Il poeta della neoavanguardia che giocava col mondo
A Genova la scomparsa di Edoardo Sanguineti: era stato tra i fondatori del Gruppo 63. Una vita tra Dante e Marx
«Dicesi testo letterario un testo che si presenta nella
forma dell´enigma. Dove c´è la poesia, lì c´è un indovinello», scrisse una
volta Edoardo Sanguineti, giocando (un verbo che gli appartiene tutto) con la
missione e la di-missione del critico. è scomparso ieri, stava per compiere
ottant´anni, il prossimo 9 dicembre, il professor Sanguineti e a me, pensando
al prossimo compleanno, era tornata in mente una sua poesia d´occasione (mi
accorgo, scrivendolo, che erano felicemente d´occasione, innervate cioè nelle
cose che accadono, che si dicono o si pensano, tutte le sue poesie) per gli
ottant´anni di Montale. Si intitola Quasi una variante, giacché prende le mosse
dall´Esterina montaliana e così comincia: «Raccomando ai miei posteri un
giudizio distratto, per i poeti del mio tempo: / (perché fu il tempo, dicono,
della distratta percezione): …» Va citata la conclusione: «L´altra sera potevo
concludere all´Italsider,/confessandomi chierico:/ sono un chierico rosso, e me
ne vanto:/ (e oggi, guarda, mi sorprendo che canticchio,/facendomi la barba,
all´improvviso: Montale, gli ottant´anni ti minacciano…»).
In pochi versi, giocosi e ben giocati, c´è dentro, come spesso accade a
Sanguineti, un autoritratto perfetto. A cominciare dalla passione politica,
componente tutt´altro che secondaria dell´uomo e dello studioso, convinto, non
so negli ultimi tempi, ma certo ancora in stagioni recenti, che solo adesso il
marxismo fosse veramente la carta da giocare per il futuro. Nato nel ‘30,
Sanguineti esordì come poeta nel ‘56 con Laborintus e fu un esordio di lusso,
propiziato da Luciano Anceschi, che lo accolse nella collana da lui diretta per
l´editore Magenta di Varese. Ma Laborintus da dove veniva fuori? Intanto il
titolo doveva essere (lo disse Sanguineti a Fabio Gambaro in una intervista)
Laszo Varga, ma poi divenne Laborintus, che è il titolo, ci ricorda Erminio
Risso, dell´Arte poetica di Everardo Alemanno, così come sono titoli presi a
prestito Erotopaegnia, cioè Scherzi amorosi che è il titolo di un´opera perduta
di Laevius, mentre Triperuno deriva dal Caos del Triperuno di Folengo… Il
professor Sanguineti e il poeta Sanguineti vanno dunque a braccetto e il primo
regala al secondo suggestivi carotaggi nel mondo infinito dell´erudizione
letteraria perché se li porti a livello del parlato quotidiano, del pastiche
linguistico, del gorgoglio semantico…
Non è qui il momento di ripercorrere la poesia sanguinetiana per stabilirne una
eventuale linea evolutiva o involutiva: ho sempre praticato, con Sanguineti il
criterio della lettura casuale, quasi ad apertura di libro, (un po´ seguendo la
suggestione del Giuoco dell´oca il suo romanzo sperimentale, insieme a Capriccio
italiano) perché la scrittura di Sanguineti è un continuum, interrotto solo dai
titoli e dalle date e magari, con gli anni, da una riduzione dell´enigma, nel
senso di un approccio più gentile e beffardo alle cose del mondo e dunque meno
aggrovigliato. Resta il fatto che affrontare Laborintus non fu per i primi
critici una cosa semplice e Zanzotto pensò si trattasse del resoconto poetico
di un esaurimento nervoso. Il poema fu in parte incluso nei Novissimi,
l´antologia curata da Alfredo Giuliani che in pratica, all´inizio degli anni
Sessanta, apriva il discorso della neoavanguardia italiana poi Gruppo 63. Le
poesie sono annotate e la prima nota a Laborintus comincia così: «Il poema si
apre con la descrizione di un paesaggio mentale in disfacimento». Giova
ricordare, con Fausto Curi, che il termine "novissimi" in Cesare
indica la retroguardia dell´esercito e dunque designa gli ultimi. Dunque la
neoavanguardia recupera l´avanguardia novecentesca e intende distruggerla per
creare una nuova libertà linguistica, opposta al linguaggio alienato e
stereotipo della borghesia. Mio Dio, caro Edoardo, ci avviciniamo al
cinquantesimo compleanno del Gruppo 63, ma le nebbie ancora ci perseguitano…
Sebbene abbia prodotto moltissimi libri e di genere molto diverso, Sanguineti
conobbe un exploit proprio negli anni Sessanta, quando, tra poesie, saggi,
romanzi e partecipazione alle opere collettive del Gruppo, la sua fisionomia
acquista quell´interezza mobile e plurale che conserverà poi sempre. Sul piano
della critica datano a quegli anni i saggi compresi in Tra liberty e
crepuscolarismo pubblicato da Mursia e i saggi gozzaniani usciti nel ‘66 da
Einaudi. Allievo di Giovanni Getto, Sanguineti esplorava con grande finezza
l´opera del poeta piemontese, recuperando a lato anche il poemetto Un giorno di
Carlo Vallini, che di Gozzano era stato amico molto intimo. Quei testi e quegli
studi erano il frutto delle sue lezioni universitarie, ma alle spalle
Sanguineti aveva già la tesi di laurea d´argomento dantesco: come dire che la sua
vita era tutta scritta o se si preferisce era tutta scrittura. E la scrittura a
tutto si apparentava: alla musica sperimentale di Cage e di Berio (per Berio
elaborò ‘Laborintus II´), al teatro. Già nel ‘59 pubblica K e poi Passaggio
(1961-62) e poi… per farla breve, e attenersi al "giudizio distratto"
reso necessario dalla circostanza, lavora per Ronconi riducendo per la scena
l´Orlando Furioso. Se adesso, nell´occasione della scomparsa, qualcuno avesse
voglia di dire che Sanguineti era stato il teorico principe del Gruppo 63 stia
attento: potrebbe incorrere nei rabbuffi di Alfredo Giuliani che già nelle sue
Droghe di Marsiglia avvertiva: «La neoavanguardia non ha avuto nessun capo
carismatico. Qualcuno, all´esterno, ha creduto di identificarlo in Sanguineti,
quanto meno come "capofila". In realtà Sanguineti non
"capofilava" un bel niente, anche se aveva il suo bravo prestigio…
C´era una specie di collettivo informale, tenuto insieme, più che altro, dalla
reciproca convinzione che, a dispetto dei dissensi, si andava tutti contro la Letteratura Costituita».
Le Droghe sono del ‘77. Forse oggi bisognerebbe ripensare cosa vuol dire andare
contro la "Letteratura Costituita". La neoavanguardia si diverte e
Sanguineti, in Cataletto scrive «faccio il pagliaccio in piazza, sopra un
palco». Qualche anno fa cenammo insieme a Cetona, dove si tiene un bel premio
di poesia. Sanguineti ce l´aveva col "poetese", coi poeti pieni di
ispirazione e birignao. Ricordammo, quella sera, il viaggio in Cina che avevamo
fatto insieme, con Malerba e Vanni Scheiwiller, nel 1989. La faccia di
Sanguineti è inimitabile, di una meravigliosa bruttezza. Mi ricordo che ridemmo
fino alle lacrime, e voglio ripensarlo così.
http://www.repubblica.it 19 Maggio 2010

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