Il vento vandeano, da Torino a Treviso
Se ci fosse un attentato alla Costituzione per effetto di un colpo di forza del governo, il Presidente farà il dover suo e spetterà agli italiani di decidere la questione con il previsto referendum.
Se vogliamo guardare al futuro dopo lo scossone elettorale
le questioni sono due: il destino delle riforme e l'andamento dell'economia. Ma
poiché entrambi questi temi sono condizionati dalla politica e dai rapporti di
forza emersi dalle elezioni della scorsa settimana, i risultati del 29 marzo
non possono essere archiviati come cosa nota.
Pesano sul futuro, sui comportamenti dei protagonisti e sugli umori della
società. Perciò dobbiamo esaminarli con cura e al di fuori della propaganda di
parte, rileggendo i numeri emersi dalle urne e cavandone un significato.
Comincerò dalla Lega, che politicamente è il partito vincitore. La sua vittoria
politica è indubitabile: non governava nessuna Regione ed ora ne governa due;
in Veneto ha largamente superato il Pdl; il Nord padano è saldamente guidato
dal centrodestra e in particolare dalla Lega che può vantare anche una
penetrazione inquietante in Emilia.
Alla vittoria politica non si è però accompagnata una vittoria elettorale in
termini di cifre assolute. Gli elettori della Lega infatti sono stati due
milioni e 750 mila; nelle europee erano stati due milioni e 900 mila; nelle
politiche del 2008 ne aveva raccolti due milioni 847 mila. Il dato delle
regionali del 2005 appartiene ad un'altra era geologica e non è dunque
comparabile con quello attuale.
Roberto D'Alimonte sul 24 Ore del 31 marzo ha scorporato questi dati, regione
per regione constatando che la
Lega ha guadagnato voti in Veneto, in Emilia, in Toscana,
nelle Marche, ma ne ha persi in Piemonte, in Lombardia e in Liguria.
Il risultato netto segna, rispetto alle europee, una perdita di 147 mila voti.
Il risultato ci dice dunque che la
Lega, in cifre assolute, non è affatto aumentata ma ha perso
meno degli altri. Il suo peso politico è fortemente cresciuto ma il numero dei
voti è più o meno quello che aveva negli scorsi due anni. Sfondamento dunque
non c'è stato.
Lo stesso confronto esteso agli altri partiti dà i seguenti risultati in
confronto con le europee: il Pdl ha perso due milioni e mezzo di voti, il Pd un
milione, l'Idv 450 mila, l'Udc 360 mila.
Le percentuali registrano queste realtà, profondamente influenzate dalle
astensioni nonché dalle dimensioni di ciascuno dei partiti sopra indicati, ma
lo specchio più realistico ce lo fornisce il confronto globale con il corpo
elettorale di tutti i cittadini che hanno diritto al voto.
Utilizzo le accurate elaborazioni di Luca Ricolfi che è un riconosciuto esperto
in questa materia (La Stampa
del primo aprile). Fatti 100 gli elettori con diritto di voto, il 30 per cento
non ha votato, 12 hanno votato Lega e Idv, 29 hanno votato per i due partiti
maggiori (Pdl e Pd) e i restanti 19 hanno votato per le decine di partiti e
liste restanti. "Il principale partito di governo - conclude Ricolfi - è
stato votato da un italiano su sette, mentre tre italiani su sette non ha
partecipato al gioco".
Dal canto mio, sommando i voti del Pdl nelle tre Regioni del Nord, ottengo due
milioni 384 mila voti e sommando quelli della Lega ne ottengo due milioni 292
mila. In Piemonte Lombardia e Veneto la
Lega è complessivamente inferiore al Pdl di soli 152 mila
voti. Di fatto nella Padania Bossi non ha superato Berlusconi ma l'ha
raggiunto, conquistando due governatori su tre.
Questo è lo stato dei fatti: Non sono opinioni ma numeri. Lascio ai lettori di
rifletterci su.
