Introiezione del conflitto
Generalmente la condizione di precario viene interiorizzata e non si trasforma in coscienza di classe. E quando succede, ci pensa Gasparri a ristabilire l’ordine…
Vi racconto una storia. Qualche anno fa stavo facendo
un’inchiesta sul precariato cognitivo: intervistavo ragazzi tra i venticinque e
i trentacinque anni, laureati, iperformati, ipercompetenti, che vivacchiavano
tra assegni di ricerca volatili, elemosine dei genitori, e nebulose promesse di
contratti – quel paesaggio tristanzuolo che conosciamo. Mi capitò una ragazza,
dottorata in antropologia, che era riuscita a strappare una collaborazione
part-time in una fondazione che le garantiva 650 euro al mese; il resto del
tempo lo impiegava tenendo in vece della sua vecchia pigra professoressa un
paio di corsi, esami e altro pseudo-volontariato universitario – retribuito
poco più di un rimborso spese (un altro migliaio di euro all’anno). Tra gli
intervistati, non era una di quelli messi peggio. Era una tipa in gamba,
determinata, fiera della propria indipendenza (non voleva chiedere soldi ai
suoi), e soprattutto iperconsapevole delle condizioni di sfruttamento, delle
dinamiche baronali dell’accademia etc… Viveva insieme a altre quattro tizie in
un appartamento a Tor Pignattara. Condivideva una stanza doppia, per cui pagava
200 euro al mese, un prezzo buonissimo. Più o meno a conti fatti le restavano
cinquecento euro, che potevano un po’ aumentare con qualche introito delle
ripetizioni (terzo lavoro, dunque). Di questi soldi ne spendeva circa 300 al
mese, mi disse, per fare analisi.
Ne aveva un assoluto bisogno perché si sentiva piuttosto depressa: a trenta e
passa anni dormiva in un posto letto col materasso smollato come una matricola
fuorisede appena approdata a Roma, non immaginava nessuno sbocco lavorativo
concreto a lungo termine, si sentiva una fallita nei confronti dei suoi, non
riusciva a prendere sul serio nessuna relazione sentimentale, aveva un
desiderio di un figlio che le pareva pura incoscienza, era sempre stanca (la fondazione
dove lavorava aveva la sede dall’altra parte della città rispetto a casa e
all’università). Alla fine di quella lunghissima intervista che si era
tramutata in un botta e risposta sulle condizioni materiali e morali di vita
negli anni zero italiani, me andai a casa triste.
Dovevo ammettere che la mia situazione non era troppo differente da quella sua;
eppure, oltre questa sorta di empatia e di rispecchiamento, non era scattato
nessun senso di identità condivisa, nessun grumo di coscienza di classe, come
si potrebbe dire. Il punto è che lei per provare a stare meglio andava a fare
terapia, e con l’aiuto di questo analista cercava di migliorare il rapporto con
i suoi, desiderava riuscire a considerare legittimo il desiderio di poter
innamorarsi di un uomo, di mettere su famiglia, la sua capacità di credere al
futuro, e voleva sentirsi meno in colpa se non arrivava a fare per benino tutto
quello che le veniva richiesto tra università e lavoro. Il malessere sociale
che l’aveva contagiata, lei se l’era preso in carico proprio tutto tutto. La
formazione di una coscienza di classe era stata sostituita da un percorso
individuale di ricerca di sintonizzazione psicologica, per cui spendeva quasi
la metà dei suoi soldi mensili. Mi sembrò un simbolo perfetto di quello che
stava accadendo in giro alle generazioni di quest’età post-comunitaria. Invece
di esternare il malessere, provando a generare conflitto sociale o quantomeno
affratellamento, il disagio veniva tutto introiettato e si tentava di
risolverlo a proprie spese – letteralmente. Del resto questa ragazza non
cercava neanche più questo conflitto, cercava serenità. Vi racconto anche
un’altra storia, più breve.
C’è un racconto di Nicola Lagioia del 2007 che ha come protagonista una ragazza
di nome Sara che lavora all’organizzazione di eventi. All’inizio la troviamo
nel pieno di una supergiornata di lavoro mentre, sottopagata, briga perché sono
appena arrivati dei finanziamenti per quello che si vorrebbe un grande festival
di teatro, letteratura, arte… La sua vita sembra una malinconica routine da
animale da stagismo, se non fosse che incontra e si infatua di un tizio che si
chiama Mario, e nella scena clou riesce a farsi invitare a cena da lui. Ma
mentre le cose paiono andare nel verso previsto, qualcosa comincia a
cortocircuitare tra i suoi pensieri: “Volevo tenere la conversazione a un
livello decente, ma mentre provavo a concentrarmi sulle sue parole non ho
potuto fare a meno di pensare digli degli inviti, digli degli inviti…, così ho
cercato di pensare ad altro, volevo godermi la cena ma la vocina di tanto in
tanto faceva capolino tra i discorsi, e mi ha seguito nel salotto, dove abbiamo
preso un whisky, e mi ha seguito in camera da letto, dove a un certo punto, non
so come, stavamo già facendo l’amore, ci sono stati inizialmente questi
movimenti goffi, poi lui mi è entrato dentro, e mentre gli dicevo: “Mario…” in
una parte della testa continuava a risuonarmi come da un pozzo senza fondo
digli degli inviti, digli degli inviti”. Vi sembra paradossale? Eppure, se ci
pensiamo un secondo, questa schizofrenia non è soltanto un sintomo di una
versione estrema del capitalismo del terziario avanzato. La schizofrenia è
esattamente, precisamente, il modello dei rapporti di lavoro che ci
interessano. La schizofrenia è il sostituto psicotico del conflitto di classe.
