Il Vangelo della giustizia
Per interi decenni si è preferita l´onorabilità della struttura politica della Chiesa rispetto alla giustizia verso le vittime, e quindi verso Dio.
Quando si parla di «preti pedofili» si toccano due ordini di problemi che
occorre tenere rigorosamente distinti: il reato di pedofilia commesso da alcuni
esseri umani e la vita delle comunità ecclesiali dentro le quali questi reati
sono avvenuti – e forse ancora avvengono. Il primo aspetto si occupa dei preti
pedofili in quanto «pedofili» e come tale ha anzitutto un risvolto giuridico,
per la precisione penale, consistente nel difendere i nostri figli da chi
commette simili mostruosità, senza alcuna distinzione sull´identità dei
colpevoli, siano essi preti, suore, vescovi, laici o che altro.
Un pedofilo è prima di tutto un criminale che va isolato e punito. Sempre al
primo aspetto del problema pertiene il risvolto antropologico e psicologico che
affronta la questione di come sia possibile una tale sconcertante aberrazione,
a cui, per quanto ne so, solo gli umani tra tutti gli esseri viventi possono
arrivare: capire la causa di un male è il primo fondamentale passo per
estirparlo. Questo primo ordine di problemi riguarda la società nel suo
insieme, credenti e non credenti, soprattutto alla luce della terribile verità
secondo cui la gran parte degli atti di pedofilia avviene tra le mura
domestiche.
Il secondo ordine di problemi scaturisce dal fatto che i pedofili in questione
sono «preti» e in questa prospettiva i problemi riguardano in particolare la
coscienza credente. Sono convinto che tutto dipenda dal chiarire che cosa
significa credere in Dio. Intendo dire crederci realmente, non come una specie
di condizione preliminare della mente per far parte di una grande associazione
umana qual è (anche) la Chiesa
cattolica, con la sua bella porzione di potere e di interessi nel mondo.
Crederci come qualcosa di vitale, di esistenzialmente decisivo, oserei dire di
bruciante. Che cosa significa credere in questo modo nel Dio vivente? Io penso
che tale fede in Dio equivalga al credere nella giustizia quale dimensione
suprema dell´essere. Giustizia e verità. Di fronte alla storia col suo
inestricabile impasto di bene e di male, la vera fede sa che il bene è la
realtà definitiva, ultima, assoluta, e come tale giudicante la storia e chi la
vive. Il Cristo giudice di Michelangelo che troneggia nella Cappella Sistina
alza il suo braccio non solo alla fine, ma anche in ogni momento della storia.
E se c´è una qualità che caratterizza il Dio biblico, essa consiste nel diritto
e nella giustizia perché «egli ama il diritto e la giustizia» (Salmo 32,5) e
«diritto e giustizia sono la base del suo trono» (Salmo 88,15). Non a caso, tra
le otto beatitudini di Gesù, solo la giustizia viene ripetuta due volte quale
causa di beatitudine: «beati quelli che hanno fame e sete della giustizia»,
«beati i perseguitati per causa della giustizia». Ne viene che esercitare la
giustizia è la prima fondamentale caratteristica del vero credente perché tale
esercizio equivale a onorare il primo comandamento, non essendo «non avrai
altro Dio all´infuori di me» nient´altro che il supporto teorico della prassi
«non ti comporterai in altro modo all´infuori della giustizia». Non in modo
tattico, accorto, prudente, diplomatico (strategie molto in uso nei palazzi del
potere di ogni tempo); ma solo e semplicemente in modo giusto.
La giustizia è rappresentata al meglio dall´immagine della bilancia. Oggi su un
piatto ci sono le esistenze di migliaia di bambini in tutto il mondo (America,
Australia, Europa) irreversibilmente devastate a un triplice livello: fisico,
psicologico e spirituale. Che cosa è disposta a mettere sull´altro piatto la Chiesa cattolica perché la
bilancia possa essere in equilibrio e quindi rappresentare al meglio la
giustizia, umana e divina al contempo? Non penso che abbiano peso alcuno le
dichiarazioni che gridano al complotto, agli attacchi, all´assedio, esercitando
la medesima tattica disorientante spesso utilizzata dai potenti della politica.
Occorre piuttosto guardare in faccia la terribile verità e trarne le giuste
conseguenze. Torno quindi a chiedere: che cosa mettete sul piatto della
bilancia, voi pastori della Chiesa, quando dall´altra parte ci sono l´innocenza
e la fiducia di giovani vite che mai potranno più essere come prima? Non si
tratta di difendersi davanti agli uomini come una qualunque associazione umana,
si tratta di rispondere davanti a Dio. Sapendo peraltro che il mondo intero vi
guarda, e che da come risponderete – cercando giustizia e verità, oppure no –
si misurerà l´autenticità della vostra fede. E che dall´autenticità della
vostra fede in questo terribile frangente dipenderanno per gran parte le sorti
del cristianesimo in occidente.
La peculiarità di questo scandalo non sta infatti nella pedofilia, forse
neppure nel fatto che i pedofili in questione siano preti, quanto piuttosto nel
fatto che voi gerarchie sapevate di questi crimini e che, per non indebolire il
potere della struttura politica della Chiesa nel mondo, tacevate e insabbiavate.
Non sto forzando i toni, è stato mons. Stephan Ackermann, vescovo di Treviri e
incaricato della Conferenza episcopale tedesca per la questione abusi, a
parlare di «insabbiamento» e di «occultamento» (Rhein Zeitung del 16 marzo
scorso). Per interi decenni avete preferito l´onorabilità della struttura
politica della Chiesa rispetto alla giustizia verso le vittime, e quindi verso
Dio. Purtroppo le dichiarazioni di molti zelanti apologeti in questi giorni,
comprese quelle del cardinal Sodano, appaiono esattamente in linea con la
politica degli anni passati all´insegna dell´insabbiare e dell´occultare.
Ancora una volta, non ci si preoccupa di essere all´altezza della giustizia
divina e delle anime delle vittime, ma dell´onorabilità del papa, o per meglio
dire dei papi (perché una cosa deve essere chiara: se Benedetto XVI viene
descritto come il più solerte nemico della sporcizia della pedofilia, ciò non
può non gettare un´ombra abbastanza cupa sui ventisette anni di pontificato di
Giovanni Paolo II). Gli zelanti apologeti agiscono come se il papa avesse
qualcosa da perdere a seguire semplicemente le parole di Gesù nel Vangelo: «È
inevitabile che avvengono scandali ma guai a colui per cui avvengono. È meglio
per lui che gli sia messa al collo una pietra da mulino e venga gettato nel
mare piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli». Vogliono salvare la Chiesa, ma non capiscono
che è proprio il loro atteggiamento a renderla sempre più distante dalla sete
di giustizia che pervade il nostro tempo.
http://www.repubblica.it 8.4.10

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