La crescita? Dipende cosa cresce
l'aumento di popolazione non è un problema globale ed è in frenata. Il vero problema è l'impatto ecologico, vanno frenati i consumi
Come tu ben sai la popolazione mondiale è aumentata enormemente negli ultimi tempi a partire dal secolo scorso. All'inizio eravamo un miliardo e mezzo di persone, oggi siamo quasi sette miliardi. Tu sei demografo, come leggi questo fenomeno?
Innanzitutto, alla radice di questa crescita senza precedenti c'è una rivoluzione nei comportamenti individuali, a sua volta determinata da una rivoluzione delle conoscenze. Fino alla metà dell'800 eravamo poveri di conoscenze scientifiche e poveri di risorse, la mortalità infantile era elevatissima, la vita media era intorno ai 30 anni. Durante quel secolo è iniziata una gigantesca rivoluzione di saperi, di tipo medico e epidemiologico in particolare, e insieme s'è verificato un progressivo aumento delle risorse pro-capite, che ha migliorato l'alimentazione, l'igiene, i comportamenti individuali, l'intera organizzazione della vita. E questo è stato un cambiamento sicuramente positivo alla radice degli enormi guadagni di sopravvivenza e longevità. Al quale però la componente riproduttiva, la natalità, si è adattata con molta lentezza. È passato parecchio tempo prima che le coppie si avvedessero del fenomeno, per cui si poteva "economizzare" anche sulla riproduzione visto che la mortalità infantile si era ridotta. E questo sfasamento ha creato l'accelerazione della crescita demografica. È passata qualche decina d'anni prima che la natalità cominciasse a flettere.
Con una grossa differenza tra il mondo occidentale e il Sud del mondo.
Ovviamente. Nel mondo ricco il fenomeno, comunemente chiamato "transizione
demografica", si è affermato nella seconda metà del XIX secolo, mentre nel
resto del pianeta tutto ha avuto un andamento assai più lento: la flessione
della natalità è iniziata dalla seconda metà dal secolo scorso, per accelerare
negli ultimi decenni... A questo si deve quella moltiplicazione degli esseri
umani che tutti conosciamo.
Nel sud del mondo però si verifica ancora una crescita della popolazione ben
più elevata che in Occidente.
Intendiamoci, il Sud del mondo è molto diversificato. Dal punto di vista
demografico è soprattutto l'Africa sub-sahariana ad avere ancora tassi di
crescita elevatissimi. Mentre ad esempio in tutto il sud-est asiatico - Cina,
Taiwan, Corea, Thailandia - oggi la natalità è al livello europeo. In India è
ancora elevata, soprattutto nel nord, con un aggiustamento della natalità molto
più lento che nella vicina Cina. E il mondo musulmano ha creato delle sorprese
in questo campo, con transizioni fortissime, Iran in testa. L'Iran oggi ha una
natalità simile a quella del mondo europeo di trent'anni fa: al di là di una
ideologia che tende ancora a subordinare la donna, si sono fatti passi enormi e
quindi anche nel mondo musulmano c'è una grande varietà di situazioni:
altissima natalità nella penisola arabica, comportamenti "moderni"
altrove . Anche nel Nord-Africa, Tunisia, Marocco, Algeria, hanno ormai tassi
di natalità moderati; l'Egitto un po' meno, la Turchia è ai livelli
dell'Europa di trent'anni fa. Così in Sudamerica: ci sono paesi, come il
Brasile, dove la natalità è caduta sotto i due figli per donna.
E tuttavia le previsioni mi pare
annuncino un miliardo di persone in più entro questo secolo.
No, no, di più. Previsioni abbastanza plausibili parlano di un paio di miliardi
in più verso il 2050. Dopodiché dovrebbe esserci una certa stazionarietà. E
comunque la crescita dovrebbe rallentare fortemente dopo la metà del secolo, e
raggiungere un'approssimativa stazionarietà, attorno ai 10 miliardi, alle
soglie del XXII secolo.
Molti specialisti della materia sono
preoccupati perché il processo comporterà un invecchiamento della popolazione.
Tutto dipende dai modi in cui il processo si verifica. Se il calo delle nascite
è troppo rapido, si arriva a livelli di invecchiamento eccessivo della
popolazione. Vedi il caso del Giappone dagli anni '50 in poi. Per 20-30 anni il
paese ha tratto notevoli vantaggi dalla fortissima riduzione della natalità,
poi il vantaggio si è capovolto, con il rapido invecchiamento della popolazione
complessiva. Che è quanto sta accadendo ora in Cina, creando problemi sociali
enormi: aumentano rapidamente gli anziani, sprovvisti di protezione sociale,
con scarso sostegno dai figli (o dal figlio unico), spesso emigrato lontano.
