La crescita dimenticata
Quali sono i costi di questa incapacità del nostro esecutivo di rimediare ai propri errori?
Il governo ha avuto a disposizione tre manovre in sei
settimane per rimediare ai suoi errori iniziali, quelli che hanno scatenato la
crisi di credibilità. Ha potuto contare sulla collaborazione del presidente
della Repubblica che, di fronte all´emergenza, ha messo in campo la sua
autorevolezza e popolarità nel richiamare le parti alla responsabilità e
coesione nazionale. Ha avuto indirettamente un sostegno dalle organizzazioni
internazionali che si sono prestate a diventare capro espiatorio di
provvedimenti impopolari.
Ha trovato di fronte un´opposizione che ha concesso una rapida approvazione
delle manovre e che, almeno nell´ultima settimana, ha aperto a riforme
strutturali delle pensioni e dato la disponibilità a tagli consistenti ai costi
della politica, a partire dal dimezzamento dei parlamentari e dall´abolizione
delle province. Eppure il governo non ha saputo porre rimedio ai vizi originari
della manovra di inizio luglio: niente provvedimenti sulla crescita, troppo
poco aggiustamento sul lato della spesa e stridenti iniquità.
La terza di queste manovre persevera quello che è ormai diventato diabolico.
Non c´è nulla per far ripartire l´economia se non timidi incentivi alle
liberalizzazioni dei servizi pubblici locali. Negli ordini professionali
vengono ripristinate di fatto le tariffe minime, chiara barriera all´ingresso
dei giovani professionisti che competono soprattutto offrendo prestazioni a
basso costo. Cambiano solo di nome: d´ora in poi si chiameranno “tariffe di
riferimento”. A proposito di riferimento, singolare notare che il nuovo
balzello intitolato a Robin Hood, la sovratassa sulle società energetiche,
viene classificato nei prospetti sul decreto fra i provvedimenti a favore dello
sviluppo. La quota di manovra che grava sulle tasse, anziché sui tagli di
spesa, aumenta ancora di più: era di poco più del 50 per cento a inizio luglio,
era arrivata a due terzi a metà luglio ed è adesso salita a tre quarti. Le
nuove tasse invece di spostare, come promesso, il prelievo fiscale dalle
persone (che lavorano) alle cose, procedono nella direzione diametralmente
opposta. Il contributo “di solidarietà”, strano termine per un prelievo coatto,
colpisce quasi solo i redditi da lavoro dipendente. I nuovi tagli a Comuni e
Regioni vengono accompagnati dalla concessione di autonomia impositiva, ma solo
sull´Irpef: un incentivo a tassare ancora di più i redditi da lavoro. Tutto
questo significa sicuri effetti recessivi dell´aggiustamento. Quanto all´equità,
si continua a non voler contrastare efficacemente l´evasione fiscale per paura
di indispettire il proprio elettorato: i dati disponibili sui patrimoni non
vengono utilizzati per identificare chi dichiara poco o nulla al fisco a fronte
di ingenti variazioni nei patrimoni, le misure sulla tracciabilità hanno soglie
tali da permettere il pagamento di affitti in nero nel centro di Roma magari a
qualche milanese, l´obbligo agli scontrini fiscali senza controlli è un´arma
spuntata, solo per salvare la faccia. Si fanno tagli solo simbolici ai costi
della politica, tant´è che non vengono neanche contabilizzati dalla relazione
tecnica al provvedimento. Sciogliendo subito tutti i consigli provinciali,
aggregando i Comuni con meno di 5000 abitanti e riducendo a un terzo i
parlamentari, i risparmi sarebbero invece tutt´altro che marginali. Regna una
volta di più l´improvvisazione. Il Presidente del Consiglio, a poche ore dal
varo di un decreto su cui ha chiesto la firma del Capo dello Stato, dichiara
che non è d´accordo con molte delle cose ivi contenute. Alcune disposizioni
(come il contributo di solidarietà) sono in conflitto con le versioni
precedenti della manovra, che prevedevano già prelievi forzosi su alti
dirigenti dello Stato e pensioni d´oro. Per capirne qualcosa bisognerà dunque
aspettare un nuovo decreto che dovrà essere emanato entro la fine di settembre.
