La democrazia senza i partiti
La dialettica tra governo e società non trova oggi in Italia la necessaria mediazione dei partiti.
Ma, quando tutto questo sarà finito, che cosa sarà della
politica e delle sue istituzioni? Diremo che è stata una parentesi oppure una
rivelazione? Parentesi che, come si è aperta, così si chiude ridando voce al
discorso di prima; oppure rivelazione di qualcosa di nuovo, sorto dalle macerie
del vecchio?
Queste domande devono apparire insensate a coloro che pensano o sostengono che
nulla di rilevante sia accaduto e che tutto, in fondo, sarà come prima, così
forse credendo di meglio contrastare la tesi estremistica di coloro che, per
loro irresponsabili intenti, hanno gridato allo scandalo costituzionale, al
colpo o colpetto di stato. In effetti, chi potrebbe dire che la Costituzione è stata
violata?
La scelta del presidente del Consiglio è stata fatta dal presidente della
Repubblica; il presidente del Consiglio ha proposto al presidente della
Repubblica la lista dei ministri e questi li ha nominati; il governo si è
presentato alle Camere e ha ottenuto la fiducia; leggi e decreti del governo
dovranno passare all´approvazione del Parlamento. Non c´è che dire: tutto in
regola. Dovrebbero essere soddisfatti perfino coloro i quali pensano che la
legge elettorale abbia sterilizzando poteri e possibilità del presidente della
Repubblica. Come il potere di ricercare in Parlamento eventuali maggioranze
diverse da quella venuta dalle elezioni. Per costoro, in caso di crisi, si
dovrebbe necessariamente, sempre e comunque, ritornare a votare. Quella che si
è formata per sostenere il nuovo governo, infatti, non è una maggioranza
alternativa alla precedente; è – di fatto – la stessa, soltanto allargata a
forze di opposizione chiamate a condividerne le responsabilità. Abbiamo girato
pagina quanto alle persone al governo – il che non è poco – ma non abbiamo
affatto rotto la continuità politica, come del resto il presidente del
Consiglio, con atti e parole, continuamente, tiene a precisare. Onde potrebbe
dirsi: prosecuzione della vecchia politica con altra competenza e
rispettabilità. Nelle presenti condizioni politiche parlamentari, del resto,
non potrebbe essere altrimenti.
Per quanto riguarda la legalità costituzionale di quanto accaduto, nulla dunque
da eccepire. Semplicemente, il presidente della Repubblica ha fatto un uso
delle sue prerogative che è valso a colmare il deficit d´iniziativa e di
responsabilità di forze politiche palesemente paralizzate dalle loro contraddizioni,
di fronte all´incombere di un rischio-fallimento, al tempo stesso, economico e
finanziario, sociale e politico, unanimemente riconosciuto nella sua gravità e
impellenza. Fine, su questo punto.
È invece sulla sostanza costituzionale, sotto il profilo della democrazia, che
occorre aprire una discussione. È qui che ci si deve chiedere che cosa
troveremo alla fine (perché, prima o poi, tutto è destinato a finire e
qualcos´altro incomincia).
Di fronte alla pressione della questione finanziaria e alle misure necessarie
per fronteggiarla, i partiti politici hanno semplicemente alzato bandiera
bianca, riconoscendo la propria impotenza, e si sono messi da parte. Nessun
partito, nessuno schieramento di partiti, nessun leader politico, è stato nelle
condizioni di parlare ai cittadini così: questo è il programma, queste le
misure e questi i costi da pagare per il risanamento o, addirittura, per la
salvezza, e siamo disposti ad assumere le responsabilità conseguenti. Né la
maggioranza precedente, che proprio di fronte alle difficoltà, si andava
sfaldando; né l´opposizione, che era sfaldata da prima. Niente di niente e, in
questo niente, il ricorso al salvagente offerto dal presidente della Repubblica
con la sua iniziativa per un governo fuori dai partiti è evidentemente apparsa
l´unica via d´uscita. Insomma, comunque la si rigiri, è evidente la bancarotta,
anzi l´autodichiarazione di bancarotta.
Di fronte a grandi problemi, ci si aspetterebbe una grande “classe dirigente”,
che cogliesse l´occasione propizia per mostrarsi capace d´iniziativa politica.
Sennò: dirigente di che cosa?
