Strumenti personali
Portale » Cogito Ergo Sum » Intervista con me stessa
sibilla aleramo

Intervista con me stessa

A 50 anni dalla scomparsa di Sibilla Aleramo

 

 

Mi è stato chiesto quali sono le opere alle quali sono più affezionata? Domanda davvero imbarazzante: si pensa ai propri libri un po’ come a figlioli, di fronte ai quali non si può parlare di preferenza; a ciascuno s’è dato volta a volta il meglio di quel che si aveva, con tutto il vigore fisico e morale di cui si disponeva, e se taluno riesce meno bene, più deboluccio, non perciò gli si è meno affezionati. E forse che, se uno fra loro, per qualche, fortunato incontro di astri benevoli, risulta invece migliore degli altri, più armonioso nelle membra, con voce più chiara, destinato ad emanar più luce intorno a sé, forse che lo si deve favorire maggiormente amandolo più di tutti? No davvero? Tuttavia, restando sempre nella similitudine dei figli, c’è, forse un sentimento di tenerezza più spiccato, di solito, per il primo e per l’ultimo nato. Il primo libro (nel mio caso è stato Una donna, che incominciai a scrivere ormai quasi mezzo secolo, nel 1902, e apparve nell’autunno 1906), il primo libro è quasi sempre quello che riassume, ma pure con esitazioni e manchevolezze, le qualità più spiccate del nostro spirito, è quello che ha rivelato a noi medesimi il nostro mondo intimo, il nostro accento e, direi, il nostro avvenire. Se lo si riprende in mano e lo si risfoglia di quando in quando attraverso i decenni, ci si stupisce ogni volta di trovarvi quasi la profezia di tutto ciò che lungo il corso della vita andò a noi svolgendosi ed affermandosi: ci si meraviglia constatando come fin dalla prima giovinezza sentivamo e pensavamo al par d’oggi. E questa fedeltà, questa costanza nello sviluppo della propria personalità commuovono appunto perché misteriose, involontarie. E guai se così non fosse: mai se un poeta si prefiggesse a priori d’essere se stesso, di «divenire quello che è» (per usare la frase di un grande ottocentista). Il poeta presente sempre «nuovo» e, sotto un altro aspetto, nuovo è, volta per volta, eppure nello stesso tempo è sempre lui, con quella sua sincera ineguagliabile voce con cui nacque...

Per quanto riguarda la mia ultima produzione, sto lavorando attualmente ad un gruppo di liriche che sostituiranno forse un volumetto, fra qualche tempo... Non scrivevo più poesie da alcuni anni, quando nell’estate del 1948 ho ripreso a comporne, di quando in quando: con stupore e intima gioia, qualunque sia il loro valore. Differenziano un poco dalle liriche precedenti perché più ampie intense e anche perché sono in maggior parte d'ispirazione sociale, mentre prima m’erano dettate quasi esclusivamente da aspetti della natura e da sentimenti di dolore o d’amore. Ma amore è anche in queste mie liriche recenti: un più vasto amore, non più tanto per singole creature, imperfette come imperfetti siam tutti, ma per l’umanità intera, un’umanità che io contemplo in un prossimo avvenire del mondo, redenta da miserie, da ingiustizie, da viltà... Il mondo d’oggi a me appare ancora adolescente e tale l’ho definito in un volume di prose pubblicato un anno fa; ma io ho fede ch’esso si avvii a divenire adulto, ho fede che l’umanità vorrà cessare di giocare al tremendo gioco della guerra, e accosterà finalmente consapevolezza e maturità veraci. E questa fede chiede di essere espressa, vuole dal mio cuore essere tradotta in ritmo, giungere ad amori fraterni e dar loro lume di speranza e di coraggio. Forse saranno tentativi, i miei, solo balbettii. Non so. Mi par d’essere quella che scriveva sulla carta, esitando, i suoi intimi versi ignorando che fossero versi, con un tremore indicibile... Nello stesso tempo ho il senso di chiudere con queste poesie il cerchio della mia lunga parabola, senso di sollievo, e anche di riconoscenza verso il destino che mi precede, dopo tanto aspro e sempre articolato cammino, di poter, prima del definitivo silenzio, dire ancora qualche parola che sia come una brezza lieve a chi mi ascolta. Un'altra domanda che mi è stata fatta e che mi causa anch’essa non poco imbarazzo è se fra i miei libri di poesia e di prosa ve ne sia qualcuno che non abbia avuto il riconoscimento che meritava. Ma tale domanda mi è stata espressa tanto gentilmente che voglio soddisfarla. C’è stato, sì un libro ch’io m’ero un poco illusa dovesse essere accolto dai critici e dal pubblico, con interesse e favore, ed invece non fu, al suo apparire, affatto compreso. Qualche anziano fra i miei lettori penserà forse al mio poemetto drammatico Endimione, che venne fischiato a Torino e a Roma nel 1924 e ’25, dopo che era stato applaudito a Parigi nella versione francese. Ma non si tratta, no, di quel mio povero e pur sempre caro tentativo, che forse non era «teatrale» e soprattutto non adatto ad un pubblico come quello del «Valle». È invece del Passaggio che parlo: il quale vide la luce nella primavera del 1919, in quel torbido dopoguerra in cui andavano a ruba i libri di Guido da Verona e di altri peggiori. Io non avevo più pubblicato nulla dopo il successo di Una Donna, tredici anni innanzi. Forse si aspettava un seguito, un racconto autobiografico verista e particolareggiato. Il Passaggio viceversa è una specie di poema in prosa che reca per epigrafe il verso di Shakespeare «Tutto sarà trasformato i qualcosa di ricco e di strano». Avevo messo sei anni a comporlo, a lunghi intervalli, ed è di sole 170 pagine. Ancora oggi, a un trentennio di distanza, sono convinta che il quel libro ho racchiusa la più pura essenza del mio spirito, in un ardore di confessione e di olocausto che poi mai più raggiunsi, se non forse, con diverso tono, nel mio Diario, che è del 1940-1944. E ancor oggi  amo Il Passaggio al pari di alcune poche mie poesie che giudico particolarmente felici.

