contro l’opinione del suo popolo.
I pensatori illuministi pensavano che la diffusione del governo per mezzo
dell’opinione avrebbe travalicato gli stati, e fatto sì che il giudizio
pubblico riuscisse a monitorare tutti i governanti mettendone a nudo gli
arbitrii e le debolezze. Fino a quando, in nessun angolo della terra il tiranno
avrebbe potuto trovare riparo, nascondersi al giudizio del mondo. Una volta che
il governo costituzionale avesse vinto la sua battaglia anche in un solo Paese,
il volto del potere
avrebbe fatalmente perso i tratti della bestialità e della violenza. Dal 1649, l’anno
nel quale gli inglesi tagliarono la testa al loro re divenuto tiranno, il
destino della tirannia sarebbe stato segnato. Certo, sul modo di chiudere il conto con il tiranno non ci
sarebbero state opinioni concordi, allora come oggi. Ma è indiscutibilmente
vero che non c’è più posto sulla terra per i tiranni: la vicenda libica ne è
una nuova prevedibile conferma.
Il tirannicidio è stato tradizionalmente il mito fondativo delle democrazie,
benché solo quelle rappresentative siano riuscite nel difficile compito di
neutralizzarlo. Lo hanno fatto depersonalizzando il potere. Proceduralizzando
la distribuzione e il ricambio dell’esercizio del potere, le democrazie
rappresentative hanno riportato il punto archimedeo dentro il processo della
decisione collettiva. Hanno cioè dato completa immanenza al principio di
autorità facendola dipendere dalla conta dei voti. Hanno in questo modo
neutralizzato i loro naturali nemici, i pochi (o l’uno, che dei pochi è parte).
La democrazia diretta non è mai riuscita a incorporare i nemici (anche se li ha
saputi tollerare senza doverli eliminare). L’altrove è restato sempre una
effettiva e concreta possibilità e, soprattutto, uno scopo legittimo per una
parte della comunità politica (gli oligarchi) che l’ha perseguito senza
interruzione e nella convinzione di lottare contro un pessimo governo, quello
dei molti. La fine di questa condizione di endogena precarietà le democrazie
moderne l’hanno ottenuta scrivendo costituzioni e adottando la rappresentanza.
In questo modo, esse hanno tolto ai loro nemici naturali (i pochi) l’oggetto
del contendere, il dissenso radicale su “chi” ha il diritto di prendere le
decisioni e di giudicare.
Pare evidente che il problema di un altrove rispetto alla democrazia sia dipeso
e dipenda dalla collocazione dei pochi. Lo aveva efficacemente chiarito
Machiavelli. Ai molti è sufficiente sapere di essere sicuri nella libertà
personale. Essere non dominati è per i molti bastante. Ma non lo è per i
“grandi”, la cui forte passione per il potere (o perché hanno interessi corposi
da difendere o perché mossi da ambizione) è conveniente per tutti che venga
soddisfatta senza danno per la società, visto che non può essere eliminata.
Ecco quindi prefigurate le due strategie dal buon uso delle quali dipende la soluzione
del problema tirannico: i molti hanno, se così si può dire, bisogno di tonici o
stimolanti affinché vincano la propensione a non occuparsi della cosa pubblica;
i pochi devono invece essere moderati nella loro passione eccessiva con
strategie depressive. La buona costituzione è allora quella che riesce a
contenere la passione per il potere che è dei pochi attraverso un sistema di
partecipazione e di controllo che coinvolga tutti. Raggiunto questo obiettivo,
sembra di poter dire che l’ordine politico dei moderni non ha più oppositori
interni radicali perché è riuscito a rendere i suoi potenziali nemici parte del
gioco. Vista da questa angolatura, la rappresentanza politica non solo non è
una violazione della democrazia, ma è anzi il mezzo che l’ha rafforzata
liberandola da quell’alterità endogena che per secoli l’aveva tenuta sotto
scacco. Questo significa che oggi, la possibile violazione della democrazia
sarà violazione della rappresentanza politica, tentativo mai accantonato di
trasformarla in rappresentazione teologica o mistica dell’unità del popolo,
fondata, magari, su una premessa di omogeneità intollerante e discriminatoria o
sul mito di un capo carismatico. Una rappresentanza che è opposta a quella
politica. La tentazione tirannica prenderà la forma di un “dispotismo
indiretto”. Se nell’antichità o nelle società attuali che non hanno ancora
conosciuto la democrazia costituzionale il rischio alla democrazia veniva e
viene dal versante del potere della volontà (togliere il diritto di votare),
nelle democrazie rappresentative il rischio viene dal versante dell’opinione,
dall’uso dei mezzi di formazione e diffusione delle opinioni. In forma
indiretta, ovvero per rendere i cittadini docili o, quando ciò non funzioni,
per togliere l’audio alla loro voce. Rendendo il loro voto la registrazione di
un consenso fabbricato non da loro, e spesso contro i loro interessi.
Repubblica 25/10/2011

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