In Africa la culla delle lingue
C’è una radice comune alla Babele delle parole di oggi?
Sono voci speciali quelle che risuonano nel Kalahari, tra i boscimani sempre
più rari. Racchiudono come preziosi fossili i suoni arcaici della lingua
primigenia, prima che l’umanità si condannasse alla deflagrazione babelica
delle parole.
Sembra troppo bello per essere vero, eppure Quentin Atkinson, antropologo della
University of Auckland, in Nuova Zelanda, sta mettendo sottosopra il micromondo
dei linguisti con la sua teoria appena pubblicata sulla rivista «Science».
Squarciando il velo su uno dei maggiori interrogativi di sempre, sostiene che è
possibile andare indietro nel tempo e recuperare le tracce di ciò che si
pensava irrimediabilmente perduto. Abbiamo inventato un idioma comune una sola
volta - sostiene - e da quello, a cascata, sono sbocciati tutti gli altri,
figli dei millenni e delle migrazioni.
Sapevamo di essere figli dell’Africa, dopo le prove multiple raccolte con le
ossa e con il Dna, ma adesso appare non meno clamorosa la nuova ipotesi: la
mitica «lingua dell’Eden» è esistita davvero e ha inventato il proprio
vocabolario nell’area sudoccidentale del continente, tra 100 mila e 50 mila
anni fa, poco prima dell’«uscita» dei sapiens e dei loro avventurosi
spostamenti nell’attuale Medio Oriente.
L’arma segreta. La colonizzazione
del resto del Pianeta - ragiona Atkinson - non avrebbe potuto essere tanto
veloce ed efficace senza la nuova arma segreta, appena messa a punto nelle
pianure e sugli altopiani africani: è il linguaggio ad averci trascinato verso
l’ignoto, trasformandoci nella specie più invasiva e anche pericolosa, capace
di moltiplicare quasi all’infinito abilità e risorse, nonostante le deficienze
dell’organismo. Applicando le logiche matematiche e statistiche (non
particolarmente gradite dai colleghi), il professore neozelandese ha dedotto un
modello da 504 lingue parlate oggi nel mondo. Al centro ci sono i fonemi - i
suoni-base che costituiscono le unità specifiche di ogni parlata e che
permettono di costruire parole distinte - e le loro fluttuazioni: obbediscono
tutti a una stessa legge e si riducono progressivamente tanto più ci si
allontana dalla culla della nostra specie. Se la grande famiglia antica del
khoisan (a cui appartengono anche i dialetti dei boscimani) si articola su un
centinaio di «mattoncini» sonori - i fonemi, appunto - l’inglese e il tedesco
ne hanno soltanto la metà, mentre il mandarino si ferma a 32, il filippino
scende a 23, il giapponese cala a 20 e l’hawaiano si deve accontentare di
appena 13.
La «diversità decrescente legata alla distanza» (è questa la formula gergale)
sembra sovrapporsi alla perfezione a un altro criterio, riconosciuto dai
biologi e dai genetisti: è quello della diminuzione della variabilità del Dna
rispetto alla distanza dall’Africa. Il processo è noto tra gli specialisti come
«effetto del fondatore». Una popolazione che si origina da un piccolo gruppo di
individui, fuoriuscito da uno più grande, paga lo scotto della separazione con
un evidente assottigliamento della complessità genetica. E, di conseguenza,
anche della ricchezza evolutiva. Geni e fonemi - nell’interpretazione di
Atkinson - conducono così un balletto in parallelo, soggetto a rigide regole di
arricchimento e di impoverimento.
«Una delle questioni più controverse è se ci sia stata una singola origine del
linguaggio oppure se questo sia emerso in parallelo in aree differenti -
osserva Atkinson -. Adesso abbiamo raccolto una serie di evidenze che sia
esistita un’unica fonte». Mentre gli altri studiosi del settore si arrovellano
sull’idea (che - com’è evidente - è parecchio provocatoria) e in molti l’hanno
già contestata (c’è chi ritiene irrealistico che un’archeologia delle parole
possa indagare un’era più antica di 10 mila anni fa), lo studioso neozelandese
insiste e suggerisce che dai mucchi di parole delle 6 mila lingue attuali sarà
possibile ricostruire anche i percorsi della colonizzazione dei continenti: una
provvisoria conclusione è che l’Asia sia stata visitata molto prima
dell’Europa, mentre nelle Americhe le tribù dei progenitori sarebbero approdate
in tempi decisamente recenti.
L’organo virtuale. La capacità di
esprimerci è rapidamente diventata il nostro «organo virtuale», quello che ha
scatenato, tra le altre, le rivoluzioni dell’arte rupestre e di sofisticate
tecniche di caccia, e - spiega con enfasi Atkinson - è l’unica e autentica
innovazione culturale che ci contraddistingue. «Gli umani moderni sono un’unica
e vasta famiglia genetica con un singolo antenato comune - scrive -. Uno degli
aspetti che più mi piace delle mie ricerche è che, se il linguaggio rappresenta
una peculiare forma di identità, allora tutti apparteniamo anche a un’unica e
vasta famiglia culturale».
La Stampa TuttoScienze 11.5.11

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