Lavoratori dipendenti e autonomi, partite iva e contratti atipici, dottorandi e
docenti precari, trentenni depressi e sessantenni che continuano a finanziare
la vita dei figli sperando che un giorno questi li ricompenseranno. La distanza
tra chi sfrutta e chi è sfruttato passa tutta per un conflitto interiore. E a
lungo andare questa scissione – che non diventa mai dialettica – crea una sorta
di abituazione, una cronicizzazione del disagio. Ossia: un dispositivo clinico
per cui veramente penso possibile, normale, permanere in una situazione
paradossale come quella di un quarantenne che vive da adolescente, o come
quella di una ragazza che non capisce se l’innamoramento che sta cominciando a
provare gli potrà tornare utile per il suo lavoro di ufficio stampa. Un
malessere sociale a cui, invece di riconoscerlo come coscienza di classe
narcotizzata, diamo alle volte il nome di bipolarismo; in una specie di
medicalizzazione della tensione politica. (Del resto, senza rendercene conto,
le patologie della psiche contemporanea sono diventate utili in termini
lavorativi. Quanto, per dire, è più efficiente un’ossessivo-compulsiva come
organizzatrice di eventi, che telefona per confermare dieci volte che tutte le
persone invitate abbiano risposto, che le stanze degli alberghi siano
prenotate, che i treni non abbiano ritardi, etc…? Quanto un narcisista
all’ultimo stadio può costituire un valore aggiunto come top-manager rispetto a
una persona con capacità autocritiche? Quanto una persona in preda ad ansie da
prestazione sarà cento volte più disponibile per degli straordinari non pagati?
Sarebbe non troppo surreale se un giorno sul curriculum cominciasse a esserci
una voce Patologie a sostituire quella Caratteristiche personali o Competenze).
Ma tornando a noi, ci si può domandare perché questo disagio interiore non
diventa coscienza di classe, perché questo basso di recriminazione ha raramente
un acuto di rabbia, e figuriamoci se si manifesta come ribellione. Una risposta
parziale la possiamo ricavare da un’altra piccola storia. Un po’ di tempo fa mi
è capitato di vedere una puntata di Ballarò dedicata al lavoro. C’era un
servizio di dieci minuti su un disoccupato, un uomo di mezz’età che aveva
appena perso il lavoro. Dalla sua casa in penombra raccontava alla telecamera
come la sua vita fosse miserabile, priva di dignità ora che si trovava a
spasso: si sentiva un verme perché non poteva pagare nemmeno la scuola di
calcio a suo figlio come gli aveva promesso da tempo. Alla fine del servizio,
gli imprenditori che stavano in studio, tipo la Todini, avevano colto la
palla al balzo e avevano subito dichiarato di fronte al pubblico: lasciateci il
numero di questo disoccupato, vedremo subito cosa possiamo fare, uno straccio
di lavoro in nome della scuola calcio del figlio glielo troveremo. La domanda
che mi era posto non era tanto relativa al fatto di come la
spettacolarizzazione annullasse in realtà il valore della denuncia, anzi
legittimasse immediatamente le parole della Todini & co. Lo sconcerto che
provavo era proprio nella mostruosa introiezione di questo meccanismo di
sudditanza: anche il disoccupato – una volta avuta finalmente voce – non aveva
nessuna capacità di diventare un soggetto politico, finiva col mostrarsi
semplicemente un miserabile, non riusciva a innalzarsi dalla sua condizione di
sintomo di un malessere impersonale, e a quel punto forse otteneva un lavoro. E
questo rovesciamento, come dire, negli ultimi anni è stato sdoganato. A tal
punto che per esempio l’ultima campagna pubblicitaria della Presidenza della
Repubblica sulla sicurezza sul lavoro fa leva proprio su questo. Guardateli i
cartelloni. Un quadretto di una famiglia felice, incorniciati in un frame di
una polaroid, e un inquietante slogan: Non fare che tutto questo diventi solo
un ricordo. Chi si vuole bene pretende la sicurezza sul lavoro. Chi si vuole
bene?! Adesso se rimango schiacciato da una pressa mi devo anche sentire in
colpa? Non era un mio diritto? Non era una tutela di cui doveva prendersi la
responsabilità il mio datore di lavoro? Devo farmi carico anche di questo?
