Il pugno di ferro degli industriali
La guerra scatenata da Fiat e Federmeccanica al contratto nazionale di lavoro è un povero ripiego, che farà salire la temperatura del conflitto sociale.
Il contratto nazionale di lavoro dovrebbe svolgere due funzioni fondamentali:
perseguire una distribuzione del Pil passabilmente equa tra il lavoro e le
imprese, e stabilire quali sono i diritti e i doveri specifici dei lavoratori e
dei datori.
Diritti e doveri al di là di quelli sanciti in generale dalla legislazione in
vigore. La disdetta del contratto nazionale dei metalmeccanici da parte di
Federmeccanica compromette ambedue le funzioni, a scapito soprattutto dei
lavoratori. Caso mai ve ne fosse bisogno. I redditi da lavoro hanno infatti
perso negli ultimi venticinque anni almeno 7-8 punti sul Pil a favore dei
redditi da capitale (dati Ocse). Perdere 1 punto di Pil, va notato, significa
che ogni anno 16 miliardi vanno ai secondi invece che ai primi. Questa
redistribuzione del reddito dal basso verso l´alto ha impoverito i lavoratori,
contribuito alla stagnazione della domanda interna, ed è uno dei maggiori
fattori alla base della crisi economica in corso.
Quanto ai diritti, sono sotto attacco sin dai primi anni ´90 e la loro erosione
ha preso forma della proliferazione dei contratti atipici che sono per
definizione al di fuori del contratto nazionale. Per cui lasciano ai datori di
lavoro la possibilità di imporre a loro discrezione, a milioni di persone,
quali debbano essere le retribuzioni, gli orari, l´intensità e le modalità
della prestazione, e soprattutto la durata del contratto.
Si potrebbe obbiettare che il contratto dei metalmeccanici riguarda solo un
milione di persone, su diciassette milioni di lavoratori dipendenti. Ma non si
può avere dubbi sul fatto che altri settori dell´industria e dei servizi
seguiranno presto l´esempio di Federmeccanica. Dietro la quale è sin troppo
agevole scorgere non l´ombra, bensì il pugno di ferro che la Fiat sembra aver scelto a
modello per le relazioni industriali.
Le conseguenze? Ci si può seriamente chiedere come possa mai immaginarsi un
imprenditore o un manager, e come possa sostenere in pubblico senza arrossire,
di riuscire a competere con i costi del lavoro di India e Cina, Messico e
Vietnam, Filippine e Indonesia, cercando di tenere fermi i salari dei
lavoratori italiani mentre li si fa lavorare più in fretta, con meno pause e
con un rispetto ossessivo dei metodi prescritti. Magari a mezzo di altoparlanti
e Tv in reparto, come già avviene in aziende del gruppo Fiat. Allo scopo di
competere con tali paesi bisognerebbe produrre beni e servizi che essi non sono
capaci di produrre, o perché sono altamente innovativi, oppure perché sono
destinati al nostro mercato interno. Ma per farlo occorrerebbe aumentare di due
o tre volte gli investimenti in ricerca e sviluppo, che ora vedono l´Italia
agli ultimi posti nella Ue. Affrontare una buona volta il problema dello
sviluppo di distretti industriali funzionanti come fabbriche distribuite
organicamente sul territorio, tipo i poli di competitività francesi o le reti
di competenze tedesche. Accrescere gli stanziamenti per la formazione
professionale, le medie superiori e l´università, invece di tagliarli con
l´accetta come si sta facendo.
A fronte di ciò che sarebbe realmente necessario per competere efficacemente
con i paesi emergenti, la guerra scatenata da Fiat e Federmeccanica al
contratto nazionale di lavoro è un povero ripiego. Che farà salire la
temperatura del conflitto sociale. Per di più impoverirà ulteriormente i
lavoratori, che così acquisteranno meno merci e servizi, abbasseranno gli anni
di istruzione dei figli e dovranno andare in pensione prima perché non possono
reggere a un lavoro sempre più usurante. Fa un certo effetto vedere degli
industriali che nel 2010, a
capo di fabbriche super tecnologiche, si danno la zappa sui piedi.
Repubblica 8.9.10

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