Isnenghi: "la storia d´italia non è un fai-da-te"
Siccome i grandi progetti non ci riesce più di pensarli e realizzarli noi neghiamo e sporchiamo anche quelli che hanno fatto gli altri.”
Anche la storia di un libro, delle sue diverse edizioni, può restituire le
trasformazioni culturali di un paese. E può accadere che un grande studioso
della memoria – dei suoi luoghi, dei suoi miti, dei suoi simboli – prenda le
distanze da un titolo che in origine appariva seducente e innovativo, per
scolorire quindici anni dopo nell´indistinto dello stereotipo. È il caso di
Mario Isnenghi e del suo I luoghi della memoria, straordinaria
enciclopedia dell´Italia unitaria, riproposta ora da Laterza dopo la prima
edizione del 1996. «Tanto suggestiva e plastica al suo apparire, la formula è
diventata una frase fatta, adibita alle più diverse incombenze di turismo
culturale», dice lo storico riprendendo in mano il suo vecchio lavoro, una
storia d´Italia scritta a più voci attraverso materiali inusuali come le
piazze e le osterie, le canzoni popolari, i grandi riti del calcio e del
ciclismo insieme a un variegato repertorio di icone che spaziava dal
tricolore all´utilitaria. Un tapis roulant attraverso le diverse memorie -
così lo definiva l´autore - che serviva a riaffermare un´identità nazionale
già allora fortemente contestata. Ma la proliferazione di liturgie memoriali,
germogliate in questi ultimi decenni, rischia di apparirgli ora come «una
pianta infestante» che toglie ossigeno alle piante vicine, alla «fisiologia
dell´oblio» e soprattutto alla «storia». Un abuso della memoria - per
riprendere il lavoro di Todorov - che finisce per scavare irrimediabilmente
il solco tra storia e discorso pubblico, oggi dominato «da un
anarchicheggiante fai-da-te, in cui ogni asserzione del passato vale l´altra
e tutte sono ugualmente indimostrabili e insignificanti».
Il cortocircuito è destinato a esplodere nel centocinquantesimo anniversario
dell´unità d´Italia, su cui sono già cominciati i cannoneggiamenti
antirisorgimentali da parte leghista ma anche filoborbonica e ultraclericale.
Già da un paio d´anni condirettore della rivista Belfagor, Isnenghi vi
replica ironicamente anche nella sua nuova edizione di Garibaldi fu ferito,
appena uscita da Donzelli. «Figurarsi tutto il Risorgimento come congiura
massonica e imposizione dei protestanti inglesi può valere a tardive vendette
e ideologici risarcimenti. Ma certo, sporcare con le politiche della memoria
la storia così come è stata non porterà a sostituirla con nessuna antistoria.
Si può solo riuscire ad essere - tutti - ancora più confusi, disancorati,
poveri di autostima».
Oggi rischiamo di buttar via il Risorgimento così come abbiamo tentato di
buttar via la
Resistenza. Qual è il nesso politico e culturale di questa
liquidazione? «È la famosa morte delle ideologie», risponde lo studioso. «L´esaurimento
delle grandi narrazioni, la fine della storia, addirittura. Siccome i grandi
progetti non ci riesce più di pensarli e realizzarli noi neghiamo e
sporchiamo anche quelli che hanno fatto gli altri. Processiamo il
Risorgimento, riduciamo la resistenza a truci ammazzamenti». In un´opera recente
della Utet, Italiani in guerra. Conflitti, identità, memorie dal Risorgimento
ai giorni nostri, Isnenghi analizza tutte le ragioni e le motivazioni della
disunità, le controspinte per non fare l´Italia. «I pro prevalsero sui contro
- questa è storia - ma ce li portiamo dentro e ora esplodono. All´attacco ci
vanno i leghisti ossia i frantumatori. Stufo dello sterco buttato addosso,
qualche meridionale s´inventa la mossa del cavallo, ossia un meridionalismo
reazionario tirando fuori Francesco II, e i briganti. Dei tre fronti i meno
loquaci paiono gli eredi del Papa-Re. In effetti hanno sbancato il banco e
possono sentirsi i vincitori: nel carnevale delle memorie, chi si ricorda
oggi che ci fu un´Italia, un governo italiano che osò andar contro la volontà
di un Papa?».
