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La crisi a spese dello Stato

Il vero pericolo che nasce da questa crisi non è che lo Stato divenga padrone del mercato, ma che ne diventi lo schiavo.

Il vero pericolo che nasce da questa crisi non è che lo Stato divenga padrone del mercato, ma che ne diventi lo schiavo. La decisione del governo americano di mobilitare il 7% del prodotto nazionale per rastrellare i cosiddetti debiti tossici che stanno emergendo dalla crisi delle banche ha causato una grande emozione, mettendo in crisi la buona coscienza della destra liberista; ma non è poi così eccezionale. Ci ricorda l´Economist che «ultimamente» (non precisa) le perdite sistemiche del settore bancario � le chiama così � sono costate al contribuente americano qualche cosa come il 16 per cento del prodotto nazionale.

Non sappiamo ancora quanto pagheranno i contribuenti dei paesi europei per le misure di salvataggio che stanno assumendo. Per ora si tratta solo, per lo più, di garanzie. Ma il tono dell´opinione «liberista» è perentorio: paghi lo Stato e paghi subito. Economisti che si sono distinti fino a ieri in rassicurazioni sull´inesistenza di rischi gravi e in narrazioni apologetiche sulle meraviglie della finanza si affannano oggi a chiedere allo Stato, che finora consideravano non la soluzione, ma il problema, la soluzione del problema. Si affrettano però ad invocare cautela contro ogni tentazione di mettere le mani sui meccanismi «autoregolatori» del mercato.

Ora credo che la peggiore forma di statalismo sia quella assistenzialistica. E mi pare segno di stupefacente tracotanza che, nel momento di uno dei più clamorosi fallimenti del mercato si rivolgano allo Stato intimazioni così ingiuntive. Mentre bisogna respingere ogni tentazione di dirigismo statalistico sarebbe segno di irresponsabilità ignorare le cause profonde di questo sconquasso, che stanno in quella ideologia della deregolazione mercatistica che ha prodotto la presente sregolatezza.

In quella che oggi con qualche enfasi si ricorda come l´età dell´oro, tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta del secolo scorso fu raggiunto, grazie a una lungimirante egemonia americana e al «compromesso socialdemocratico» di marca europea, un equilibrio sostenibile tra la supremazia macroeconomica dello Stato e la libertà microeconomica del mercato. Furono decenni di forte crescita del prodotto, di relativa stabilità economica e di riduzione delle diseguaglianze sociali. Questa condizione fu spazzata via, negli anni Settanta, da una offensiva capitalistica provocata in parte, bisogna dirlo, dall´invadenza dirigistica dello Stato e dalle pressioni inflazionistiche delle organizzazioni sindacali. L´offensiva, cominciata all´inizio degli anni Settanta con lo smantellamento del sistema di Bretton Woods, culminò alla fine del decennio con la decisione «rivoluzionaria» di liberare i movimenti internazionali di capitale.

Secondo il messaggio liberista, ciò avrebbe aperto un´era di crescita e di stabilità garantita dall´autoregolazione dei mercati. La crescita ci fu (anche se notevolmente inferiore a quella dei decenni precedenti) la stabilità no. Tra la fine del secolo e l´inizio del secolo successivo si sono verificate decine di crisi finanziarie e valutarie culminate in questa ultima, devastante. La globalizzazione è stata accompagnata da una finanziarizzazione che ha orientato le risorse verso gli impieghi a rendimento più immediato e ha generato, negli Stati Uniti, epicentro del sistema, un colossale indebitamento.

La radice profonda della crisi sta nell´avvento di un sistema economico interdipendente ma non governato. Al capitalismo regolato dallo Stato è subentrato un capitalismo sregolato di mercati finanziari esposti a movimenti cumulativi tendenzialmente esplosivi. In tali condizioni, tornare alla regolazione degli Stati nazionali è del tutto irrealistico. L´interdipendenza dell´economia mondiale è ormai irreversibile.

La sola via aperta è la più difficile: la costruzione di un nuovo ordine economico mondiale, analogo non a quello di Bretton Woods, ma piuttosto a quello che Keynes tentò inutilmente di istituire a Bretton Woods. A innovazioni storiche di questo genere non si giunge attraverso il negoziato diplomatico, ma solo sotto la spinta di una incombente e disastrosa minaccia.
Il capitalismo, il più grandioso sistema di mobilitazione della ricchezza e del benessere che sia esistito nella storia, ha imboccato la deriva fatale di una crescita insensata. Ricondurre l´economia sotto la responsabilità della volontà politica a livello mondiale è un compito supremo che sarebbe finalmente compito della sinistra riassumere pienamente.

Purtroppo, reduce da infauste ubriacature, la sinistra si è rifugiata o in uno sterile mugugno o in una muta rassegnazione. In questa occasione drammatica abbiamo ascoltato inviti alla «cautela». Tutto, dicono anche intelligenti e autorevoli reduci della sinistra, tornerà come prima. Questo è il messaggio rassicurante. È proprio vero che quando per troppa cautela viene meno il sentimento profondo della sinistra, che è la sete di giustizia, si perdono anche le buone idee.

 

http://www.repubblica.it - 29 ottobre 2008

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