Israele e il segreto nucleare
Israele e la Bomba.
Difficile capire i pericoli che corre Israele pericoli non nuovi, ma
immensamente dilatati dall’assalto, in acque internazionali, alla flottiglia
che il 31 maggio ha tentato di forzare il blocco di Gaza se non si adotta
uno sguardo lungo, che amplifichi le nozioni dello spazio e del tempo. Lo
spazio più ampio è quello popolato da forze, in Medio Oriente, che sono in
mutazione e tendono a divenire potenze decisive: l’Iran è una di queste, ma
anche la Turchia. Il
tempo più ampio sono i 43 anni in cui Israele è divenuto uno Stato che occupa
in maniera permanente spazi non suoi, abitati da un popolo che aspira a
emanciparsi dal colonizzatore e a farsi Stato. In questi 43 anni Israele ha
goduto di uno speciale privilegio, e ad esso si è abituato: era l’unico Paese
nucleare della zona, anche se lo negava, e l’atomica costruita nel ‘55-58 con
l’aiuto francese ha funzionato da deterrente. Nessuno Stato arabo poteva
oltrepassare certi limiti e mettere in forse la sua esistenza, grazie alla
tutela dell’arma ultima che è la bomba.
Questa condizione di privilegio non poteva durare in eterno è infatti ora sta
vacillando. Il desiderio iraniano di rompere il monopolio israeliano sul
nucleare è antico, e precede l’avvento del regime teocratico a Teheran.
L’America stessa ha tollerato il monopolio, sia pure faticosamente, e lo
tollera di meno oggi che il suo potere globale si sfalda. Nei rapporti tesi
fra Obama e Netanyahu c’è la questione atomica, non detta ma sempre più
pensata.
Difficile alla lunga vietare ad altri attori l’arma, se la si concede a
Israele. Difficile chieder loro di parlare vero, senza chiederlo a Israele.
Obama aveva questo in mente, quando invitò il premier israeliano a
partecipare alla conferenza sulla sicurezza nucleare del 12-13 aprile a
Washington. Invito che Netanyahu declinò, credendo di immortalare in tal modo
il proprio statuto di potenza nucleare opaca, che nega il possesso della
bomba e, al massimo, parla di «opzione nucleare». La conferenza ha auspicato
una zona denuclearizzata in Medio Oriente, pensando all’Iran ma anche a
Israele. I motivi della non partecipazione si possono capire - Israele non ha
firmato il Trattato di non proliferazione - ma rimanere assenti significa
vietare a se stessi lo sguardo lungo, nello spazio e nel tempo, che urge in
questo momento.
In Israele si parla poco della bomba e della centrale di Dimona. Mordechai
Vanunu, il tecnico che lavorava a Dimona e ne rivelò l’esistenza, parlò di
200 testate in un’intervista al Sunday Times del 1986, e venne
incarcerato per 18 anni, accusato di alto tradimento. Israele resta una
democrazia, ma sull’atomica mantiene un segreto di natura autoritaria. I suoi
esperti danno alla segretezza il nome di opacità. Lo storico Avner Cohen,
autore di un libro importante sulla questione (Israel and the Bomb,
Columbia University Press 1998, rifiutato in Israele) sostiene che l’opacità
è una «cultura chiusa in se stessa che non permette di pensare l’epoca della
post-opacità». I responsabili dell’atomica si sono «abituati a lavorare
nell’anonimato, immunizzati da critiche esterne». Il segreto nucleare è un
paravento forse necessario in passato, ma che ora copre debolezze e gesti di
follia politica.
La guerra dei Sei giorni, nel ’67, fu combattuta al riparo della bomba,
ultimata tra la fine degli Anni 50 e i primi 60. Ma possedere la bomba senza
ammetterlo ha finito col congelare il pensiero, dando a Israele l’impressione
di un tempo immobile, di un monopolio non scalfibile. Congelamento accentuato
dall’assenza di test nucleari. Per le altre potenze atomiche il test è stato
un atto di trasparenza, oltre che di orgoglio o tracotanza. In Israele la
dissimulazione ha consentito che la bomba restasse un deterrente puro, che
mette paura senza uscire dall’irrealtà del simbolo.
