Il più sano ha la rogna
Oggi il qualunquismo ha partorito un giustizialismo, altrettanto preoccupante e pericoloso, con il suo grido di “noi siamo sani” e “sono gli altri i malsani”.
Un italiano di ieri avrebbe probabilmente detto che “il più sano ha la rogna” di fronte alle rivelazioni sulla stato della nostra Repubblica, nella cui classe dirigente è davvero difficile trovare, a tutti i livelli, qualcuno che sia immune dalla malattia della corruzione. La mia domanda è: possiamo precisare, possiamo dire che nello schieramento della sinistra, di cui, nonostante tutto, ci sentiamo membri non solo a parole, ci sia ancora qualcosa – qualcuno – che sia perfettamente sano?
La tentazione del qualunquismo è ricorrente e ha le sue brave motivazioni: come fidarsi, ieri, di istituzioni e di poteri lontani dai bisogni dei più, esplicitamente classisti? come credere che la legge fosse uguale per tutti? Oggi il qualunquismo ha partorito un giustizialismo, altrettanto preoccupante e pericoloso, con il suo grido di “noi siamo sani” e “sono gli altri i malsani”. La mia diffidenza è cresciuta a dismisura, in questi anni, nei confronti dei denunciatori che vedono il trave negli occhi dei rivali ma evitano di guardare al loro, più piccolo ma non meno ingombrante.
Nel breve prontuario sull’Italia berlusconiana edito da Donzelli, che segue l’evoluzione della nostra società pubblicando Crainz ma anche Brunetta, scritto da un ottimo storico della prima guerra mondiale, Antonio Gibelli («Berlusconi passato alla storia»), si tenta una sintesi degli ultimi anni piuttosto prevedibile – e non mancano certo i libri su Berlusconi nati da un’indignazione permalosa e ciarliera. Sull’analisi – ormai chiara a tutti – del suo successo, tale da dare il nome a un’epoca, Gibelli dice cose convincenti. Esso non risiede soltanto nel potere sui media e nella fragilità delle istituzioni e dei rivali ma nella sintonia con la bruttezza da cui ci siamo fatti tutti travolgere, e, anche se gli storici non sempre sono d’accordo, è nel legame tra una evoluzione economica e una involuzione antropologica e nella capacità del leader di star dentro a entrambe, che andrebbe meglio scavato. Oltre che nell’ambiguità della sinistra. Oso dire: nella particolare forma di “corruzione” (per l’appunto più antropologica che economica) della sinistra, nella sua adesione a una visione della politica come manovrabile gioco di poteri, nel suo rincorrere i discorsi degli altri fino al punto da non averne più di suoi, nella sua ignoranza e nel suo disprezzo per la realtà, nel suo dire a e fare b, nella sua assenza di progetto.
Gibelli arriva a far l’elogio di un Prodi certamente più onesto della media dei politici, ma il cui fallimento è derivato, mi pare, anche dalla pochezza della sua visione, dal suo stare terra-terra dentro una logica economica banalmente capitalista e “bancaria”, e nella povertà dei suoi consulenti e riferimenti. Il gruppo del Mulino non è più geniale di quello di Micromega, e i nostri economisti non hanno una visione del progresso così diversa da quella della destra, e non è che i post-democristiani siano più lungimiranti dei post-comunisti o dei post-laici, anche se hanno qualche vaghissima eco della morale cristiana (la Chiesa, organismo burocratico non più esaltante di altri e dai comportamenti non migliori, è più solido di altri perché a fianco di idee o sciocche o reazionarie sul mondo non può dimenticare i poveri e gli immigrati pena una piena perdita di identità).
Ma forse al fondo di tutto occorrerebbe prendere atto di come partecipare alla corsa senza differenziarsi non porta che ad accelerare e non a contrastare il disastro, forse il lavoro da fare è oggi più morale e culturale che politico, forse è più importante un’opposizione di fatti e di disobbedienze civili che non l’agone e la mischia parlamentare, forse occorre pensare al dopodomani prima che al domani se si vogliono mettere radici forti nell’oggi, forse occorre che ciascuno la finisca, singolo o gruppo, con l’abuso del “particulare” e del corporativo (e con l’“inciucio” che ne segue), forse bisogna guardare al trave nei nostri occhi, forse bisogna mettersi a cercare seriamente i rimedi alla rogna che intacca tutto con un esame di coscienza radicale, non ideologico, non recitato.
La destra fa il suo gioco, è coerente alla sua vocazione, ed è forse per questo che Berlusconi e i suoi ladri mi scandalizzano fino a un certo punto e mi scandalizza molto di più la pochezza della sinistra, la sua assenza di diversità, di alterità. Ma forse non è “la politica”, oggi, il modo migliore di fare politica.
http://www.unita.it 28 febbraio 2010

Precedente: Confronto senza estremi








