Io, la mia scorta e il senso di solitudine
"Lo vedi, stanno iniziando ad abbandonarci. Lo sapevo". Così il mio caposcorta mi ha salutato ieri mattina.
"Lo vedi, stanno iniziando ad abbandonarci. Lo
sapevo". Così il mio caposcorta mi ha salutato ieri mattina. Il dolore per
la protezione che cercano di farmi pesare, di farci pesare, era inevitabile. La
sensazione di solitudine dei sette uomini che da tre anni mi proteggono mi ha
commosso. Dopo le dichiarazioni del capo della mobile di Napoli che gettano
discredito sul loro sacrificio, che mettono in dubbio le indagini della Dda di
Napoli e dei Carabinieri, la sensazione che nella lotta ai clan si sia prodotta
una frattura è forte.
Non credo sia salutare spaccare in due o in più parti un fronte che dovrebbe
mostrarsi, e soprattutto sentirsi, coeso. Società civile, forze dell'ordine,
magistratura. Ognuno con i suoi ruoli e compiti. Ma uniti. Purtroppo riscontro
che non è così. So bene che non è lo Stato nel suo complesso, né le figure
istituzionali che stanno al suo vertice a voler far mancare tale impegno
unitario. Sono grato a chi mi ha difeso in questi anni: all'arma dei
Carabinieri che in questi giorni ha mantenuto il silenzio per rispetto
istituzionale ma mi ha fatto sentire un calore enorme dicendomi "noi ci
saremo sempre".
Mi ha difeso l'Antimafia napoletana attraverso le dichiarazioni dei pm Federico
Cafiero De Raho, Franco Roberti, Raffaele Cantone. Mi ha difeso il capo della
Polizia Antonio Manganelli con le sue rassicurazioni e la netta smentita di ciò
che era stato detto da un funzionario. Mi ha difeso il mio giornale. Mi hanno
difeso i miei lettori.
Ma uno sgretolamento di questa compattezza è malgrado tutto avvenuto e un
grande quotidiano se ne è fatto portavoce. Ciò che dico e scrivo è il risultato
spesso di diversi soggetti, di cui le mie parole si fanno portavoce. Ma si
cerca di rompere questa nostra alleanza, insinuando "tanti lavorano
nell'ombra senza riconoscimento mentre tu invece...". Chi fa questo
discorso ha un unico scopo, cercare di isolare, di interrompere il rapporto che
ha permesso in questi anni di portare alla ribalta nazionale e internazionale
molte inchieste e realtà costrette solo alla cronaca locale.
Sento
di essere antipatico ad una parte di Napoli e ad una parte del Paese, per ciò
che dico per come lo dico per lo spazio mediatico che cerco di ottenere. Sono
fiero di essere antipatico a questa parte di campani, a questa parte di
italiani e a molta parte dei loro politici di riferimento. Sono fiero di star
antipatico a chi in questi giorni ha chiamato le radio, ha scritto sui social
forum "finalmente qualcuno che sputa su questo buffone". Sono fiero
di star antipatico a queste persone, sono fiero di sentire in loro bruciare lo
stomaco quando mi vedono e ascoltano, quando si sentono messi in ombra. Non
cercherò mai i loro favori, né la loro approvazione. Sono sempre stato fiero di
essere antipatico a chi dice che la lotta alla criminalità è una storia che
riguarda solo pochi gendarmi e qualche giudice, spesso lasciandoli soli.
Sono sempre stato fiero di essere antipatico a quella Napoli che si nasconde
dietro i musei, i quadri, la musica in piazza, per far precipitare il decantato
rinascimento napoletano in un medioevo napoletano saturo di monnezza e in mano
alle imprenditorie criminali più spietate. Sono sempre stato antipatico a
quella parte di Napoli che vota politici corrotti fingendo di credere che siano
innocui simpaticoni che parlano in dialetto. Sono sempre stato fiero di
risultare antipatico a chi dice: "Si uccidono tra di loro", perché
contiamo troppe vittime innocenti per poter continuare a ripetere questa vuota
cantilena.
Perché così permettiamo all'Italia e al resto del mondo di chiamarci razzisti e
vigliacchi se non prestiamo soccorso a chi tragicamente intercetta proiettili
non destinati a lui. Come è accaduto a Petru Birladeanu, il musicista ucciso il
26 maggio scorso nella stazione della metropolitana di Montesanto che non è
stato soccorso non per vigliaccheria, ma per paura.
Sono sempre stato fiero di risultare antipatico a chi mal sopporta che vada in
televisione o sulle copertine dei giornali, perché ho l'ambizione di credere
che le mie parole possano cambiare le cose se arrivano a molti.
E serve l'attenzione per aggregare persone. Sarò sempre fiero di avere questo
genere di avversari. I più disparati, uniti però dal desiderio che nulla cambi,
che chi alza la testa e la voce resti isolato e venga spazzato via com'è
successo già troppe volte. Che chi "opera" sulle vicende legate alla
criminalità organizzata e all'illegalità in generale, continui a farlo, ma in
silenzio, concedendo giusto quell'attenzione momentanea che sappia sempre un
po' di folklore. E se percorriamo a ritroso gli ultimi trent'anni del nostro
Paese, come non ricordare che Peppino Impastato, Giuseppe Fava e Giancarlo
Siani - esposti molto più di me e che prima di me hanno detto verità ora alla
portata di tutti - hanno pagato con la vita la loro solitudine. E la volontà di
volerli ridurre, in vita, al silenzio.
