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tramonto marino

Il paese ristagna, serve una cultura lungimirante

Parla la giovane scrittrice che ha vinto il premio Campiello con "Acciaio"

 

Raccontare l'Italia che cambia. Il lavoro che c'è. Quello che non c'è. L'operaismo dopo la caduta del Muro. Lo straniamento delle tute blu, che hanno sempre gli stessi turni massacranti ma non più quell'alone di fascino rivoluzionario degli anni Settanta. Silvia Avallone, studentessa di Lettere a Bologna, ha appena vinto il Premio Campiello Opera Prima con Acciaio - come Antonio Pennacchi tra i finalisti dello Strega e vincitrice del Campiello giovani - (edito da Rizzoli), un sorprendente racconto ambientato a Piombino, con due ragazze, Anna e Francesca, protagoniste di un viaggio generazionale in un'Italia alla ricerca di un nuovo centro di gravità permanente. Romanzo scomodo, contestato dagli abitanti di Piombino legati alla cultura dell'operaismo.

Avallone, è al suo esordio da scrittrice. Nella sua gioventù ha fatto altri lavori?
Sì. Sono stata organizzatrice di eventi culturali, ho curato qualche ufficio stampa, poi ho fatto la promoter di sigarette. E di giochi della Nintendo.

Il primo sguardo sul mondo del lavoro da dove parte?
Dai miei coetanei e dai compagni di università. Laureati in lettere che possono solo andare a lavorare in un call center: non c'è nessuno sbocco nella scuola. È impossibile anche avere delle supplenze.

 

Eppure lei sta prendendo una laurea specialistica in lettere dopo quella in filosofia...
È vero. Però ho scelto di puntare sul romanzo e non sul mio curriculum. Ho preferito scommettere sull'eccezione, sul poter ritagliarmi uno spazio con un libro. La realtà è ben più complessa della mia esperienza individuale.

 

Proviamo a raccontarla partendo dalle pagine di Acciaio.
In questa Italia che smantella il proprio sistema industriale, che delocalizza tutto, restano ancora tante fabbriche. Come nella Piombino del mio racconto.

 

Chi popola i meandri della periferia toscana?
Li definirei "nuovi operai". Magari hanno la tessera della Fiom, orfani di ideologie forti, in rotta con la sinistra. Non è un caso che sia nata una sorta di congregazione leghista in seno alla Cgil. Non si sentono più protagonisti del mondo del lavoro.

 

Hanno un rapporto conflittuale con la politica?
Il Palazzo non li considera. Tendenzialmente non sono nemmeno raccontati dai media, troppo assorti nel gossip o nel descrivere le difficoltà del terziario. Così votano le camicie verdi, per assomigliare a chi possiede la fabbrichetta o ha l'auto di grossa cilindrata...

 

L'Italia è già entrata in un'era post-industriale?
Sì. Le fabbriche traslocano altrove. Nella mia città natale, Biella, il comparto tessile boccheggia. La produzione è ormai in Romania. E la politica non è in grado di pensare alternative.

 

È un'accusa forte...
La nostra classe dirigente, insieme ai grandi media, non racconta quanto sia in crisi, stagnante e chiuso il nostro paese. Non è un caso che soprattutto al Sud il tema del lavoro proceda di pari passo con l'espansione delle nuove mafie.

 

Ritorna anche il fenomeno dei giovani emigranti.
Nel capoluogo felsineo ho vissuto in due studentati, pieni di ragazzi del Sud. Studiano lontano da casa con la consapevolezza che non torneranno più a lavorare nel Meridione.

 

Se avesse una "fiche" da giocare per riscattare i trentenni italiani, su chi o su cosa la punterebbe?
Il nodo centrale è la scuola. Chiederei al ministro Mariastella Gelmini di scommettere sulla ricerca e sull'innovazione. Potenziare la formazione è l'unica nostra possibilità di uscire dalle sabbie mobili.

 

Di che interlocuzione politica avrebbe bisogno la generazione invisibile dei giovani del 2010?
Non sono ideologica. Al di là della destra e della sinistra ci vorrebbe un nuovo gramscismo, un pensiero culturale aderente alla realtà che contaminasse la politica con un progetto lungimirante, di ampio respiro. C'è necessità di far ritornare centrale il tema del lavoro.

 

Al momento che sensibilità riscontra nei politici?
Siamo al grado zero. I miei amici precari, quando ne discutiamo al bar o nei pub, esprimono un forte scetticismo. I movimenti studenteschi? Tre gatti con un megafono...
(Intervista di Michele De Feudis)

http://www.secoloditalia.it   30 maggio 2010

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