Il profeta delle illusioni
Anche se incerte, le due destre d'opposizione sanno che senza la sinistra non saranno in grado di compiere svolte cruciali.
C'e' chi dira' che l'iniziativa di sfiduciare Berlusconi era
votata a fallire: non solo formalmente ma nella sostanza. Perché non esisteva
una maggioranza alternativa, perché né Fini né Casini hanno avuto la prudenza
di perseguire un obiettivo limpido, e hanno tremato davanti a una parola:
ribaltone. Parola che solo per la propaganda berlusconiana è un peccato che
grida vendetta al cospetto della Costituzione. Hanno interiorizzato l'accusa di
tradimento, e non se la sono sentita di dar vita, guardando lontano, a
un'alleanza parlamentare diversa. Hanno ignorato l'articolo 67 della Costituzione,
che pure parla chiaro: a partire dal momento in cui è eletto, ogni deputato è
libero da vincoli di mandato e rappresenta l'insieme degli italiani. Non manca
chi già celebra i funerali per Fini, convinto che la sua scommessa sia
naufragata e che al dissidente non resti che rincantucciarsi e pentirsi.
Per chi vede le cose in questo modo Berlusconi ha certo vinto, anche se
per 3 voti alla Camera e spettacolarmente indebolito. Il Premier ha avuto
acume, nel comprendere che la sfiducia era una distruzione mal cucita, un
tumulto più che una rivoluzione, simile al tumulto scoppiato ieri nelle strade
di Roma. Neppure lontanamente gli oppositori si sono avvicinati alla sfiducia
costruttiva della Costituzione tedesca, che impone a chi abbatte il Premier di
presentarne subito un altro.
A ciò si aggiunga la disinvoltura con cui il capo del governo ha infranto
l'etica pubblica, esasperando lo sporco spettacolo del mercato dei voti. Il
mese in più concesso da Napolitano, lui l'ha usato ricorrendo a
compravendite che prefigurano reati, mentre le opposizioni l'hanno sprecato
senza neanche denunciare i reati (se si esclude Di Pietro). Eugenio Scalfari ha
dovuto spiegare con laconica precisione, domenica, quel che dovrebbe esser
ovvio e non lo è: non è la stessa cosa cambiar campo per convinzione o
opportunismo, e cambiarlo perché ti assicurano stipendi fasulli, mutui pagati,
poltrone.
Ma forse le cose non stanno così, e la vittoria del Cavaliere è in larga
misura apparente. Non solo ha una maggioranza esile, ma è ora alle prese con
due partiti di destra (Udc e Fli) che ufficialmente militano nell'opposizione.
Il colpo finale è mancato ma la crisi continua, come un torrente che ogni tanto
s'insabbia ma non cessa di scorrere. Quel che c'è, dietro l'apparenza, è la difficile
ma visibile caduta del berlusconismo: caduta gestita da uomini che nel '94 lo
magnificarono, lo legittimarono. È un Termidoro, attuato come nella Francia
rivoluzionaria quando furono i vecchi amici di Robespierre a preparare il
parricidio. Non solo le rivoluzioni terminano spesso così ma anche i regimi
autoritari: in Italia, la fine di Mussolini fu decretata prima da Dino Grandi,
gerarca fascista, poi dal maresciallo Badoglio, che il 25 luglio 1943 fu
incaricato dal re di formare un governo tecnico pur essendo stato membro del
partito fascista, responsabile dell'uso di gas nella guerra d'Etiopia,
firmatario del Manifesto della Razza nel '38.
Un'uscita dal berlusconismo organizzata dal centro-destra non è necessariamente
una maledizione, e comunque non è il tracollo di Fini. Domenica il presidente
della Camera ha detto a Lucia Annunziata che dopo il voto di fiducia passerà
all'opposizione: se le parole non sono vento, la sua battaglia non è finita.
Sta per cominciare, per lui e per chiunque a destra voglia emanciparsi
dall'anomalia di un boss televisivo divenuto boss politico, ancor oggi
sospettato di oscuri investimenti in paradisi fiscali delle Antille. Il
successo non è garantito e se si andrà alle elezioni, Berlusconi può perfino
arrestare il proprio declino e candidarsi al Colle.