Sono sempre stato fiero, invece, di essere stato vicino a un'altra parte di
Napoli e del Sud. Quella che in questi anni ha approfittato della notorietà di
qualcuno emerso dalle sue fila per dar voce al proprio malessere, al proprio
impegno, alle proprie speranze. Molti di loro mi hanno accolto con diffidenza,
una diffidenza che a volte ha lasciato il posto a stima, altre a critiche, ma
leali e costruttive. Sono fiero che a starmi vicino siano stati i padri gesuiti
che mi hanno accolto, le associazioni che operano sul territorio con cui
abbiamo fatto fronte comune e tante, tantissime persone singole.
Sono fiero che a starmi vicino sia soprattutto chi, ferocemente deluso dal
quindicennio bassoliniano, cerca risposte altrove, sapendo che dalla politica
campana di entrambe le parti c'è poco da aspettarsi. Sono sempre stato fiero
che vicino a me ci siano tutti quei campani che non ne possono più di morire di
cancro e vedere che a governare siano arrivati politici che negli anni hanno
sempre spartito i propri affari con le cosche. Facendo, loro sì, soldi e
carriera con i rifiuti e col cemento, creando intorno a sé un consenso
acquistato con biglietti da cento euro.
È stato doloroso vedere infrangersi un fronte unico, costruito in questi anni
di costante impegno, che aveva permesso di mantenere alta l'attenzione sui
fatti di camorra. È stato sconcertante vedere persone del tutto estranee alla
mia vicenda esprimere giudizi sulla legittimità della mia scorta. La protezione
si basa su notizie note e riservate che, deontologia vuole, non vengano rese
pubbliche. Sono stato costretto a mostrare le ferite, a chiedere a chi ha
indagato di poter rendere pubblico un documento in cui si parla esplicitamente
di "condanna a morte". Cose che a un uomo non dovrebbero mai essere
chieste.
Ho dovuto esibire le prove dell'inferno in cui vivo. Ho esibito, come
richiesto, la giusta causa delle minacce. Sento profondamente incattivito il
territorio, incarognito. Gli uni con gli altri pronti a ringhiarsi dietro le
spalle. Molti hanno iniziato a esprimere la propria opinione non conoscendo
fatti, non sapendo nulla. Vomitando bile, opinioni qualcuno addirittura ha
detto "c'è una sentenza del Tribunale che si è espressa contro la
scorta". I tribunali non decidono delle scorte, perché tante bugie,
idiozie, falsità? Addirittura i sondaggi online che chiedevano se era giusto o
meno darmi la scorta.
Quanto piacere hanno avuto i camorristi, il loro mondo, lì ad osservare questo
sputare ognuno nel bicchiere dell'altro? Dal momento in cui mi è stata
assegnata una protezione, della mia vita ha legittimamente e letteralmente
deciso lo Stato Italiano. Non in mio nome, ma nel nome proprio: per difendere
se stesso e i suoi principi fondamentali. Tutte le persone che lavorano con la
parola e sono scortate in Italia, sono protette per difendere un principio
costituzionale: la libertà di parola. Lo Stato impone la difesa a chi lotta
quotidianamente in strada contro le organizzazioni criminali. Lo Stato impone
la difesa a magistrati perché possano svolgere il loro lavoro sapendo che la
loro incolumità fa una grande differenza.
Lo Stato impone la difesa a chi fa inchieste, a chi scrive, a chi racconta
perché non può permettere che le organizzazioni criminali facciano censura. In
questi anni, attaccarmi come diffamatore della mia terra, cercare di espormi
sempre di più parlando della mia sicurezza, è un colpo inferto non a me, ma
allo stato di salute della nostra democrazia e a tutte le persone che vivono la
mia condizione. Sento questo odio silenzioso che monta intorno a me crea
consenso in molte parti
Sta cercando il consenso di certa classe dirigente del Sud che con il solito
cinismo bilioso considera qualunque tentativo di voler rendere se non migliore,
almeno consapevole la propria terra, una strategia per fare soldi o carriera.
Ma mi viene chiesta anche l'adesione a un "codice deontologico", come
ha detto il capo della Mobile di Napoli, il rispetto delle regole. Quali
regole? Io non sono un poliziotto, né un carabiniere, né un magistrato. Le mie
parole raccontano, non vogliono arrestare, semmai sognano di trasformare. E non
avrò mai "bon ton" nei confronti delle organizzazioni criminali, non
accetterò mai la vecchia logica del gioco delle parti fra guardie e ladri. I
camorristi sanno che alcuni di loro verranno arrestati, le forze dell'ordine
sanno in che modo gestire gli arresti che devono fare.
Lo hanno sempre detto a me, ora sono io a ribadirlo: a ognuno il suo ruolo. La
battaglia che porto avanti come scrittore è un'altra. È fondata sul cambiamento
culturale della percezione del fenomeno, non nel rubricarlo in qualche
casellario giudiziario o considerarlo principalmente un problema di ordine
pubblico.
Continuare a vivere in una situazione così è difficile, ma diviene impossibile
se iniziano a frapporsi persone che tentano di indebolire ciò che sino a ieri
era un'alleanza importante, giusta e necessaria. So che è molto difficile
vivere la realtà campana, ma c'è qualcuno che ci riesce con tranquillità. Io
non ho mai avuto detenuti che mi salutassero dalle celle, né me ne sarei mai
vantato, anzi, pur facendo lo scrittore, ho ricevuto solo insulti. Qualcuno
dice a Napoli che è riuscito a fare il poliziotto riuscendo a passeggiare
liberamente con moglie e figli senza conseguenze. Buon per lui che ci sia
riuscito. Io non sono riuscito a fare lo scrittore riuscendo a passeggiare
liberamente con la mia famiglia. Un giorno ci riuscirò lo giuro.
© 2009 Roberto Saviano. Published by arrangement
with Roberto Santachiara Literary Agency
http://www.repubblica.it 16/10/2009

Precedente: La democrazia delegittimata