Forse bisogna però anche considerare il fatto che i vecchi sono più giovanili
di una volta.
Questo è vero. E però, se cominci ad avere più ottantenni o novantenni che non
ragazzi di dieci o quindici anni, è un problema non da poco. Tutto dipende
dalle dimensioni dei fenomeni, e dalla loro velocità.
Il tema di questa inchiesta è "la
crescita", di solito calcolata in rapporto all'aumento del reddito, il
famoso "Pil", che ovviamente è correlato a tutta una serie di
variabili, anche non direttamente identificabili con la produzione: tra cui la
popolazione del mondo che, nel suo divenire, ne è certo per mille versi una
determinante decisiva. Come sai, la crescita produttiva, data come obiettivo
prioritario del nostro agire economico, s'è imposta come una sorta di vangelo,
a cui tutti, secondo le loro possibilità, più o meno si attengono. Ma c'è un
problema che in genere viene rimosso: la popolazione umana aumenta, e quindi
aumentano i consumi individuali, mentre il mondo continua ad avere le stesse
dimensioni. Per quanto si riesca a sfruttarlo al meglio, resta il fatto che il
pianeta Terra appare sempre meno in grado di rispondere adeguatamente ai nostri
bisogni: la crisi ecologica ne è la prova.
I fenomeni non vanno visti in maniera manichea. Sicuramente ci sono grossi
problemi, in certe zone, connessi con la crescita demografica. Ci sono aree
come il Bangladesh, popolate in maniera densissima, dove tutta la terra è stata
messa sotto produzione e dove l'equilibrio ecologico è estremamente fragile e
vulnerabile ad ulteriore crescita demografica. Oppure altre aree, nelle quali
il popolamento avviene per intrusione, come ad esempio nel bacino amazzonico,
di enorme valore ecologico, che risente pesantemente dell'aumento demografico.
Sì, ci sono aree in sofferenza, comunque non lo vedrei come un problema
globale. C'è invece, effettivamente, un problema globale per quanto riguarda i
mutamenti climatici, l'effetto serra dell'attività umana. Questi fenomeni
possono sintetizzarsi col prodotto di tre variabili dell'equazione: PxAxT = I,
e cioè "Popolazione per Affluenza per Tecnologia uguale Impatto
ecologico". Sicuramente, se si vuole contenere I, cioè l'impatto
ecologico, occorre moderare la crescita demografica, cioè P: ma questa è in
frenata (anche se vorremmo che la frenata fosse più rapida). Ma è la crescita
di A, cioè dell'affluenza, cioè dei consumi, cioè della materie prime e
dell'energia, che va moderata, con l'aiuto di T, ovvero della tecnologia. Sono
soprattutto A e T che giocano la partita!
A prescindere dalla tua specializzazione,
hai certo una tua opinione sulla crescita produttiva illimitata, che oggi è
l'asse portante dell'economia attuale: si deve crescere. Rimuovendo il fatto
che tutto quello che noi produciamo, comperiamo, usiamo, tocchiamo, ecc. ecc. è
"fatto" di natura. Un tavolo, un abito, un aereo, un computer... sono
tutti "fatti" di natura; straordinariamente trasformati dalla tecnica
umana, sono comunque frammenti del pianeta Terra: che è grande, ma ha dei
limiti. Come pensarlo capace di alimentare una crescita produttiva illimitata,
come quella che tutti invocano?
Ma il fatto è che tutti vogliono la crescita, nessuno vuole la depressione.
Anche gli ecologisti più intransigenti sarebbero incerti se io gli prospettassi
uno scenario di decrescita del 3 o 4 per cento all'anno. La crescita è il
risultato di una serie di fattori: il lavoro umano, la materia prima,
l'energia, la tecnologia, la conoscenza incorporata. Un euro di prodotto è la
combinazione di questi fattori: la risposta non è quella di non produrre, ma di
produrre con un mix vantaggioso di fattori.
Ma è anche il risultato di una logica
economica data come una verità di vangelo, e da nessuno praticamente messa in
discussione...
A me non interessa la logica economica.
Purtroppo interessa molto a tutti quelli
che "contano". La Signora Marcegaglia invoca la «crescita» ogni tre
parole.