La volontà dell’Iran di divenire una nazione nucleare (e in futuro una simile
volontà turca) mette fine al simbolo dissimulato. La bomba comincia a farsi
reale, forse usabile in caso di aggressione. È il risultato d’un monopolio
contestato ma anche della politica dell’opacità, che molti leader arabi
considerano un oltraggio. È anche il risultato della nuova fragilità delle
forze convenzionali israeliane. La bomba è un deterrente efficace quando il
suo uso è minacciato, ma non necessario. Quando è necessario, la deterrenza
rovina. Le ultime guerre israeliane e l’assalto alla flottiglia hanno
confermato tale fragilità. Inoltre Israele ha alle spalle una potenza Usa in
declino, invischiata in guerre fallimentari, meno disponibile.
Tanto più grave è la delegittimazione di cui soffre lo Stato israeliano,
soprattutto da quando Hamas ha vinto le elezioni del giugno 2007 ed è
iniziato il blocco di Gaza. Una delegittimazione che tende a espandersi, non
solo localmente ma mondialmente. Il nuovo potere regionale esercitato da Iran
e Turchia è guardato con sospetto da Washington, ma in fondo tollerato.
L’Iran è trattato come un reietto ma la Turchia resta membro della Nato, con cui
esistono solidarietà preziose per Washington. Basti pensare allo strano gioco
di scacchi in corso sull’atomica iraniana. Il 9 giugno, il Consiglio di
sicurezza ha adottato sanzioni contro Teheran, con il consenso di Russia e
Cina. Ma il 17 maggio, un accordo regionale di vasta portata era stato
raggiunto tra Iran, Turchia e Brasile, in base al quale Teheran accettava di
trasportare in Turchia 1200 chilogrammi di uranio a basso
arricchimento, in cambio di 120 chilogrammi di uranio arricchito al 20
per cento da usare per il proprio reattore di ricerca medica. Quel che
America, Europa, Russia non erano riuscite a fare per anni, due potenze medie
l’hanno ottenuto rapidamente. Ma c’è di più: il 27 maggio, il ministero degli
Esteri brasiliano ha reso pubblica una lettera inviata da Obama a Lula (e
probabilmente al turco Erdogan) in cui l’accordo di Teheran veniva
appoggiato, sia pure scetticamente. Le sanzioni lo hanno messo in sordina, ma
forse non affossato.
In questo mondo in mutazione si muove Israele, sempre più ingabbiato dalle
inferriate che si è fabbricato. Sempre più prigioniero della propria tendenza
a considerare equivalenti due minacce che non lo sono: la minaccia alla sua
legittimità, e alla sua esistenza. La prima va combattuta politicamente, e
preliminarmente alla lotta per la sopravvivenza. Equiparare all’Olocausto
l’atomica iraniana, e la rottura del monopolio sul nucleare, significa
impedire a se stessi correzioni di rotta e sforzi di rilegittimazione. Se
ogni correzione è rifiutata, niente ha senso: né la lotta alla banalizzazione
della bomba, né l’uscita dall’opacità, né un negoziato con potenze nucleari
in fieri, né, soprattutto, la soluzione del dramma palestinese. È
quest’ultimo che consente a tanti Paesi di delegittimare continuamente
Israele.
Se adotta uno sguardo lungo, Israele dovrà per forza scoprire che di tempo ne
ha pochissimo, per cambiare radicalmente. Non può continuare a colonizzare
terre quando anche il Papa denuncia l’occupazione, non può costruire sempre nuovi
insediamenti, a Gerusalemme Est e in Cisgiordania, senza attrarre su di sé il
risentimento non solo di Stati contigui ma della stessa America e
dell’Europa. Quarantatré anni di colonizzazione hanno reso affannoso quello
che ora le tocca fare: facilitare la nascita di un vero Stato accanto a sé,
che renda il popolo palestinese non solo fiero ma infine responsabile, dunque
anche imputabile.
Gli uomini di Netanyahu ancora si muovono nel mondo di ieri, quello
dell’opacità e della sicurezza di sé. Nell’aprile scorso, il presidente del
Parlamento Reuven Rivlin ha dichiarato preferibile uno Stato bi-nazionale,
piuttosto che dividere Israele e Cisgiordania in due Stati separati. Altri la
pensano allo stesso modo. Sono posizioni suicide. Perché se Israele incorpora
gli arabi delle zone colonizzate, cesserà di essere uno Stato ebraico. Se non
li incorpora, e continuerà a rendere impossibile lo Stato palestinese,
cesserà di essere una democrazia. È questo il dilemma cui è condannato,
terribile ma ineludibile.
La Stampa, 13 giugno 2010

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