Tradotto in Francia, Il Passaggio riscosse colà alti consensi, che non mi consolarono tuttavia del silenzio col quale esso era stato accolto in patria. Due soli articoli, ricordo, mi furono di conforto: il primo era di un poeta, Clemente Rebora, che più tardi si fece frate, l’altro di un giovane geniale, immaturamente, spento, Piero Gobetti. Il libro più tardi venne ristampato e piacque, ma sempre in cerchi assai ristretti. Ora da anni è esaurito e introvabile. Mondadori mi aveva promesso, due anni fa, di farne una nuova edizione, ma non ha mantenuto, come non ha mantenuto l’altra promessa di raccogliere in un solo volume le prose dei tre libri Andando e stando, Gioie d’occasione e Orsa minore, anch’essi esauriti e introvabili sebbene siano stati tra i miei più letti ed approvati da critici severi come Emilio Cecchi, il quale a proposito di essi mi fece l’onore di pormi a lato della francese Colette.

Per tornare al Passaggio debbo proprio pensare che il suo tempo non sia ancora giunto, che sia proprio la posterità a rendergli giustizia? Or son pochi giorni Angioletti ha scritto che gli italiani incominciano a rispettare uno scrittore nostrano soltanto dopo trenta o magari cinquant’anni dalla sua dipartita: dunque, pazienza! Ma ora io confesserò una cosa che non ho mai detto a nessuno: da qualche tempo, da due anni in qua, sto compiendo una esperienza che può chiamarsi una specie di anticipazione della posterità. Così. Vincendo la timidezza nervosa che contrasta con l’audacia del mio spirito e dei miei scritti mi son messa a leggere in pubblico le mie liriche, antiche e recenti, io che non avevo osato mai farlo neppure in una piccola cerchia d’amici. Son divenuta come il menestrello della mia poesia, attraverso l’Italia, da Aosta a Taranto, da Prato a Salerno, da Empoli a Cagliari, da Genova a trieste e via via.

Ebbene, allorchè dopo ogni lettura mi si affollano intorno gli uditori e veggo il loro sguardo, specie dei giovanissimi, brillare d’emozione e, sì, di riconoscenza, tanto più quando il pubblico è composto di operai avidi di cultura assai più che non lo siano i disincantati borghesi, io mi sento veramente vivere in una zona che trascende il mio presente: vivere nel futuro, in cui quei giovani d’oggi, divenuti vegliardi mi rievocheranno qualche volta, riecheranno forse qualche mio verso per leggerlo ai nipoti, in memoria di una sera remota che rivelò a loro il miracolo della poesia attraverso la voce un poco tramante di una donna dai capelli bianchi.

Da l’Unità - 30 giugno 1950

http://www.unita.it  11 gennaio 2010

Azioni sul documento