Si dirà: e il governo, pur piovuto dal cielo, è tuttavia sostenuto dai partiti;
anzi, il sostegno non è mai stato, nella storia della Repubblica, così largo; i
partiti, quale più quale meno, per senso di responsabilità o per impossibilità
di fare diversamente, alla fin fine, si mostrano in questo modo all´altezza
della situazione. Sì e no. Sì, perché voteranno; no, perché il voto non è un
sostegno e un coinvolgimento nelle scelte del governo ma è, piuttosto, una
reciproca sopportazione in stato di necessità. Il governo, timoroso d´essere
intralciato dai partiti; i partiti, timorosi di compromettersi col governo. Il
presidente del Consiglio ha onestamente riconosciuto che i partiti, meno si
fanno sentire, meglio è: votino le proposte del governo e basta. I partiti, a
loro volta, sono in un´evidente contraddizione: devono ma non possono.
Avvertono di dover votare ma, al tempo stesso, avvertono anche che non possono
farlo impunemente. Gli stessi emendamenti di cui si discute in questi giorni
sembrano più che altro dei conati: per usare il linguaggio corrente, non un
“metterci la faccia”, ma un cercare di “salvarsi la faccia”.
In questa delicata situazione, i partiti devono esserci ma vorrebbero non esserci.
Per questo, meno si fanno vedere, meglio è. I contatti, quando ci sono,
avvengono dalla porta di servizio. Alla fine, si arriverà, con il sollievo di
tutti, a un paradossale voto di fiducia che, strozzando il dibattito
parlamentare, imporrà l´approvazione a scatola chiusa e permetterà di dire al
proprio elettorato: non avrei voluto, ma sono stato costretto.
Ma c´è dell´altro. In un momento drammatico come questo, con il malessere
sociale che cresce e dilaga, con la società che si divide tra chi può sempre di
più, chi può ancora e chi non può più, con il bisogno di protezione dei deboli
esposti a quella che avvertono come grande ingiustizia: proprio in questo
momento i partiti sono come evaporati. Corrono il rischio che si finisca, per
la loro stessa ammissione, per considerarli cose superflue, d´altri tempi. In
qualunque democrazia, i partiti hanno il compito di raccogliere le istanze
sociali e trasformarle in proposte politiche, per “concorrere con metodo
democratico alla politica nazionale”, come dice l´articolo 49 della
Costituzione: sono dunque dei trasformatori di bisogni in politiche. Una volta
svolto questo compito di unificazione secondo disegni generali, ne hanno un
secondo, altrettanto importante: di tenere insieme la società, per la parte che
ciascuno rappresenta, nel sostegno alla realizzazione dell´indirizzo politico,
se fanno parte della maggioranza, e nell´opporsi, se non ne fanno parte. Un
duplice compito di strutturazione democratica, in assenza del quale si genera
un vuoto, una pericolosa situazione di anomia, cioè di disordine politico, nel
quale il governo si trova a dover fare i conti direttamente col disfacimento
particolaristico, corporativo ed egoistico dei gruppi sociali, inevitabilmente
privilegiando i più forti a danno dei più deboli. La dialettica tra governo e
società non trova oggi in Italia la necessaria mediazione dei partiti. Di
questa, invece, la democrazia, in qualsiasi sua forma, ha necessità vitale.
Gli storici avrebbero molto da dirci sulla miscela perversa di crisi sociale e
alienazione politica, cioè sulla rottura del nesso che i partiti devono creare
tra società e Stato. Non che la storia sia il prodotto di leggi ineluttabili,
ma certo fornisce numerosi esempi, nemmeno tanto lontani nel tempo: nel nostro
caso, esempi – che sono ammonimenti – del disastro che si produce quando le
forze della rappresentanza politica e sociale si ritirano a favore di soluzioni
tecnocratiche, apparentemente neutrali, né di destra né di sinistra, al di
sopra delle parti. Può essere che in queste considerazioni ci sia una piega di
pessimismo, ma vale l´ammonimento: non tutti gli ottimisti sono sciocchi, ma
tutti gli sciocchi sono ottimisti.
E allora? Allora, il rischio è che, “quando tutto questo sarà finito” ci si
ritrovi nel vuoto di rappresentanza. Una certa destra nel vuoto si muove molto
bene, per mezzo di qualche facilissima trovata demagogica. Il vuoto, invece, a
sinistra ha bisogno di ben altro, cioè di partecipazione e di fiducia da
riallacciare tra cittadini, e tra cittadini e quelle istituzioni che esistono
per organizzare politicamente i loro ideali e interessi. Questo – altro che
sparire, arrendendosi alle difficoltà – è il compito che attende i partiti che
stanno da quella parte, un compito che ha bisogno di idee e programmi, strutture
politiche rinnovate e trasparenti, uomini e donne di cui ci si possa fidare.
Non di salvatori che “scendono in campo”, ma di seri lavoratori della politica,
degni del rispetto dei cittadini di cui si propongono come rappresentanti.
La Repubblica 12 dicembre 2011

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