Ora – e qui viene la parte difficile – come collegare questa diffusa anestesia
rispetto al risveglio di una coscienza di classe con l’aspetto di
volgarizzazione radicale, apparentemente folkloristico della politica italiana:
che c’entra Pomigliano con le barzellette condite di bestemmie? e i suicidi dei
ricercatori con il dito medio che Bossi tira fuori a ogni pie’ sospinto come un
pivello gangsta? Come mettere insieme quella politica e quell’altra politica?
Si può azzardare qualche ipotesi di lettura? In realtà non vi sembra come forse
il potere stesso oggi si manifesti proprio utilizzando questo bipolarismo di
massa come suo referente? Mi faceva impressione mettere a confronto due filmati
sorprendentemente simili. Uno è quello famoso della storiella (che è come
Berlusconi definisce le barzellette) su Rosy Bindi raccontata a L’Aquila con
bestemmia finale. Un altro lo potete trovare in rete ed è una scena di Salò o
le 120 giornate di Sodoma di Pasolini: è appena morta una delle ragazze
prigioniere delle torture dei vecchi gerarchi quando uno di loro prende la
parola e dice: “E così anche le ragazze invece di nove sono otto. E a proposito
dell’otto mi viene in mente una storiella (sic). Si tratta di un tale che
c’aveva un amico che si chiamava Perotto. Una notte, tornando insieme durante
l’oscuramento, i due si sono perduti. Allora il nostro uomo cerca l’amico. E a
tentoni cerca cerca cerca, e finalmente gli sembra di vedere qualcosa che si muove
nel buio. Tutto contento, pensando di aver trovato l’amico Perotto, grida: ‘Sei
Perotto?’, e una voce nel buio risponde: ‘Quarantotto!’”. E giù risate dei
torturatori. Inquadrate in controcampo da Pasolini… Come dal cameraman
improvvisato col cellulare a L’Aquila…
Anche il contesto dà da pensare. Nel Salò di Pasolini c’è un cadavere appena
fresco, a l’Aquila ci sono le macerie ancora da sgombrare. Perché Pasolini
aveva scelto di mettere in bocca ai gerarchi repubblichini le barzellette?
Perché Berlusconi è così pervicace nel raccontare le sue storielle, scorrette,
blasfeme, offensive, puerili in qualunque occasione; o credete che smetterà
dopo queste ultime così criticate da Chiesa e comunità ebraiche? Perché
Berlusconi, nel panorama mortifero che ha lui stesso creato, ha deciso
d’incarnare ancora il principio trasgressivo, carnevalesco, il rovesciamento di
quell’ordine che invece lui stesso dovrebbe garantire? Perché il potere
funziona proprio così: come “trasgressione intrinseca”.
Slavoj Zizek lo mostra perfettamente in Pervert’s
guide to cinema quando analizza un brano di Ivan il terribile di
Eisenstein: c’è un gruppo di boiardi che, dopo aver fatto piazza pulita dei
nemici dello zar, rimette in scena una specie di musical carnevalesco che
rappresenta il massacro, sfotte e brutalizza chi aveva osato ribellarsi e che è
stato trucidato nel modo peggiore. Come ci fa notare il filosofo sloveno, la
comicità messa in scena dal potere non è un surplus folkloristico (come non
sono folklore il dito medio di Bossi e le corna di Berlusconi), ma è
l’espressione più piena dell’energia distruttiva del potere, la juissance, il
godimento, l’orgasmo. La risata dell’Aquila sostituisce l’eiaculazione di un
filmato su youporn, come dire.
Ma questo gli è ormai del tutto consentito perché ha a che fare con una società
in preda a questa schizofrenia di massa. Che di fronte alla questione del
terremoto vive un’emozionalità scissa. Da una parte l’indignazione ininfluente.
Dall’altra un desiderio legittimo di ritornare a vivere, di ridere, di essere
spensierata. Ed ecco allora che il Berlusconi bestemmiatore e barzellettiere
soddisfa in un sol colpo in maniera pavloviana entrambi i desideri: li
esaurisce. Non facendo maturare né l’uno né l’altro, ne liquida le possibilità
di crescita, e li spazza via dalla politica.
Cosa succederebbe se noi evitassimo di risolvere la nostra critica
nell’indignazione da una parte (a sinistra) e di ridere delle barzellette di
Berlusconi (a destra)? Forse che questi impulsi legittimi a innamorarci di un
uomo, a mettere su famiglia, a vedere ricostruita la nostra città, non
verrebbero finto-appagati nell’immediato, introiettati, medicalizzati, in
pratica rimossi; ma forse riuscirebbero a essere potenti, arriverebbero
finalmente a creare qualcos’altro.

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