Strumenti personali
Portale » Cogito Ergo Sum » Il posto migliore è sempre casa propria
casa2

Il posto migliore è sempre casa propria

Gli americani non sono più costantemente alla ricerca di una nuova frontiera, almeno per quanto riguarda il posto dove abitare. Il che a quanto pare fa benissimo all’ambiente e alla società.,




Tutte le sere della settimana, al ristorante Churchill's non si riesce a entrare. Il popolarissimo locale aperto da dieci anni a Rockville Centre, Long Island, trabocca di gente della zona che beve e mangia hamburger, e ci sono clienti fin sul marciapiede. "Abbiamo parecchia clientele regolare: gente che quando entra si saluta per nome" racconta il comproprietario Kevin Culhane. E facendo i conti, questi clienti regolari sono più dell’80% dei frequentatori del ristorante. "La gente qui si sente a suo agio e tranquilla" continua Culhane. "É il loro ambiente".
Questi ristoranti di quartiere che prosperano sono un piccolo dato in una tendenza più generale che potremmo definire nuovo localismo. La premessa di base: più la gente sta a casa propria e nel proprio quartiere, più si identifica con quell’ambiente, maggiore sarà il loro contributo all’economia e alle istituzioni locali, anche in momenti di crisi. Ci sono parecchi elementi che vanno a comporre la tendenza, fra cui l’invecchiamento della popolazione, la suburbanizzazione, internet, un ruolo crescente del nucleo familiare. E anche se la recessione sta iniziando a lasciar spazio alla ripresa, l’attaccamento alle radici locali pare diventare più profondo. Già evidente prima della crisi, questo nuovo localismo è destinato a dar forma agli spazi in cui viviamo per i prossimi decenni, e potrebbe anche influire sul corso politico futuro.

Non c’è probabilmente nulla di più sorprendente di questo sedentarismo dell’America nel XXI secolo. Per più di una generazione abbiamo pensato che la nostra “mobilità spaziale" crescesse, e mentre questo avveniva si alimentava una irresistibile tendenza all’anonimato, all’essere privi di radici. Una visione di disintegrazione sociale ben rappresentata dal libro di grande successo di Vance Packard del 1972, A Nation of Strangers, con l’immagine di un’America sempre più "società che si scuce dagli orli". Nel 2000, Robert Putnam di Harvard ha ripreso il medesimo tema, anche se in forma meno iperbolica, nel suo Bowling Alone, in cui scrive del "malessere civile " che attanaglia il paese. Secondo Putnam, la società si indebolisce soprattutto a causa della suburbanizzazione, e di quanto definisce "crescita di mobilità".
Ma nella realtà oggi gli americani stanno diventano meno nomadi. Ancora negli anni Settanta una persona su cinque si trasferiva ogni anno; nel 2006, quindi molto prima dell’insorgere dell’attuale recessione, quella cifra era scesa al 14%, la più bassa da quando il censimento rileva questo dato, dal 1940. Da allora i tempi duri hanno accelerato la tendenza, in gran parte perché si restringono le occasioni per vendere la casa e trovare un nuovo impiego. Nel 2008, il numero totale delle persone che ha cambiato residenza è stato inferiore a quello del 1962, quando il paese aveva 120 milioni di abitanti in meno. Questo stare a casa appare particolarmente marcato tra i cinquantenni e oltre, che in gran numero non si riversano più verso i condomini degli stati più caldi, restando avvinghiati alle proprie case suburbane: vicino alla famiglia, agli amici, al club, alla chiesa, a zone che conoscono bene.

Una tendenza che certo non riporterà in vita il negozio dell’angolo o altre cose in declino - dalle squadre di bowling, ai Boy Scout, o simili — considerate da Putnam e altri come collanti tradizionali delle comunità americane. Né i nostri suburbi a organizzazione automobilistica riprodurranno gli ambienti intimi di quartiere celebrati da urbanisti romantici come la scomparsa Jane Jacobs. Si stanno invece evolvendo secondo strade coerenti per una società postindustriale. Non si profila il crollo di Wal-Mart o Costco, ma si esprimeranno in varie nuove forme, da una ripresa dei settimanali locali, una nicchia che ha resistito alla crescita di internet molto meglio dei grandi quotidiani urbani.
Questa nostra essenza meno mobile sta già iniziando a cambiare anche la forma del mondo dell’impresa. Il tipo di nomadismo legato al lavoro descritto da Peter Kilborn nel suo recente Next Stop, Reloville: Life Inside America’s Rootless Professional Class, dove le famiglie si trasferiscono ogni paio d’anni perché il marito possa salire un altro gradino della sua ascesa da manager, negli anni a venire diventerà sempre meno diffuso. Forse ci sarà un piccolo numero di quadri intermedi che si sposta da un luogo all’altro, ma i sondaggi indicano che ci sono sempre meno dirigenti disponibili s muoversi, anche in vista di una buona promozione. perché? Due risposte chiave stanno nella famiglia, e nella tecnologia, che vanno in una direzione diversa rispetto al nomadismo, sia per quanto riguarda il posto di lavoro che per altri aspetti.