Quali sono i costi di questa incapacità del nostro esecutivo di rimediare ai
propri errori? Durante le crisi finanziarie ogni ritardo nel cercare di
invertire le aspettative degli investitori obbliga a interventi sempre più
consistenti. Servono per far capire a chi scommette sul ripudio del debito che
perderà tanti soldi se continua a farlo perché siamo in grado di rispettare gli
impegni presi con chi ha comprato i nostri titoli di stato anche quando i tassi
sono più alti. Questo fa lievitare l´entità delle manovre: più tempo si perde,
più oneroso l´aggiustamento richiesto per cambiare le aspettative. Da inizio
luglio la manovra a regime è aumentata di 15 miliardi, quasi un punto di pil.
Un´altra misura dei costi dell´indecisionismo del nostro governo viene dalle
risorse investite dalla Bce nella scorsa settimana, per contrastare la crisi di
credibilità: 22 miliardi di euro, spesi principalmente per comprare i nostri
titoli di stato. Questa cifra ci dice che anche questa nuova manovra potrebbe
essere inutile, che i sacrifici cui siano chiamati possono essere bruciati
dall´aumento dei tassi di interesse sui nostri titoli di stato se il nostro
governo non è in grado di continuare sulla via delle riforme, se non crede lui
stesso nei benefici che queste possono dare in termini di crescita. I 22
miliardi investiti dalla Bce nel nostro salvataggio spiegano anche perché
l´istituto di Francoforte abbia posto delle condizioni al nostro Governo per
intervenire. Ecco un altro costo, di tipo reputazionale: siamo stati di fatto
commissariati. La Bce,
in verità, ci ha chiesto di fare le cose che avremmo dovuto fare comunque e da
tempo. Il problema semmai è che la sua è una condizionalità debole. Se
Francoforte sospendesse gli acquisti dei nostri titoli di stato di fronte ad
una manovra cosi deludente, ammetterebbe di avere buttato via 22 miliardi e si
condannerebbe a intervenire la prossima volta con risorse ben più consistenti.
Quindi la minaccia di sospendere gli acquisti non è credibile.
Dove non è riuscito un esecutivo che assomiglia sempre più ai governi balneari
della Prima Repubblica, dovrà riuscire il Parlamento che, da lunedì inizierà a
discutere del decreto. È difficile fare peggio. Eppure non poche proposte
riescono in questa ardua impresa. Versare il Tfr in busta paga significa
tassare ancora di più il lavoro e pregiudicare il futuro previdenziale dei
giovani. Si sferrano con disinvoltura nuovi attacchi alla certezza del diritto,
come se non fosse un bene prezioso da tutelare proprio in questi momenti in cui
bisogna raccogliere fiducia fra i compratori dei nostri titoli di stato, tra
cui figurano non pochi contribuenti. Ecco allora il governo che non esita a introdurre
tasse retroattive, come il contributo di solidarietà, e a idearne di altre,
violando il patto coi contribuenti. Anche il contributo aggiuntivo proposto dal
Pd per chi ha beneficiato dello scudo fiscale, se mai fattibile, è una
porcheria nella porcheria. Ma almeno ha un vantaggio: scoraggerebbe qualsiasi
futuro condono, perché il patto con chi beneficia dell´amnistia fiscale non
sarebbe più credibile.
Il dibattito su come cambiare la manovra sembra ignorare il fatto che non
abbiamo bisogno di una tantum, ma di una semper. Perché il debito cresce anno
per anno quando il tasso di crescita dell´economia è inferiore al tasso di
interesse che paghiamo sui titoli di stato. Per questo dobbiamo aumentare il
tasso di crescita. È questo il compito delle riforme strutturali di cui
sorprendentemente nessuno parla in questi giorni. Cambiamenti nella
composizione del prelievo fiscale possono servire ad intercettare la domanda
che proviene dai paesi emergenti, l´unica parte del mondo che continua a
crescere a tassi sostenuti, dato che anche la locomotiva tedesca sta
decelerando. Bene ripristinare le tasse sulle prime case al di sopra di una
certa soglia, bene ridurre le aliquote agevolate Iva, aumentando l´aliquota
media effettiva, e usare queste entrate per ridurre tasse e contributi sul
lavoro. Meglio concentrare questi alleggerimenti fiscali sui salari più bassi,
sapendo che è lì che si favorisce la partecipazione al mercato del lavoro e che
l´Iva è un´imposta regressiva, che incide di più sui redditi più bassi, sui
salari di ingresso. Sarebbe anche un modo di pensare ai giovani, gli unici che
davvero non hanno alcuna responsabilità in questo debito colossale che grava
sulle nostre spalle e che in tutti questi anni, per colpe interamente nostre,
non siamo riusciti a ridurre. ![]()
La Repubblica 18/08/2011.

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