A fronte di un discorso pubblico impazzito, di un proliferare non più
governabile di memorie e di soggettività - e i siti Internet sono ancora più
«brulicanti di sospetti e orrori» - Isnenghi sottolinea la vitalità di una
storiografia che esercita il suo mestiere, in una crescente divaricazione tra
senso comune ed esiti della ricerca. «La crisi non è certo negli studi
storici, ma nello iato tra queste ricerche e le dinamiche sociali e culturali
disgregative nelle quali siamo immersi». Non è in gioco lo stile comunicativo
degli storici, ma «un complesso di spinte convergenti, anche filosofiche non
solo di bassa cucina politicante» che ha prodotto «lo sbriciolarsi
dell´oggetto, la messa in dubbio della realtà fattuale, una discorsività labile
e fuggevole».
Può colpire, nella più recente pubblicistica storica, un appassionato
«neorisorgimentismo» che accomuna studiosi di culture politiche differenti -
ex comunisti, cattolici e liberali - con percorsi talvolta non privi di
ripensamenti. Pochi giorni fa nell´articolo "Nostalgia di Cavour"
Ernesto Galli della Loggia lamentava a ragione la scarsa popolarità del
Risorgimento, relegato anche ai margini della circolazione scolastica, mentre
solo tre anni fa con un editoriale che sbigottì il liberale Giuseppe Galasso
tendeva a interpretarlo come l´atto originario di una storia nazionale
attraversata da violenza e illegalità. Come spiega Isnenghi questa nuova
contagiosa (condivisibile) apologia risorgimentale? «È una difesa reattiva
all´attacco sferrato a quella tradizione. Forse è successo anche ad altri
quel che è accaduto a me o a studiosi come Silvio Lanaro. Novecentisti quali
eravamo, abbiamo cominciato a ragionare sulla genesi dello Stato così
vilipeso, opponendo alla spinta frammentatrice del discorso pubblico un
ragionamento storico illuminista in difesa dello Stato e di una dialettica
civile decorosa».
Grazie a Bossi, in sostanza, l´incontro con Garibaldi? «Sono un figlio
bastardo della Lega», risponde Isnenghi. «Come veneto ci devo star dentro e
pensare sopra, come veneziano ho potuto tenerne il collo fuori. E stato lui,
il "Cattaneo" dei nostri giorni, a spingermi ad andare a vedere,
facendo di me anche un ottocentista. Presa questa strada non potevo non
incontrare Garibaldi. Nell´82, poi, ho anche scoperto di avere un avo
garibaldino, e dunque qualche ragione d´ordine famigliare per schierarmi. E
per schierarmi, sì, mi sono schierato».
Ma perché rivelare solo oggi la storia di quell´avo orologiaio partito da
Trento per andare con i Mille? «Immagino che solo oggi, a questi lumi di
luna, un certo orgoglio di immedesimazione abbia prevalso sul riserbo. E poi
anche questo di Enrico è un micro-caso di studio per me significativo. Ho
potuto constatare che i discendenti diretti di Enrico si radunano una volta
l´anno in suo nome, ma è un ricordo spoliticizzato che prescinde dalla sua
camicia rossa, starei per dire che a fatica gliela perdona. Lo studioso della
memoria si trova in questo caso davanti agli imprevedibili smottamenti della
memoria. Così è lo stesso avo garibaldino a suggerirmi di non prendere troppo
sul serio né la memoria né gli studi sulla memoria».
La Repubblica, 20 agosto 2010

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