Non è garantita neppure la condotta del Vaticano, che ha pesato non poco
in questi giorni, facendo capire che la sua preferenza va a un patto
Berlusconi-Casini che isoli Fini, ritenuto troppo laico. A Berlusconi, che manipola
i timori della Chiesa e promette addirittura di creare un Partito popolare
italiano, Casini ha risposto seccamente, alla Camera: "La Chiesa si serve per
convinzione, non per usi strumentali".
Resta che il futuro di una destra civile, laica o confessionale, si sta
preparando ora.
È il motivo per cui non è malsano che la battaglia avvenga in un primo tempo
dentro la destra. Sono evitati anni di inciuci, che rischiano di logorare la
sinistra e non ricostruirebbero l'Italia, la legalità, le istituzioni. Il Pd
sarebbe polverizzato, se la successione di Berlusconi fosse finta. Un governo
stile Comitato di liberazione nazionale (Cln) sarebbe stato l'ideale, ma tutti
avrebbero dovuto interiorizzarlo e l'interiorizzazione non c'è stata. Anche tra
il '43 e il '44 fu lento il cammino che dai due governi Badoglio condusse prima
al riconoscimento del Cln, poi al governo Bonomi, poi nel '46 all'elezione
dell'assemblea che avrebbe scritto la Costituzione.
Oggi non abbiamo alle spalle una guerra perduta, e questo complica
le cose. Abbiamo di fronte una guerra d'altro genere - il rischio
di uno Stato in bancarotta - e ne capiremo i pericoli solo se ci cadrà addosso.
L'impreparazione del governo a un crollo economico e a pesanti misure di rigore
diverrebbe palese. Anche la natura dei due regimi è diversa: esplicitamente
dittatoriale quello di Mussolini, più insidiosamente autoritario quello di
Berlusconi. Il suo potere d'insidia non è diminuito, soprattutto quando nuota
nel mare delle campagne elettorali o quando mina le istituzioni. Subito dopo la
fiducia, ieri, ha anticipato un giudizio di Napolitano ("Il Quirinale
vuole un governo solido") come se al Colle ci fosse già lui e non chi
parla per conto proprio.
L'opposizione del Pd è a questo punto decisiva, se non allenta la propria
tensione e non considera una disfatta la battaglia condotta per un governo
vasto di responsabilità istituzionale. Anche se incerte, le due destre
d'opposizione sanno che senza la sinistra non saranno in grado di compiere
svolte cruciali. Un Termidoro fatto a destra è un vantaggio in ogni
circostanza. Se il governo dovesse estendersi a Casini e Fini e riporterà
l'equilibrio istituzionale che essi chiedono, la sinistra potrà dire di aver
partecipato, con la sua pressione, alla restaurazione della legalità
repubblicana. Il giorno del voto, potrà ricordare di aver agito non per
ottenere poltrone, ma nell'interesse del Paese. Se la destra antiberlusconiana
non si emanciperà, se inghiottirà nuove leggi ad personam, la sinistra potrà
dire di aver avuto, sin dall'inizio, ragione. Con la sua costanza, avrà
contribuito alla fine al berlusconismo. Potrà influenzare anche la natura, più
o meno laica, della destra futura. Potrà prendere le nuove destre d'opposizione
alla lettera ed esigere riforme della Rai, pluralismo dell'informazione,
autonomia della magistratura, lotta all'evasione fiscale, leggi definitive sul
conflitto d'interessi. Per questo il duello parlamentare di questi giorni è
stato tutt'altro che ridicolo o provinciale.
I partiti di oggi non hanno la tenacia dei padri costituenti: proprio perché il
passaggio è meno epocale, i compiti sono più ardui. Ma non sono diversi, se si
pensa allo stato di rovina delle istituzioni. L'unico pericolo è cadere nello
scoramento. È farsi ammaliare ancora una volta dal pernicioso pensiero positivo
di Berlusconi. Quando le civiltà si cullano in simili illusioni ottimistiche la
loro fine è prossima. Lo sapeva Machiavelli, quando scriveva che con i tiranni
occorre scegliere: bisogna "o vezzeggiarli o spegnerli; perché si
vendicano delle leggieri offese, ma delle gravi non possono". Lo sapeva
Isaia, quando diceva dei figli bugiardi che si cullano nell'ozio: "Sono
pronti a dire ai veggenti: 'Non abbiate visionì e ai profeti: 'Non fateci
profezie sincere, diteci cose piacevoli, profetateci illusioni'".
Il profeta d'illusioni ha vinto solo un turno, nella storia che stiamo
vivendo.
http://www.repubblica.it (15 dicembre 2010)

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