La coscienza? Si può misurare
Intervista a Giulio Tononi studioso italiano che sta lavorando negli Usa a un «registratore» delle nostre emozioni : con una macchina inseguo grado e qualità della consapevolezza
Ciò che il neuropsichiatra italiano Giulio Tononi, da anni professore
all’Università del Wisconsin, si prefigge di realizzare può essere riassunto in
una sola, strana, parola: un coscienziometro. Pensiamolo pure come una
macchinetta che misura il grado di coscienza in un soggetto umano. Zero per
cento è assoluta assenza di ogni coscienza, 100% lo stato di coscienza pieno,
quello in cui sono io che adesso sto scrivendo e quello in cui siete voi che
adesso state leggendo. Ovviamente tutto l’interesse dell’impresa di Tononi e
collaboratori sta nello studio e nella misurazione dei gradi intermedi. Per
esempio, quelli che insorgono nei vari stadi del sonno e del sogno,
nell’anestesia parziale o totale, in vari stati patologici vegetativi e negli
stati indotti appositamente mediante la cosiddetta stimolazione magnetica
transcranica, un registrati quando si inviano impulsi magnetici dall’esterno,
mediante la stimolazione magnetica transcranica. Sia nel primo sonno che sotto
l’effetto del midazolam, questi impulsi esterni producono reazioni cerebrali
solo locali e di breve durata, a differenza di quelle assai più diffuse e
sostenute registrate durante la veglia.
In un «manifesto» sulla coscienza «in quanto informazione integrata», ricco di
modelli matematici, pubblicato due anni fa da Tononi nel Biological Bulletin,
si legge che ciascuno sa cos’è la coscienza, ma capirla a fondo resta per
adesso al di fuori dei limiti della scienza. Beh, il suo manifesto si qualifica
come «provvisorio», ma sottolinea l’importanza capitale dell’integrazione
dell’informazione come chiave della coscienza. Tononi usa un termine del gergo
filosofico, un termine preso dal latino: i qualia, cioè la sensazione intima,
cosciente, di avere, ad esempio, l’esperienza di una luce che si accende. I
qualia sono la luminosità della luce, il rossore del rosso, la dolorosità del
dolore, la sonorità di un suono e così via. Nessuna macchina, nessun computer,
per quanto sofisticati, sentono dentro di loro tali qualità, anche se possono
registrare colori o suoni, ma non, appunto, provare dolore. La differenza sta
tutta, mi dice Tononi, nel tipo particolare di complessità che caratterizza gli
esseri umani e magari anche, in modo ridotto, altre specie.
«Il cervelletto — precisa Tononi — ha circa 50 miliardi di neuroni, più dei
circa 30 della corteccia cerebrale. La complessità biochimica e l’intrico di
contatti neuronali sono del tutto comparabili. Ma bloccando il cervelletto si
preserva la coscienza, mentre alterando la corteccia no. La chiave è l’enorme
numero e i tipi di stati interni diversi tra i quali la corteccia può
discriminare, la ricchezza del suo spazio di informazioni e il modo in cui
queste sono integrate». Gli chiedo se la sincronizzazione tra gli impulsi nervosi
sia, come molti sostengono, la chiave della coscienza. «No — controbatte Tononi
—, è solo un correlato della coscienza, interessante, certo, ma non è la chiave
di volta. Nelle crisi epilettiche c’è enorme sincronizzazione, addirittura
ipersincronizzazione, ma la coscienza svanisce». Intervisto anche un altro
esperto, Stuart Hameroff, capo di anestesiologia all’ospedale universitario
dell’Arizona e direttore del centro di studi sulla coscienza, che tiene a
Tucson un megaconvegno internazionale sulla coscienza. Dissente da Tononi su
diversi punti. La chiave della coscienza non sta in tanti contatti tra tanti
neuroni. Chiedo a Tononi quando ha cominciato a occuparsi della coscienza. «Da
quando ero al liceo». Cosa progetta di fare adesso? Studiare meglio i pazienti
in stati vegetativi e semivegetativi e abbordare il problema anche al livello
dell’evoluzione della coscienza, come stato evolutivo adattativo in altre
specie. La fotocellula ha due soli stati: luce e non luce. Noi abbiamo dentro
migliaia di miliardi di stati, per questo avvertiamo la luminosità della luce e
la sonorità del suono.
Corriere della Sera 19.10.10

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