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Il nucleare dopo la catastrofe giapponese

L'uscita immediata dal nucleare è una decisione di tale importanza da non doversi adottare né sulla spinta dell'emozione della tragedia giapponese né sotto la pressione degli interessi.

 

 

La tragedia giapponese è uno di quegli eventi che non sarebbero dovuti accadere secondo gli scenari probabilistici degli esperti. Un terremoto di forza 9 seguito da un’onda di altezza nettamente superiore alla massima prevista rientra nel novero degli eventi con probabilità così piccola da essere generalmente considerati non degni di considerazione. E invece è accaduto.

LA PRIMA LEZIONE

Ma più ancora dei 20mila morti e della devastazione di un’intera regione ha suscitato emozione mondiale l’incidente nucleare. Una centrale costruita quarant’anni fa, con un sistema di sicurezza progettato per sostenere al massimo un sisma di grado 7,5, con un sistema di raffreddamento che richiede una fornitura di elettricità dalla rete e con generatori di emergenza che hanno resistito al terremoto, ma non allo tsunami: la centrale è andata fuori controllo per giorni e ancora oggi l’emergenza non è finita. Sull’esito finale e sui danni alle persone è presto per dire.
L’evento improbabile è accaduto. Torna alla mente la catena di fallimenti bancari del 2008, un collasso di sistema che i modelli usati dalla finanza e anche dai regolatori della finanza escludevano perentoriamente. La prima lezione è che l’assegnazione delle probabilità, passaggio inevitabile perché non esistono certezze assolute, andrebbe fatta con maggior prudenza, in tutti i campi. Le compagnie di assicurazione ignorano sistematicamente gli eventi catastrofici, che non sono assicurabili in base a criteri probabilistici; sanno che i governi hanno responsabilità anche per i grandi rischi e ci fanno conto. Solo che spesso i governi si affidano ai calcoli probabilistici delle imprese private e non prendendo le dovute precauzioni contribuiscono a trascinare il sistema nell’evento catastrofico. Sarebbe bene adottare criteri più prudenti, in tutti i campi, senza aspettar altre catastrofi.

USCIRE DEL NUCLEARE?

La richiesta di uscire dal nucleare è l’immediata reazione di un’opinione pubblica sconvolta. Di fronte a un rischio catastrofico pare inutile gingillarsi con le percentuali di probabilità: si esce e basta. Ammesso che sia possibile.
La sera dell’11 settembre 2001 i responsabili del mondo, o almeno degli Stati Uniti, si trovarono di fronte a una situazione d’incertezza drammatica. Quanto grande e organizzata era la rete dei terroristi? Quali altri colpi aveva in serbo? Quale processo di imitazione presso altri gruppi avrebbe innescato il loro colpo magistrale? (Noi italiani sappiamo quanti delitti sono stati compiuti da gruppi terroristici che volevano accreditarsi presso i “fratelli maggiori” delle Brigate rosse). Una cosa era certa: nulla di quel che avevano compiuto con gli aerei avrebbero potuto compiere, i terroristi, dirottando treni o autobus. Dunque uscire dal trasporto aereo?
Non se ne parlò neppure perché non era possibile. Il mondo non può fare a meno del trasporto aereo. Si puntò subito sull’altra soluzione, l’unica possibile: un complesso sistema di azioni preventive e controlli preventivi.
Per affrontare il dilemma se uscire dal nucleare bisogna prima rispondere a tre quesiti.
Primo, può il mondo fare a meno dell’energia elettronucleare? La risposta non può essere netta. Certo che in astratto si può farne a meno, ma oggi bisognerebbe organizzare una transizione assai lunga. Non si possono chiudere improvvisamente 440 impianti che forniscono al mondo 2,6 trilioni di chilowattora all’anno, otto volte l’intero consumo italiano, il 14 per cento dell’elettricità mondiale; e all’Unione europea il 28 per cento dell’elettricità che consuma. L’Europa andrebbe al buio e nessun paese, nucleare o no, sarebbe esente dall’emergenza.
Secondo quesito: a che prezzo l’uscita dal nucleare? C’è un costo economico: per dare un’idea, se l’Italia volesse supplire con energia solare all’energia importata, che è di origine nucleare, il sussidio annuo necessario richiederebbe un aumento della pressione fiscale di oltre un punto per vent’anni. Ma il prezzo più elevato sarebbe l’abbandono delle politiche per il clima perché affrontare un problema di queste dimensioni con la sola riduzione dei consumi e generazione da fonti rinnovabili richiederebbe comunque, nella migliore delle ipotesi, una transizione di qualche decennio, durante il quale non si potrebbe evitare un maggior ricorso ai combustibili fossili. Quindi per uscire da una catastrofe improbabile andremmo a cercarne un’altra forse meno improbabile, quella del riscaldamento globale.
Terzo quesito: come raggiungere un consenso sull’uscita? Al momento sembra impossibile, non dico nel mondo, ma nemmeno nell’Unione Europea.

