La campagna d'Africa di Barack Obama
A differenza di quel che appare, questa è una guerra tutta americana e ha come obiettivo non il Medio Oriente ma l’Africa.
Non bisogna farsi ingannare dalle immagini che dallo schermo
ci raccontano in questo momento l’intervento in Libia. A differenza di quel che
appare, questa è una guerra tutta americana e ha come obiettivo non il Medio
Oriente ma l’Africa. Il riferimento per capirla non è il Kosovo né l’Iraq, ma
la crisi del Canale di Suez del 1956. Quella data ha un valore fortemente
simbolico nella politica estera degli Stati Uniti. Usciti dalla Seconda Guerra
Mondiale alla ricerca, come tutte le grandi potenze di allora, di un
radicamento nel mondo del petrolio, fino alla crisi egiziana gli Usa rimangono
in una posizione marginale in Medio Oriente.
La nazionalizzazione del Canale di Suez vede infatti scendere in campo accanto
ad Israele (che si muove formalmente ma non sostanzialmente in maniera
indipendente) le due potenze che per più di un secolo avevano condiviso la
gestione mediorientale, cioè Francia e Inghilterra. Gli Usa giocano una mano in
quella crisi - la cui causa scatenante è proprio il rifiuto americano di
concedere un megaprestito a Nasser per la costruzione della diga di Assuan -
tentando di calmare Israele, e mettendo in allerta la Sesta Flotta nel
Meditterraneo, ma ne rimangono fuori. Il senso di questa «terzietà» Americana
venne colto da una battuta che è stata ripetuta poi molte volte in altri teatri
di guerra confusi: all’Ammiraglio Burke che ordinava al suo vice «Cat» Brown
«Situazione tesa. Preparatevi a ostilità imminenti», Brown rispose: «Pronti a
imminenti ostilità. Ma da parte di chi?»
Com’è noto, il tentativo di sottrarre al controllo egiziano il Canale fu un
fallimento, grazie soprattutto alle minacce della Russia, e formalmente il
conflitto terminò con la prima missione Onu di peace keeping, cioè con la
formazione e l’impiego di truppe delle Nazioni Unite in funzione di cuscinetto.
In sostanza però la crisi segnava la fine dell’influenza delle ex potenze
imperiali e la nascita di un nuovo equilibrio in Medio Oriente in cui la Russia avrebbe avuto un
ruolo indiretto sempre maggiore, e gli Stati Uniti avrebbero avuto campo
libero.
Come si vede, si possono contare molti punti di contatto fra quella vicenda e
quella di oggi. Ma la somiglianza maggiore è nella cesura fra due periodi di
influenza. L’attacco europeo contro Gheddafi oggi somiglia molto al colpo di
coda finale di Inghilterra e Francia allora nel tentativo di recuperare una
svanita autorevolezza. L’attacco che l’Europa muove oggi a un alleato di
trentanni è comunque la certificazione di uno schema politico andato a male. Su
questo fallimento gli Stati Uniti si sono mossi per entrare in quello che
finora era rimasto l’ultimo spazio riservato alla influenza quasi esclusiva
dell’Europa, il Mediterraneo.
La genesi di questo intervento, cioè il modo in cui è stato immaginato e poi
messo in atto, è indicativa. Nonostante si usi molto - e con buona ragione - il
Kosovo come punto di riferimento per indicare la «filosofia» che ha spinto
Obama a muoversi sulla Libia, l’«intervento umanitario» è oggi solo una parte
delle valutazioni che hanno mosso Washington. Non c’è dubbio che, come
confermano le cronache, un ruolo decisivo nella decisione è stato giocato da un
gruppo di diplomatici quali la
Rice, la stessa Clinton (e forse oggi ci sarebbe anche
Richard Holbrook se non fosse mancato poche settimane fa) formatisi all’ombra
di un paio di crisi andate male negli Anni Novanta, una seconda generazione di
Clintoniani nella cui memoria brucia ancora soprattutto il Ruanda, la pulizia
etnica cui la comunità occidentale assistette senza sollevare un dito. Ma
l’intervento umanitario non avrebbe potuto essere invocato se non si fossero
determinate nuove condizioni: e queste nuove condizioni sono quelle fornite
dalla entrata in scena in chiave democratica delle masse arabe. In altre
parole, per poter difendere un popolo dal massacro era necessario che ci fosse
un popolo oltre che un dittatore, e le rivoluzioni del gelsomino hanno offerto
insieme al materializzarsi del popolo anche lo scardinarsi del vecchio schema
del quietismo dittatoriale in cui gli Usa e noi ci siamo rifugiati per decenni
come assicurazione contro il radicalismo islamico. Dicono ancora le cronache
(sapientemente manovrate dalla amministrazione) che va ricordato l’attivismo
con cui Hillary ha seguito il Nord Africa nella settimana immediatamente
precedente alla scelta dell’Onu: un viaggio al Cairo dove, in risposta al
rifiuto dell’attuale governo di farle incontrare i giovani attivisti della
rivolta, il Segretario ha deciso di fare una «passeggiata» in piazza Tahrir, e
a Tunisi da dove ha lanciato il primo ammonimento alla Libia.
L’America insomma ha deciso di intervenire in sprezzo a un vecchio schema
politico e cavalcandone uno nuovo, cogliendo una opportunità che la vecchia
Europa, proprio a causa della sua ex influenza, ha lasciata marcire
quell’attimo di troppo. I francesi, così pronti oggi con i loro aerei, sono gli
stessi che a gennaio hanno perso la
Tunisia ancora prima di accorgersene, non richiamando a casa
un ministro in vacanza a spese di Ben Ali proprio mentre la rivolta spazzava il
Paese.
Hillary ed Obama hanno così pavimentato la strada verso una zona dove gli Usa
da decenni non erano riusciti ad entrare: nel Mediterraneo, e nel Nord Africa
in particolare. E dietro la frontiera del Nord Africa si stende l’Africa
intera, come ben sappiamo proprio dal ruolo che negli ultimi anni ha avuto
Gheddafi, e come sapevano ancor prima dei generali italiani, inglesi e
tedeschi, i generali dell’Antica Roma. Lo sbarco sulle coste libiche è a tutti
gli effetti l’apertura della porta sull’Africa. Quell’Africa diventata negli
ultimi anni per gli Usa meta di conquista in una feroce competizione con
l’altra grande potenza in espansione nel continente nero, la Cina. Una pervasiva
presenza, quella cinese, che si è per altro materializzata davanti ai nostri
occhi proprio quando all’inizio delle tensioni contro Gheddafi la Cina ha evacuato decine di
migliaia di suoi concittadini al lavoro in Libia.
Anche questo è in fondo un obiettivo della seconda generazione di clintoniani:
la prima campagna d’Africa Americana fu iniziata e fu persa proprio dal primo
Clinton, Bill, con la sua sfortunata operazione «Restore Hope» in Somalia.
Chissà se ora un secondo Clinton, Hillary, non voglia vedere vendicato anche
quel fallimento.
http://www.lastampa.it 21/3/2011

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