* * *
Si parla molto della presenza della Lega sul territorio. È cominciata la
riscoperta del partito territoriale. Credo che sia una moda piuttosto che una
realtà perché sul territorio ci sono tutti. Tutti gli elettori e tutti gli
eletti di qualunque partito. C'è chi ci si muove bene e chi male, ma non è la presenza
fisica che conta, bensì il modo e la qualità di quella presenza.
Distribuire volantini, attaccare manifesti e incollare francobolli sulle buste
è una modalità necessaria ma se non c'è identità e chiarezza di scelte di
indirizzo, la presenza sul territorio è perfettamente inutile.
La Lega governa nel Nord una moltitudine di Comuni, di fatto è ormai un partito
di sindaci. Pare che siano bravi, giovani e capaci di amministrare.
Non hanno ideologia che comunque non gli servirebbe granché: non spetta a loro
elaborare politiche generali. Pare anche che siano normalmente onesti.
Governano piccoli centri ma anche qualche grande città. Non grandissima. Ora
hanno messo l'occhio su Milano e su Torino che saranno in palio l'anno
prossimo.
La politica è affidata a Bossi e a Maroni che ha nel governo la carica di
maggiore rilievo. La sintesi politica del programma leghista l'ha fatta Maroni
pochi giorni fa in un'intervista a Sky 24: azzerare gli sbarchi degli immigrati
clandestini, tolleranza zero per i medesimi ancora largamente presenti sul
territorio, federalismo fiscale, Senato federale, sicurezza contro la
micro-criminalità, lotta dura contro le mafie.
Di questi temi quello che può interessare il partito dei sindaci è la
micro-criminalità e gli immigrati clandestini.
Ma anche la gestione dell'accoglienza per quanto riguarda gli immigrati
regolari. Sembra però che quest'ultimo problema non sia molto popolare tra i
sindaci leghisti, fatte salve alcune eccezioni sembra anzi che non li interessi
affatto. Vedi Treviso.
Giulio Tremonti che ha partecipato a queste elezioni più come leghista che come
esponente del governo e del Pdl, sintetizza questo programma con la triade Dio,
Patria, Famiglia. La Famiglia
(tradizionale) va a pennello con il tradizionalismo leghista. La Patria nazionale no, ma la
piccola Patria locale e comunale senz'altro sì. Dio finora è stato un tema
indifferente per i leghisti ma ora non lo è più. Il popolo leghista è formato
da milioni di "indifferenti devoti" e i segnali non mancano. Il più recente
e il più simbolico è stato quello dell'opposizione alla Ru486 lanciato da Cota
e da Zaia e fortemente apprezzato dal Papa, dal cardinal Bertone segretario di
Stato e da monsignor Fisichella, autorevole presule in ascesa a Roma.
Senza rientrare in una polemica che si è già fatta infinite volte su queste
pagine, dico soltanto che la
Chiesa in queste elezioni ha svolto la parte di una massa di
spettatori che invade il campo da gioco mentre la partita è già in corso. Nelle
gare sportive, quando fatti del genere si verificano, l'arbitro sospende la
partita e squalifica il campo di gioco. Nel nostro caso il campo di gioco è lo
spazio pubblico riservato alla Chiesa per propagandare liberamente le sue idee
ma non per tirare sassi e petardi contro i giocatori. Questo ha invece fatto la Chiesa e questo
comportamento avrebbe dovuto essere squalificato dalle autorità che
rappresentano la laicità dello Stato. Ottenerlo da un governo come quello che
ci sgoverna è impossibile, ma denunciarlo è necessario. Si somma alle infinite
altre inadempienze e fa parte della sua necessità di legittimarsi di fronte
alla Chiesa.
Anche la Lega
desidera legittimarsi di fronte alla Chiesa; la pillola Ru486 è stata un
segnale. Altri ne seguiranno, per farsi perdonare la mancata accoglienza e anzi
la caccia all'immigrato. La
Chiesa riprova quella condotta ma la perdona se vede segnali
anti-abortisti.