IL POCO (O MOLTO) CHE È GIÀ CHIARO

Mentre il partito pro e quello contro il nucleare affilano le lame per lo scontro finale, giova migliorare le informazioni. L’Agenzia internazionale dell’energia atomica Iaea aveva avvertito il Giappone della insufficiente sicurezza della centrale di Fukushima. Le varie unità dell’impianto erano state progettate per terminare l’esercizio in un periodo tra il 2011 e il 2016, ma hanno avuto l’autorizzazione a prolungare le attività. Alcune importanti raccomandazioni dell’Iaea sono state disattese; peraltro non sono vincolanti.
Al momento in cui scrivo, a fronte dei 20mila morti certi da sisma e tsunami sta un incidente nucleare i cui danni accertati sono molto minori, anche se l’area d’incertezza sulle conseguenze future per la presenza di rilasci di radioattività nell’ambiente è a livello locale molto grande e inquietante. Gli esperti tengono comunque a chiarire che la situazione è completamente diversa da quella di Chernobyl: qui gli involucri protettivi sono in parte danneggiati, ma hanno comunque assolto alla loro funzione di schermare l’ambiente dalla radiazione all’interno del nucleo. A Chernobyl non esistevano proprio.
Una valutazione puntigliosa dell’accaduto dovrà essere la base per le decisioni, che sono di tale importanza da non doversi adottare né sulla spinta dell’emozione né sotto la pressione degli interessi. Occorrerà un dibattito informato e pacato, a livello mondiale, e a maggior ragione europeo.
Ma qualche misura si può già considerare necessaria. 
Innanzitutto una revisione generale degli impianti in funzione dal punto di vista della sicurezza, che consideri non solo l’età (come sembra implicare la frettolosa decisione del governo tedesco, forse preoccupato più che altro dalle prossime elezioni) ma anche gli interventi successivi, le manutenzioni, la sismicità della localizzazione. Sulla chiusura degli impianti meno sicuri si può forse trovare un accordo internazionale, anche se i paesi più poveri approfitteranno del loro potere contrattuale per vendere la loro collaborazione in cambio di aiuti.
Poi un rafforzamento degli standard di sicurezza e del relativo monitoraggio. Le raccomandazioni derivanti dalle missioni di sicurezza di un organo tecnico come l’Iaea potrebbero essere rese vincolanti da una decisione preventiva e generale adottata a livello di Nazioni Unite, o almeno essere rese pubbliche, creando condizioni in cui gli stati stessi avrebbero interesse a richiedere le missioni per mostrare ai propri cittadini e ai paesi vicini che le proprie installazioni sono sicure, e una volta generalizzata la prassi, difficilmente uno stato potrebbe esimersi dal farlo.
Si tratta di misure che dovrebbero trovare un consenso anche di paesi che sono attestati su posizioni diverse quanto all’eventuale uscita definitiva dal nucleare. Sarebbe una strategia di prevenzione rafforzata, simile a quella adottata per il trasporto aereo, e per l’antiterrorismo in generale (e non dimentichiamo che la minaccia dell’uso terroristico fa parte della pericolosità del nucleare).
E sull’eventuale uscita definitiva e sui suoi tempi ci sarebbe modo di discutere e ponderare.

ALTRIMENTI...

Se invece l’accordo non si trova e non si ha la pazienza per ricercarlo attraverso un lavoro di analisi dei fatti, rischiamo comportamenti assurdamente divergenti: il blocco della costruzione di nuove centrali (relativamente sicure) e il mantenimento in funzione di quelle vecchie e insicure (ma ammortizzate e quindi economiche).
L’esito sarebbe insufficiente a scongiurare il rischio nucleare, ma sufficiente a far crescere di molto il rischio clima. Il peggio dei due mondi.
Ne ricavo un’indicazione per l’Italia: deve prendere un’iniziativa di respiro europeo per aumentare la sicurezza nucleare in Europa e nei paesi limitrofi, dove ogni eventuale catastrofe colpirebbe tutti, e nel mondo. Non vorrei proprio che un inglorioso affondamento del fragile piano nucleare nazionale nelle liti nostrane fosse accompagnato da una decisione di costruire una centrale nucleare italiana, ad esempio, in Albania. Le opposizioni locali sarebbero certo scavalcate, il rischio nucleare sarebbe assai probabilmente accresciuto.

http://www.lavoce.info 18.03.2011

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