La famiglia, come sottolinea un ricercatore Pew, "mette in campo la questione soldi nel momento in cui si decide dove vivere". All’indipendenza si sta sostituendo l’interdipendenza. Ci sono più genitori che aiutano finanziariamente i figli fino a trenta, anche quarant’anni; ha iniziato anche a crescere il numero dei "ragazzi boomerang " che tornano a vivere coi genitori, man mano diminuisce la possibilità di trovar casa e lavoro per i giovani. Recenti ricerche sulla generazione millennio indicano come il nuovo ruolo della famiglia sia destinato a consolidarsi nei decenni a venire.
E non c’è niente di meglio del telelavoro per ampliare la possibilità di scelta geografica. Entro il 2015, calcola il geografo Wendell Cox, sarà di più la gente che lavora telematicamente da casa a tempo pieno invece di fare il pendolare, il che ne fa potenzialmente una enorme fonte di risparmi energetico sui trasporti. Nelle aree della baia di San Francisco e di Los Angeles, già un lavoratore su dieci è almeno a tempo parziale un telependolare. Alcuni studi indicano che potrebbe essere più di un quarto dei lavoratori degli Usa a far parte di questo nuovo sistema. Anche la IBM, sigla che un tempo si diceva significasse "I've Been Moved," [ Mi Hanno Trasferito n.d.t.] ha cambiato politica. Oggi è circa il 40% dei dipendenti a lavorare da casa, o a distanza dalla sede della clientela.

Lavoratori a casa che rappresentano un elemento critico della nuova economia localista. Mangiano nei ristoranti locali, frequentano fiere e mostre, portano i figli a giocare a calcio, prendono lezioni di danza, partecipano a riunioni religiose. Non si tratta solo di un fenomeno suburbano; localismo è anche identità più marcata nel quartiere urbano, o nel piccolo centro.
Può avere effetti sulla politica, in futuro? Certo oggi c’è tutta questa centralizzazione a Washington con l’intervento governativo federale, anche se a volte inefficace, per sostenere l’economia. Ma in tutta la nostra storia abbiamo sempre preferito una politica più orientata verso le faccende di casa. In visita in America verso il 1830, Alexis de Tocqueville rimase molto colpito dal forte decentramento del paese. " Capacità e potere sono ampiamente dispersi" scriveva, " e invece di irraggiarsi da un punto, si intrecciano in ogni direzione".

Oggi accade la medesima cosa. La maggioranza degli americani abita una rete diffusa di cittadine e piccoli luoghi, di cui molti suburbi entro grandi regioni metropolitane. Esistono oltre 65.000 amministrazioni, e con tanti "piccoli centri" la popolazione media di circoscrizione negli Stati Uniti è di 6.200 persone, quanto basta a rendere di grandissimo impatto il ruolo dei politici non di professione.
Dopo decenni di frenetica mobilità e omogeneizzazione, assistiamo al ritorno del luogo, e aumentano le possibilità di scelta per singoli, famiglie, comunità. Per imprenditori come Kevin Culhane e i suoi dipendenti al ristorante Churchill's, si tratta di un fenomeno che assicura anni e anni di guadagni. "Ci va benissimo rivolgerci a chi abita nei paraggi" racconta Culhane. Con zone come Long Island che diventano sempre meno quartieri dormitorio, e sempre più luoghi dove si sta su tutto l’arco della giornata a lavorare a passare il tempo libero, aumenteranno sempre più i clienti affamati.

 

Joel Kotkin - There’s No Place Like HomeNewsweek 19 ottobre 2009

Tradotto da Fabrizio Bottini

 


Azioni sul documento