Il pericolo è nell'asse Parigi-Berlino
L'unità politica dell'Europa è l'unica vera soluzione a questa crisi
L'incontro romano tra Francia, Germania, Italia e Spagna, in preparazione del Consiglio europeo del 28 e 29 giugno, ha avuto da un lato qualche indicazione positiva e dall'altro aspetti negativi, sulla scia della ormai tradizionale politica dei leader europei. L'indicazione positiva riguarda la riconosciuta irreversibilità dell'euro, forse dettata più dai risultati delle recenti elezioni in Grecia che da una vera volontà comune, la quale ha scoperto però che la distruzione dell'euro non giova veramente a nessuno. Il patto di crescita per 120-130 miliardi di euro e la Tobin tax costituiscono ancora dichiarazioni di insicura attuazione, ma mentre il primo non garantisce alcun sostegno al debito pubblico di Grecia, Spagna e Italia, l'assai discussa Tobin tax è di difficile approvazione e comunque si può rivelare uno strumento assai debole per combattere la speculazione finanziaria internazionale.
Tra gli aspetti negativi che ormai stanno diventando consuetudinari,
ve ne sono almeno tre che è necessario rilevare. Il primo riguarda i metodi
generalizzati di comunicazione della leadership europea. Il secondo la
struttura di potere della stessa leadership e il terzo l'esistenza non ancora
sopita di una forte conflittualità interna. Il primo è di facile definizione e
consiste in una sorta di populismo mediatico, in base al quale si alternano
dichiarazioni varie e consolatorie, insieme con imposizioni che non ammettono
eccezioni e che rendono impossibile la realizzazione delle stesse dichiarazioni
consolatorie. Si tratta di una sorta di ben nota politica del bastone e della
carota, che ha fatto dire alla cancelliera Merkel che austerità e crescita
altro non sono che le facce della stessa medaglia.
Ma oramai è provato che l'austerity rende impossibile qualunque tipo di
crescita, come è già successo in Grecia e sta succedendo in Spagna e in Italia.
La struttura di potere della leadership europea è simile a quella che già nel
1972 un grande economista italiano, troppo affrettatamente dimenticato,
Federico Caffè, aveva teorizzato come "struttura oligopolistica del
potere", capace di determinare tutti i processi sociali ed
economico-politici all'interno delle moderne società capitaliste.
L'attuale struttura oligopolistica del potere in Europa si è
facilmente identificata con la troika delle tecnocrazie europee condizionate
dalla Germania, della Banca centrale europea e del Fondo monetario
internazionale, tutti legati ai centri decisionali del capitalismo finanziario.
La strategia oligopolistica è da tempo diretta a fomentare un grave allarmismo
economico, inteso come "presentazione artificiosamente esagerata di fatti
reali", anche quando non sia catastrofica, ma serva a non modificare gli
esistenti stati di potere, allorché compaia qualche "nuovo
pretendente" che possa rovesciare o mettere seriamente in discussione
l'ideologia dominante, come ad esempio le leggi e le rappresentanze
fondamentali a difesa dei lavoratori e dell'occupazione.
Naturalmente l'inversione delle politiche di austerity in quelle di crescita
esige una ripresa forte degli investimenti, sia pubblici che privati, in
situazioni come quella attuale di grande complessità nelle decisioni da
prendere. Ed ecco allora che, come ben è risultato finora, fra arretramenti e
dichiarati balzi in avanti, la tattica preferita delle strutture
oligopolistiche del potere è quella del rinvio e dell'attendismo. È così che
l'unica soluzione di una effettiva unità politica europea viene continuamente
rinviata, sebbene sempre più appaia come l'unica vera soluzione al possibile
declino dell'Europa.
Rinvio e attendismo dimostrano ampiamente l'esistenza del
terzo aspetto negativo, tra quelli indicati. Sull'unità a parole di un'Europa
politicamente unita e/o federale, all'interno dei due Stati europei
politicamente più importanti, esiste un conflitto apparentemente insolubile. Se
da un lato la vittoria francese del socialista Hollande poteva sembrare ed è
anche apparsa come l'entrata di un "nuovo pretendente" nella struttura
oligopolistica del potere europeo finora dominata dalla Germania, le
rivendicazioni del socialismo francese non sembrano proprio andare nel senso
voluto dalle politiche di rigore imposte finora dall'austerity, invece di
quelle sulla crescita e a difesa dello welfare.
Eppure, come ha sottolineato Peter Sloterdijk nel suo prezioso libretto Theorie
der Nachkriegszeiten, l'8 luglio 2012 verrà festeggiato il cinquantesimo
anniversario della più commovente e simbolica cerimonia franco-tedesca,
celebrata sotto l'arco della Cattedrale di Reims, dall'incontro dei due grandi
uomini di Stato De Gaulle e Adenauer, a chiusura di un rapporto di imitazioni,
invidie e incomprensioni reciproche. Gli ultimi cinquant'anni sono stati però
marcati da un processo di allontanamento nella vita culturale e psicologica dei
due popoli, e di disinnamoramento, dovuto soprattutto a divergenza di
interpretazioni sui risultati dell'ultimo dopoguerra.
A parer mio, il vero pericolo, se non vi sarà un salto notevole di qualità nelle leadership delle due Nazioni, è quello che non a parole, ma nei fatti esse si ritrovino nonostante tutto su una posizione antieuropea politicamente identica, accecate dalla rivalutazione di un decorum nazionale. Sulla Germania e sul suo imbroglio europeistico le posizioni politiche, recenti e non, sono fin troppo chiare. Per quello che riguarda la Francia, non va invece dimenticata la parte non certo indifferente delle voci della sinistra francese che hanno determinato il "no" al referendum sulla Costituzione europea. Altrettanto sintomatico è che Jacques Delors, fra i più grandi statisti europeisti, sia stato incomprensibilmente trascurato dai giochi interni della politica francese. C'è allora solo da sperare che il Te Deum di Reims, celebrato in presenza dell'arcivescovo Marty, sotto il baldacchino dell'universalismo cattolico della vecchia Europa, al quale si erano rivolti i due uomini di Stato, e il successivo Trattato franco-tedesco chiamato "Trattato dell'Eliseo", nel "giubileo" del cinquantenario, contro molte apparenze, facciano comprendere ai leader e all'opinione pubblica dei due popoli che l'unica vera soluzione a questa crisi e alla loro stessa sopravvivenza è l'unità politica dell'Europa.
http://www.ilsole24ore.com 24 giugno 2012

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