Il senza dio tollerante
L’Italia «Ha un problema di laicità. Lo diceva già Gramsci: il concordato tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica è un “contratto trappola”»
Mi sono chiesto se e come sia possibile essere atei oggi in Europa e
specificamente in Italia, visto che per secoli la nostra cultura è stata
segnata dai grandi monoteismi: ebraismo, cristianesimo, islam. La mia risposta
è una sfida: oggi abbiamo tutti gli strumenti, culturali e filosofici, per
essere membri di una società che funziona anche senza inventarci un supremo
garante religioso dell’ordine e della convivenza. Si tratta di un’acquisizione
dell’illuminismo, che però mi sembra che oggi serva ribadire».
Così Giulio Giorello, docente di Filosofia della scienza all’Università degli
Studi di Milano, spiega l’intento del suo ultimo libro, Senza Dio. Del buon uso
dell’ateismo (Longanesi, pagine 240, euro 15,00): un trattato sulla fede, o,
meglio, su come si possa vivere senza una fede religiosa.
Giorello vuole però subito sgombrare il campo da un possibile equivoco: «La
mia non è la proposta dell’ateismo concepito come una sorta di nuova religione
laica. Essere “senza Dio” significa coltivare una visione della realtà aperta
e tollerante, inclusiva e non escludente, disponibile e non ostile. Essere
“senza Dio” non vuol dire essere “contro Dio”. Non sono nemico delle religioni.
Una chiesa, una moschea o una sinagoga arricchiscono il paesaggio fisico e
anche culturale in cui viviamo. Mi fa piacere che ci siano. Mi fa meno piacere
quando coloro che si autoproclamano rappresentanti terreni della divinità
scagliano anatemi contro chi in quegli edifici non vuole entrare». Forse anche
per questo il cardinale Carlo Maria Martini ha espresso stima per il metodo
intellettuale e i toni di Giorello, seppure, evidentemente, senza condividerne
le posizioni.
Professor Giorello, quali aspetti della
questione del rapporto tra ateismo e religioni ha voluto affrontare nel suo
libro?
«Cinque punti in particolare. Il primo: il tema della “reverenza” pretesa, e
spesso attribuita, ai rappresentanti delle religioni e ciò che questo
atteggiamento comporti in termini di autonomia e libertà di una società.
Secondo: il rifiuto della “rassegnazione”, cioè il rifiuto dell’idea, radicata
nel cristianesimo (ma non solo), che il male sia un castigo che l’essere umano
si è meritato e attraverso il quale possa espiare una colpa. Terzo: un’analisi
di come nella storia l’autorità religiosa si sia spesso opposta alla scienza e
alla ricerca: dal caso di Ipazia a quello di Galileo Galilei, fino
all’atteggiamento di fronte alle teorie sull’evoluzione di Charles Darwin, le varie
“chiese” si sono spesso opposte al libero pensiero e al progresso della
scienza. E anche oggi le cose spesso non sono molto diverse. Quarto: contro la
proibizione. Sogno una società in cui vengano meno tutta una serie di divieti
inutili, che non servono ad altro che a mantenere le persone in una condizione
di sudditanza psicologica. Gli individui non sono pecore, e quindi non credo
che abbiamo bisogno di un “buon pastore”. Quinto e ultimo punto: un excursus
storico sulle prove dell’esistenza di Dio. Da filosofo sono affascinato
dall’acutezza argomentativa di queste prove. Il loro problema, però, è che
spesso esse muovono da premesse più impegnative (e non verificate) dello
stesso assunto che intendono dimostrare».
Si aspettava il cauto apprezzamento di un
esponente di spicco del mondo cattolico, come l’ex-arcrivescovo di Milano,
Martini?
«Io credo che l’ateismo possa essere un buon compagno di strada anche per un
religioso. Martini è una persona di grande intelligenza e ha sempre affermato
che la vera distinzione non dovrebbe essere quella tra credenti e non credenti,
bensì quella tra persone pensanti e persone non pensanti. Credo che sia lui
che io apparteniamo a quest’ultima categoria. Quando guidava la diocesi di
Milano, Martini si fece promotore di un’iniziativa illuminata come la ‘cattedra
dei non credenti’. Partendo da un dato: in ogni credente alberga un non
credente (in termini di dubbi e domande che egli si pone), come in ogni non
credente c’è un credente (con alcune domande di senso sull’esistenza). La
ragione dovrebbe insegnarci a prendere in considerazione gli argomenti e da
nuove prove. Ma lo si fa senza imporre dogmi o reciproche scomuniche. Ma
attenzione, non sto proponendo di sostituire alla religione la scienza, facendo
di quest’ultima, in qualche modo, un nuovo credo, come fa, ad esempio, un
collega, pure simpatico, come Piergiorgio Odifreddi. Abbiamo già quattro
vangeli canonici, più quelli apocrifi, non ci serve un nuovo “vangelo della
scienza” non siamo più nel secondo Ottocento, nell’età del positivismo. Dico
solo che dalla scienza dobbiamo apprendere un metodo di riflessione e di
discussione».
Secondo lei oggi in Italia esiste un
problema di laicità?
«Direi proprio di sì. Lo diceva già Gramsci: il concordato tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica è un “contratto trappola”, perché dà tutti i vantaggi a una sola parte, cioè alla Chiesa. Poi mi sembra grave che, per l’ingerenza del Vaticano negli affari politici nazionali, non si possa discutere serenamente di testamento biologico, regolamentazione giuridica delle convivenze di fatto e di alcuni temi che attengono alla scienza».
Intervista di Roberto Carnero
l’Unità 1.10.10

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