Quello che a me interessa è ragionare su quale crescita. Io voglio una crescita
nella quale contino sempre di più tecnologia e innovazione, e contino sempre di
meno consumo di energia e di materia prima. Una crescita così avrebbe un
impatto scarso, mentre invece una crescita che richiede tantissima materia
prima, tantissima energia è una crescita che comporta un'impronta ecologica
fortissima. Insomma la crescita io non la considero un tabù.Ma è ancora peggio
considerarla il peccato originale! Mi interessa discutere su "quale"
crescita, mentre la discussione teologica su crescita sì-crescita-no non
m'interessa per niente.
Forse però occorrerebbe ascoltare anche la comunità scientifica mondiale, che a
larga maggioranza accusa la crescente insostenibilità ecologica dei
comportamenti umani. Per fare un solo esempio, a fine agosto scorso il famoso
"Human Footprint Institute" annunciava che l'umanità aveva già
consumato quanto, per non danneggiare gravemente gli ecosistemi, le sarebbe
stato consentito consumare entro l'intero anno. E ricordava che lo sfasamento
aumenta ogni anno...
Quanto dici ci riporta al discorso precedente. Con in più un'altra
considerazione da fare. Metà della popolazione vive deprivata di quelle
elementari risorse che rendono vivibile la vita (e a noi sembra impossibile che
possa essere vissuta in quelle condizioni!). Quelle elementari risorse sono,
appunto, beni che contengono molta materia prima e molta energia per essere
prodotti: un utensile di acciaio, una bicicletta, un motore a scoppio per
pompare l'acqua, un trattore per arare, cemento e mattoni per darsi un tetto...
cibo per nutrirsi, gasolio per riscaldarsi. E se questi miliardi di persone
debbono sollevarsi dalla povertà occorrerà che si forniscano di questi beni -
tutti ad alto contenuto energetico e di materia prima, cioè con alto impatto
ecologico. Noi ricchi possiamo anche in futuro "consumare" di meno,
ma loro poveri, che sono tantissimi, vogliono e debbono consumare di più, molto
di più.
Mi domando - e ti domando - se non si dovrebbe leggere il problema anche in
un'altra chiave. Il nostro è un mondo in cui l'1% della popolazione detiene il
50% della ricchezza; in cui (secondo dati FAO) un miliardo di persone è
sottoalimentato, mentre in Occidente più del 40% del cibo prodotto viene
distrutto; in cui insomma la crescita del prodotto, se certo ha migliorato le
condizioni di diversi popoli, non sembra però strumento capace di incidere
sulla disuguaglianza come ineludibile proprietà costitutiva della nostra
società.
Vero. Però ricordo che un mondo in cui tutti, proprio tutti, fossero affamati,
sarebbe un mondo senza disuguaglianze! Il gioco, quindi, è etico e politico
assieme: in che misura si può sostenere la crescita - per sfamare gli affamati
- senza creare disuguaglianze barbare e insostenibili? In che modo attenuare e
sconfiggere le disuguaglianze senza compromettere quella crescita la cui
mancanza rischia di accentuare le disuguaglianze stesse? La Cuba egualitaria del
castrismo ha trattenuto in livellatrice povertà dieci milioni di persone per 60
anni. Credo che si debba fare esercizio di grande umiltà, realismo storico e
molta analisi scientifica per risolvere questi problemi.
Come valuti il comportamento della tua
disciplina in presenza del problema ecologico? Ti pare che la scienza
demografica si assuma adeguatamente le responsabilità che, sia pure certo in
maniera indiretta e mediata, non possono non appartenerle?
Ho una risposta su due livelli. Da un lato le conoscenze scientifiche sui
sistemi demografici, sulla relazione tra sopravvivenza, riproduttività e
mobilità col mondo fisico e sociale, sono enormemente cresciute, e con queste
la capacità di inserire i temi della demografia in un quadro generale. La
consapevolezza cioè che la demografia è parte integrante di un sistema. Su un
altro piano, la demografia come molte altre scienze umane empiriche, rischia di
sperdersi nei propri tecnicismi - o meglio, di specchiarsi troppo nei propri
tecnicismi - perdendo di vista il contesto, il mondo intorno, gli apporti di
altre discipline. Si rischia di conoscere tantissimo sul piccolo particolare, e
di trascurare il quadro generale. E' una malattia di cui soffrono in maniera
acuta altre discipline - per esempio l'economia: la demografia ha la fortuna di
occuparsi di nati, morti, migranti, famiglie, genere, ciclo di vita - argomenti
che riportano sempre al cuore dei problemi dell'umanità. Sicuramente si può
fare molto di più, ma è anche vero che la disciplina è viva e cosciente.
| 22 Giugno 2011

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