La colpa di chi fa le leggi per se stesso
Qui è la grande responsabilità, o meglio la grande colpa, che si assumono coloro che fanno leggi solo per se stessi o che, avendo violate quelle comuni, pretendono impunità. Contrastare costoro con ogni mezzo non è persecuzione o, come si dice oggi, "giustizialismo", ma è semplicemente legittima difesa di un ordine di vita tra tutti noi, di cui non ci si debba vergognare.
"Un dio o un uomo, presso di voi, è ritenuto autore
delle leggi?" chiede l'Ateniese ai suoi ospiti venuti da Creta e da
Sparta. "Un dio, ospite, un Dio! - così come è perfettamente
giusto". Queste parole aprono il grande trattato che Platone dedica alle
Leggi, i Nòmoi. Il problema dei problemi - perché si dovrebbe obbedire
alle leggi - è in tal modo risolto in partenza: per il timor degli
Dei. Le leggi sono sacre.
Chi le viola è sacrilego. Tra la religione e la legge non c'è divisione. I
giudici sono sacerdoti e i sacerdoti sono giudici, al medesimo titolo. Oggi non
è più così. Per quanto si sia suggestionati dalla parola che viene dal profondo
della sapienza antica, possiamo dire: non è più così, per nostra fortuna.
Abbiamo conosciuto a sufficienza l'intolleranza e la violenza insite nella
legge, quando il legislatore pretende di parlare in nome di Dio. Ma, da quella
scissione, nasce la difficoltà. Se la legge ha perduto il suo fondamento
mistico perché non viene (più) da un Dio, ma è fatta da uomini, perché dovremmo
prestarle obbedienza? Perché uomini devono obbedire ad altri uomini? Domande
semplici e risposte difficili.
Forse perché abbiamo paura di chi comanda con forza di legge? Paura delle pene,
dei giudici, dei carabinieri, delle prigioni? Se così fosse, dovremmo
concludere che gli esseri umani meritano solo di esseri guidati con la sferza e
sono indegni della libertà. In parte, tuttavia, può essere così. In parte
soltanto però, perché nessuno è mai abbastanza forte da essere in ogni
circostanza padrone della volontà altrui, se non riesce a trasformare la propria
volontà in diritto e l'ubbidienza in dovere. Ma dov'anche regnasse la pura
forza, dove regna il terrore, dove il terrorismo è legge dello Stato, anche in
questo caso ci dovrà pur essere qualcuno che, in ultima istanza, applica la
legge senza essere costretto dalla minaccia della pena, perché è lui stesso
l'amministratore delle pene. In breve, molti possono essere costretti a
obbedire alla legge: molti, ma non tutti. Ci dovranno necessariamente essere
dei costrittori che costringono senza essere costretti. Ci dovrà essere
qualcuno, pochi o tanti a seconda del carattere più o meno chiuso della
società, per il quale la legge vale per adesione e non per costrizione. In una
società democratica, questo "qualcuno" dovrebbe essere il
"maggior numero possibile".
Che cosa è, dove sta, da che cosa dipende quest'adesione? Qui, ciascuno di noi,
in una società libera, è interpellato direttamente, uno per uno. Se non
sappiamo dare una risposta, allora dobbiamo ammettere che seguiamo la legge
solo per forza, come degli schiavi, solo perché la forza fa paura. Ma, appena
esistono le condizioni per violare la legge impunemente o appena si sia
riusciti a impadronirsi e a controllare le procedure legislative e si possa
fare della legge quel che ci piace e così legalizzare quel che ci pare, come
Semiramìs, che "a vizio di lussuria fu sì rotta, che libito fé licito in
sua legge, per tòrre il biasmo in che era condotta" (Inferno, V), allora
della legge e di coloro che ancora l'invocano ci si farà beffe.
Possiamo dire, allora, che la forza della legge, se non si basa -
sia permesso il banale gioco di parole - sulla legge della forza,
si basa sull'interesse? Quale interesse? La moralità della legge come tale,
indipendentemente da ciò che prescrive, dovrebbe stare nell'uguaglianza di
tutti, nel fatto che ciascuno di noi può rispecchiarvisi come uguale all'altro.
"La legge è uguale per tutti" non è soltanto un ovvio imperativo, per
così dire, di "giustizia distributiva del diritto". È anche la
condizione prima della nostra dignità d'esseri umani. Io rispetto la legge
comune perché anche tu la rispetterai e così saremo entrambi sul medesimo piano
di fronte alla legge e ciascuno di noi di fronte all'altro. Ci potremo guardare
reciprocamente con lealtà, diritto negli occhi, perché non ci sarà il forte e
il debole, il furbo e l'ingenuo, il serpente e la colomba, ma ci saranno leali
concittadini nella repubblica delle leggi.