Segnali che hanno il solo effetto di rimettere in voga l'aborto clandestino o,
per chi ha soldi da spendere, l'aborto all'estero.
Questa politica sessuofobica è quanto di più lontano dalla predicazione
evangelica. Quanto alla Lega, il motto tremontiano di Dio, piccola Patria e
Famiglia rischia di trasformare le Regioni bagnate dal Po in una Vandea del
ventunesimo secolo. Milano, Torino, Varese, Brescia, Bergamo, Padova, Ferrara,
Mantova, insomma il Nord che conta, vorranno esser le capitali d'una Padania
vandeana? Di un federalismo secessionista?
* * *
Le riforme. Berlusconi. L'opposizione. La crescita economica. I cittadini di
questo paese.
A Berlusconi importa poco del suo partito. È il partito che ha bisogno di lui,
non lui che abbia bisogno del partito. Quanto alla Lega, il vincolo tra lui e
Bossi è fortissimo. Berlusconi è intimamente leghista, Bossi tiene in vita lui
e il governo e per questo servizio di inestimabile valore può chiedere ciò che
vuole e lo avrà. Le bizze fanno parte del rito.
Quanto alle riforme, la decisione tra loro è stata già presa: procederanno di
pari passo federalismo e giustizia, legale impedimento giudiziario e rimpasto
ministeriale: fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Bossi vuole che le
opposizioni partecipino, anche Berlusconi lo vuole e infatti dopo la vittoria
elettorale porge la mano con mitezza quasi cristiana. "Sinite
parvulos" dove i pargoli sono il Pd, Casini e perfino Di Pietro.
L'invito è accompagnato da un avvertimento che non è nuovo: se non rispondete
con amore faremo da soli. Chi conosce il personaggio sa che se non faranno da
tappetino la maggioranza "farà quadrato". Intanto l'invito al tavolo
c'è ed è insistito. Bondi sta già versificando poesie. Cicchitto fa boccuccia.
Gasparri è pronto perfino a cantare, sebbene per questo ci sia Apicella e per
le crostate il cuoco Michele.
Ma il primo problema è proprio il tavolo. Fin qui Bersani ha detto con
apprezzabile coerenza: il tavolo no, il confronto si fa in Parlamento. La
differenza è netta: al tavolo si dialoga su un pacchetto, nel confronto
parlamentare si discute proposta per proposta e le proposte vengono da tutte e
due le parti. Naturalmente esiste un nesso tra le varie proposte ma non un voto
di scambio. Questa è la differenza non da poco.
Poi ci sono le priorità. Berlusconi e Bossi sono d'accordo sull'appaiare le
loro priorità; federalismo e giustizia. Ma l'opposizione ha una sua priorità
diversa: la crescita economica e il sostegno dei redditi più deboli.
Maroni, interrogato in proposito, ha risposto: questo tema riguarda Tremonti,
io non ci metto bocca. La domanda allora è questa: la priorità dell'opposizione
sarà accolta? Il tema dell'economia e del lavoro affiancherà federalismo e
giustizia? Sarà concordato un calendario parlamentare che intrecci i tre temi
mettendoli sullo stesso piano e con lo stesso passo? Berlusconi ha anche lui
sollevato un tema economico: la riforma fiscale. Ma Tremonti ha già spiegato
che si potrà fare nel 2013.
Temo che sia ottimista, Tremonti; nel 2013, cioè alla fine della legislatura,
non saremo affatto fuori dalla crisi che toccherà il culmine non prima del 2012
e poi comincerà a diminuire molto lentamente. Da qui ad allora la
disoccupazione aumenterà ancora, i consumi resteranno stagnanti, altrettanto le
esportazioni, ci sarà una stretta nel credito e nella liquidità, i tassi di
interesse aumenteranno. Queste sono le previsioni generali, senza ancora entrare
nel merito né della riforma fiscale né del federalismo.
