La dea della giustizia e quella della caccia
Quando il bene non coincide con il giusto
Giustizia è fatta, ha detto Obama annunciando l’uccisione di Bin Laden. È stato
eliminato, ha detto invece Netanyahu. Le due frasi esprimono entrambe un
profondo compiacimento per la notizia, ma anche un atteggiamento e una
valutazione molto diversa nei confronti del medesimo evento, che per ambedue —
e non solo per essi, ma per la stragrande maggioranza di noi — è un lieto
evento.
Forse dubbioso e incerto nelle modalità in cui è avvenuto e nelle comunicazioni
ufficiali, ma indubitabile per quanto riguarda la sua sostanza ossia la morte
del maggiore responsabile, istigatore e organizzatore dell’inaudita strage
dell’ 11 settembre. Anch’essa rivela punti oscuri, che hanno destato dubbi e
illazioni, anche se è difficile, quasi grottesco pensare che gli Stati Uniti —
il cui potere, Machiavelli insegna, gronda anch’esso di lacrime e sangue come
ogni potere — potessero architettare non solo un’ecatombe dei propri cittadini
ma anche un’umiliante messinscena della propria vulnerabilità, un immane e
riuscito attentato al proprio prestigio. La morte di Bin Laden non è certo la
fine della guerra col terrorismo. La definizione che ne ha dato Netanyahu è
meno simpatica di quella di Obama, così come del resto il premier israeliano
non può competere, in simpatia, col presidente americano e col suo affascinante
sorriso.
Eliminare è un verbo che si usa soprattutto riferendosi a insetti nocivi,
bacilli portatori di epidemie, guai e pericoli di vario genere, più che a
persone. Pur poco simpatica, la frase di Netanyahu definisce tuttavia con
precisione e dunque con onestà ciò che, secondo quanto è stato ufficialmente
annunciato, è avvenuto ed era prevedibile che prima o dopo dovesse accadere.
Neppure se potesse farlo, Bin Laden avrebbe diritto di protestare, perché chi
organizza il massacro dell’ 11 settembre non può lamentarsi se un bel giorno
viene crivellato di colpi. Ma l’uccisione di Bin Laden, così come è stata riportata,
è stata un atto di guerra, non l’esecuzione di una sentenza.
È ovvio che sia così, perché la distruzione e la strage dell’ 11 settembre non
sono state un crimine individuale, da perseguire a norma di legge; sono state
un attacco di guerra. E alla guerra si risponde non con l’applicazione del
codice penale, ma con la guerra. Ma nelle azioni di guerra non si fa giustizia,
come parrebbe suggerire la frase di Obama; in guerra la Dea della giustizia si
trasforma, come nel Processo di Kafka, nella Dea della Caccia. Ci possono
essere, ci sono guerre che, al di là degli interessi di parte sempre presenti
in ogni guerra, difendono l’umanità e la giustizia, come ad esempio quella
contro la Germania
nazista, che altrimenti avrebbe trasformato il mondo intero in una Auschwitz
per tutti coloro che il Terzo Reich giudicava indesiderabili. Ma,
nell’esercizio di una guerra anche sacrosanta, non si fa mai giustizia; si
distruggono— o si cerca di distruggere — le forze nemiche.
È stato tragicamente necessario bombardare la Germania nazista— anche
se si è forse continuato a farlo quando non era più militarmente necessario —
ma dinanzi alla macerie di Berlino non si sarebbe potuto dire «giustizia è
fatta» , anche se quelle rovine significavano la sconfitta della più grande
minaccia mai esistita per l’umanità.
Far giustizia non significa uccidere i malvagi; significa applicare la legge,
qualificare giuridicamente i crimini, accertare la colpevolezza, valutare le
eventuali circostanze aggravanti o attenuanti dell’accertato colpevole e
infliggergli la pena prevista dal codice per il suo reato. Tutto questo non lo
si fa, non lo si può fare in guerra, ma appunto perciò, quando si parla di
guerra, non ci si può appellare direttamente alla giustizia.
Giustizia significa soprattutto assicurare all’imputato un’autentica
possibilità di difesa e non ad esempio un processo burla come quello del 1989
al presidente romeno Ceausescu, che certo non rimpiangiamo di non aver più con
noi, per il quale l’avvocato difensore chiese scandalosamente la pena di morte.
La giustizia non ha nemmeno nulla a che vedere con la gioia per la morte di un
colpevole. Si può capire la folla in festa per la morte di Bin Laden. Si tratta
di sentimenti che bisogna controllare e superare, ma che è umano provare.
Anni fa, commentando sul Corriere la notizia di tre magnaccia che
avevano ucciso a morsi, dopo averla costretta a mangiare i loro escrementi, una
prostituta che guadagnava troppo poco, ho scandalizzato qualcuno scrivendo che
auguravo loro una fine analoga. Ribadisco quell’augurio e credo non sia male
provare questo senso di assoluta, feroce rivolta contro certe efferate e
vigliacche violenze e sofferenze inflitte per abietti motivi a chi non può
difendersi. Per analoghe ragioni, se proprio qualcuno deve trovarsi in coma
cerebrale, preferirei che in coma celebrale si trovasse non il carabiniere
bestialmente aggredito di recente da un giovinastro criminale bensì piuttosto
quest’ultimo.
Non siamo nati per essere eunuchi, nemmeno moralmente; ci sono momenti in cui
«pietà l’è morta», come diceva una vecchia canzone partigiana della Resistenza.
Ma tutto ciò non ha nulla a che fare con giustizia, non è giustizia; giustizia
è assicurare a chiunque, anche al più bestiale assassino, un processo regolare
e tutte le garanzie di uno Stato di diritto, proteggendolo da qualsiasi
violenza selvaggia e anche dai sentimenti legittimamente feroci nei suoi
confronti. Quando a decidere non è la legge— arida, formalistica, anche
cavillosa, ma pur sempre garanzia dei diritti di ognuno— è meglio non nominare
invano la giustizia.
In uno stupendo dramma di Grillparzer, il poeta classico austriaco
dell’Ottocento, L’ebrea di Toledo, i nobili spagnoli, che per la Ragion di Stato hanno
soppresso delittuosamente la bellissima amante che rendeva ignavo il re Alfonso
di Castiglia mettendo così in pericolo il Paese e la sicurezza dei cittadini,
non si pentono del crimine commesso, però si sentono e si dichiarano colpevoli,
peccatori e pronti ad espiare; hanno agito, dicono, volendo il bene ma non il
diritto, non ciò che è giusto.
Il Corriere della Sera 18 maggio 2011

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