Questa risposta alla domanda circa la forza della legge è destinata, per lo
più, ad apparire una pia illusione che solo le "anime belle", quelle
che credono a cose come la dignità, possono coltivare. È pieno di anime che
belle non sono, che si credono al di sopra della legge - basta
guardarsi intorno, anche solo molto vicino a noi - e che proprio
dall'esistenza di leggi che valgono per tutti (tutti gli altri), traggono
motivo e strumenti supplementari per le proprie fortune, economiche e
politiche. Sono questi gli approfittatori della legge, free riders,
particolarmente odiosi perché approfittano (della debolezza o della virtù
civica) degli altri: per loro, "le leggi sono simili alle ragnatele; se vi
cade dentro qualcosa di leggero e debole, lo trattengono; ma se è più pesante,
le strappa e scappa via" (parole di Solone; in versione popolare: "La
legge è come la ragnatela; trattiene la mosca, ma il moscone ci fa un
bucone"). Anche per loro c'è interesse alla legalità, ma la legalità degli
altri. Poiché gli altri pagano le tasse, io, che posso, le evado. Poiché gli
altri rispettano le procedure per gli appalti, io che ho le giuste conoscenze,
vinco la gara a dispetto di chi rispetta le regole; io, che ho agganci,
approfitto del fatto che gli altri devono attendere il loro turno, per passare
per primo alla visita medica che, forse, salva la mia vita, ma condanna quella
d'un altro; io, che posso manovrare un concorso pubblico, faccio assumere mio
figlio, al posto del figlio di nessuno che, poveretto, è però più bravo del
mio; io, che ho il macchinone, per far gli affari miei sulla strada, approfitto
dei divieti che chi ha la macchinina rispetta; io, che posso farmi le leggi su
misura, preparo la mia impunità nei casi in cui, altrui, vale la
responsabilità.
L'ultimo episodio della vita di Socrate, alle soglie dell'autoesecuzione (la
cicuta) della sentenza dell'Areopago che l'aveva condannato a morte, è
l'incontro con Le Leggi. Le Leggi gli parlano. Qual è il loro argomento? Sei
nato e hai condotto la tua vita con noi, sotto la nostra protezione nella
città. Noi ti abbiamo fatto nascere, ti abbiamo cresciuto, nutrito ed educato,
noi ti abbiamo permesso d'avere moglie e figli che cresceranno come te con noi.
Tutto questo con tua soddisfazione. Infatti, non te ne sei andato altrove, come
ben avresti potuto. E ora, vorresti ucciderci, violandoci, quando non ti fa più
comodo? Così romperesti il patto che ci ha unito e questo sarebbe l'inizio
della rovina della città, le cui leggi sarebbero messe nel nulla proprio da
coloro che ne sono stati beneficiati.
Le Leggi platoniche, parlando così, chiedono ubbidienza a Socrate in nome non
della paura né dell'interesse, ma per un terzo motivo, la riconoscenza. Il loro
discorso, però, ha un presupposto: noi siamo state leggi benigne con te. Ma se
Le Leggi fossero state maligne? Se avessero permesso o promosso l'iniquità e
non avessero impedito la sopraffazione, avrebbero potuto parlare così? Il caso
non poteva porsi in quel tempo, quando le leggi - l'abbiamo visto
all'inizio - erano opera degli Dei. Oggi, sono opera degli uomini.
Dagli uomini esse dipendono e dagli uomini dipende quindi se possano o non
possano chiedere ubbidienza in nome della riconoscenza.
Certo: abbiamo visto che l'esistenza delle leggi non esclude che vi sia chi le
sfrutta e viola per il proprio interesse, a danno degli altri. Ma il compito
della legge, per poter pretendere obbedienza, è di contrastare l'arroganza di
chi le infrange impunemente e di chi, quando non gli riesce, se ne fa una per
se stesso. Se la legge non contrasta quest'arroganza o, peggio, la favorisce,
allora non può più pretendere né riconoscenza né ubbidienza. Il disprezzo delle
leggi da parte dei potenti giustifica analogo disprezzo da parte di tutti gli
altri. L'illegalità, anche se all'inizio circoscritta, è diffusiva di se stessa
e distruttiva della vita della città. Tollerarla nell'interesse di qualcuno non
significa metterla come in una parentesi sperando così che resti un'eccezione,
ma significa farne l'inizio di un'infezione che si diffonde tra tutti.
Qui è la grande responsabilità, o meglio la grande colpa, che si assumono
coloro che fanno leggi solo per se stessi o che, avendo violate quelle comuni,
pretendono impunità. Contrastare costoro con ogni mezzo non è persecuzione o,
come si dice oggi, "giustizialismo", ma è semplicemente legittima
difesa di un ordine di vita tra tutti noi, di cui non ci si debba vergognare.
http://www.repubblica.it (01 marzo 2010)

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