Il post-giornalismo naviga sulla rete
Più informazione vuol dire più democrazia. E migliore qualità dell´informazione, anche migliore qualità della democrazia.
Per una circostanza del tutto privata, e cioè in occasione di un trasloco che è sempre un evento traumatico per chiunque, ho provato in prima persona l´infelice esperienza del "discombugogglamento": lo stress di chi si trova senza Rete, non riesce a collegarsi con Internet, a entrare in un sito e a scaricare posta elettronica o dati dal web.
Il termine, coniato da uno psicologo inglese, è una fusione di "scombussolamento" e di "Google", il nome del motore di ricerca per antonomasia. E come ha raccontato su questo giornale Enrico Franceschini da Londra, un recente sondaggio rivela che in Gran Bretagna il 44% dei cittadini soffre di questa malattia dell´era digitale, con più di un quarto degli intervistati che ammettono di stare decisamente male quando incontrano difficoltà a collegarsi o a compiere le abituali operazioni su Internet: aumento della pressione, tachicardia, calo della vista e perfino stato confusionale.
Privato per qualche giorno della "banda larga", costretto a utilizzare una chiavetta per una precaria connessione wireless o addirittura ridotto a collegarmi attraverso le spire del cavo telefonico, mi sono reso conto che ormai sono vittima anch´io di un´autentica dipendenza. È una frustrante sensazione d´impotenza telematica quella che si prova davanti al computer, quando lo schermo rimane bloccato e la posta non parte o non arriva.
Dai recessi del cyber-spazio, non c´è risposta; il messaggio in bottiglia si perde tra le onde del web; l´internauta precipita irrimediabilmente in una condizione psicologica di isolamento e di abbandono, come un naufrago sperduto nell´Oceano. Qualcosa di simile a una crisi di amnesia.
Non si stenta perciò a credere che in Inghilterra, dove la grande maggioranza della popolazione è già collegata in "broadband", il 76% dei cittadini dichiara che non potrebbe vivere senza Internet.
A dispetto di tutte le promesse governative, in Italia invece gli utenti della "banda larga" hanno da poco superato i dieci milioni, con una quota di appena il 17,8%, mentre in Europa è mediamente del 23,3 e nei Paesi asiatici (Giappone, Corea, Singapore e Taiwan) supera il 30.
E pensare che, come ha segnalato nella sua relazione annuale il presidente dell´Autorità sulle Comunicazioni, Corrado Calabrò, si calcola che lo sviluppo di questa tecnologia nel vecchio Continente potrebbe funzionare da volano per l´economia, stimolando un incremento del prodotto interno lordo superiore all´1% e nel nostro Paese addirittura dell´1,5-2%: un´enormità, visto che le ultime stime dell´Ocse prevedono quest´anno per noi una crescita striminzita dello 0,1%.
È attraverso la "banda larga" che si sviluppano l´interattività e la multimedialità della comunicazione digitale: oltre ai testi scritti e alla posta elettronica, il popolo della Rete si può scambiare così anche immagini, fotografie, audio e video, come accade sulla piazza virtuale di YouTube.
Ed è proprio su quest´onda che si propaga quel fenomeno del giornalismo diffuso, partecipativo, assembleare, che va sotto il nome di "citizen journalism" (giornalismo dei cittadini) o di "user-generated journalism" (giornalismo generato dagli utenti, dal basso).
Una rivoluzione nel modo di fare informazione, sempre più on demand (a richiesta) e sempre più mobile, ma ancor più nel rapporto tra chi la produce e chi la riceve, con la tendenza a scavalcare o comunque a ridimensionare la mediazione giornalistica.
Qui nasce, dunque, il post-giornalismo. E cioè una forma più evoluta e completa di giornalismo che va oltre la scrittura e la carta stampata, integrando i vari media tradizionali.
Dopo aver già imparato a lavorare per la radio o per la televisione, il moderno professionista dell´informazione deve imparare a svolgere altre funzioni, come registrare un´intervista o filmare direttamente una scena; montare un servizio audiovideo; gestire un sito Internet; costruire un "pacchetto" di notizie, scritte, sonore e visive, nella contaminazione dei generi e degli strumenti richiesta dalla ipertestualità.
È un codice, un linguaggio nuovo, quello che s´impone: più interattivo, più immediato e concreto, più di servizio, per certi aspetti anche più ludico.
Ma in qualche modo è un post-giornalista lo stesso cittadino che per caso o per scelta fa il reporter, fotografa un incidente con un telefonino, registra un evento con una videocamera e poi pubblica il suo prodotto in un forum o in un blog, condividendolo con gli altri utenti e partecipando così a uno scambio collettivo di notizie. E non è detto che questo giornalismo generato dal basso sia necessariamente meno utile o meno importante. La differenza sta, piuttosto, nel livello di professionalità: cioè nella qualità dell´informazione; nella sua continuità e regolarità; nella sua tempestività, completezza e affidabilità.
Ecco perché il post-giornalismo è una sfida per tutti i giornalisti, della carta stampata, della radio o della televisione; giovani e meno giovani. Fuori da un´anacronistica pretesa di esclusiva, oggi hanno una nuova "chance" di crescita e di arricchimento professionale.
Ma è una sfida anche per i cittadini: lettori, radioascoltatori, telespettatori, internauti. Più informazione vuol dire più democrazia. E migliore qualità dell´informazione, anche migliore qualità della democrazia.
da http://www.repubblica.it - 6 settembre 2008

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