Allora la seconda domanda è questa: se i temi del lavoro e del sostegno dei
redditi non saranno affiancati alle priorità della maggioranza che cosa farà
l'opposizione?
L'opposizione dovrà presentare i suoi progetti sulla crescita economica,
forniti di copertura finanziaria credibile. E dovrà confidare che il presidente
della Camera li inserisca tra la priorità di calendario, ma questo dipende
dalla conferenza dei capigruppo. La posizione di Fini sarà comunque importante
ed anche quella di Bossi.
Ricordiamoci che nella associazione delle Regioni la presidenza probabilmente
spetterà ancora all'opposizione e da quella sede il federalismo deve
necessariamente passare.
Comunque le riforme che interessano la maggioranza parlamentare arriveranno
alle Camere e qui dobbiamo entrare nel merito.
* * *
Il presidenzialismo. Elezione diretta del premier o del presidente della
Repubblica? Le due ipotesi differiscono in modo radicale, perciò il Pdl e la Lega dovranno scegliere.
L'elezione diretta del premier è incongrua. Dove è stata realizzata (Israele)
ha dato pessima prova ed è stata rapidamente cancellata. Del resto il premier è
il capo dell'esecutivo, cioè della pubblica amministrazione. A qualcuno deve rispondere
del suo operato.
Il presidente della Repubblica è invece un organo di coordinamento. Per
trasformare la carica in elettiva (non dal Parlamento ma direttamente da un
voto popolare) dev'essere riformato l'intero sistema costituzionale e debbono
essere rafforzati tutti gli organi di controllo. Non si può passare al
presidenzialismo se prima o contemporaneamente non sono rafforzati gli organi
di controllo e primo tra tutti il Parlamento e quindi cambiata la legge
elettorale. Il potere degli apparati sull'elezione dei parlamentari va
smantellato o fortemente indebolito. Il collegio uninominale potrebbe essere
una soluzione, specie se scandito sul doppio turno. Non mancano altre soluzioni
tecnicamente valide. Ma se il Parlamento non cessa di essere il pascolo degli
apparati e soprattutto del governo, il presidenzialismo diventerebbe sistema
autoritario, non contemplato e quindi escluso dalla Costituzione vigente.
Tralascio gli altri temi che meritano un discorso a parte.
Il metro di giudizio, come abbiamo già detto più volte, è comunque lo Stato di
diritto, i poteri costituzionali divisi e autonomi, nessuno di essi subordinato
all'altro, indipendenti nella sfera delle proprie competenze. Se questo
equilibrio venisse violato saremmo fuori dalla Costituzione.
Per concludere, una parola sul presidente Napolitano. Deve essere al di fuori
delle parti perché questo è il suo ruolo. Deve applicare un filtro e un vaglio
di costituzionalità ed anche di coerenza legislativa alle leggi e alla
procedura di presentazione e di promulgazione.
Finché si atterrà a questi principi è perfettamente inutile e anzi dannoso
tirarlo per la manica. Finora vi si è scrupolosamente attenuto e gliene va dato
atto. Ove dovesse violarli, ciascun cittadino può avanzare critiche, rispettose
anche se severe. Chi lo conosce sa che quelle violazioni non sono nel suo
costume. Può fare errori.
Finora non ve ne è stata traccia. Il decreto cosiddetto "salva liste"
non salvò un bel niente di fronte a irregolarità dimostrate da otto sentenze.
Quindi non impedì nulla che non dovesse essere impedito.
Se ci fosse un attentato alla Costituzione per effetto di un colpo di forza del
governo, il Presidente farà il dover suo e spetterà agli italiani di decidere
la questione con il previsto referendum.
"Volete voi la dittatura d'un uomo o la libertà?". Può darsi che il
dominio dei "media" ponga il tema in modo surrettiziamente
diverso, ma sarà questa la sostanza della questione e gli italiani
sceglieranno.
http://www.repubblica.it 4/4/10

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