Il mio cinema fra Mussolini, Sordi e Gorbacëv
Il regista scomparso ripercorre la sua vita in un racconto intensissimo e divertente, amaro e surreale.
Il primo regista con il quale ho lavorato era un cecoslovacco, si chiamava
Machaty´. Era il 1934. L’anno prima aveva vinto a Venezia con un film
«scandalo»: Ecstasy. A dire la verità non si trattava di una grande pellicola,
ma fece molto scalpore perché conteneva la prima scena di nudo della storia del
cinema. L’attrice in questione, Dorothy Lamarr, veniva immortalata mentre
passeggiava senza veli per i boschi della Boemia. L’effetto sul pubblico fu tale
che il film ebbe la
Coppa Mussolini e il regista fu chiamato a Hollywood.
Proprio quando era in procinto di trasferirsi negli Stati Uniti dalla
Cecoslovacchia, il nostro ministero della Cultura popolare – il famigerato
Minculpop – intercettò Machaty´ e gli chiese di fare un film in Italia. Lui era
qui con tutta la sua piccola troupe composta dalla prima attrice, un
assistente, un montatore, un direttore delle luci… cinque o sei persone in
tutto.
Girarono un film che si intitolava Ballerine. Quella fu la prima volta
che io lavorai su un set. Facevo – diciamo così – l’«aiuto attrezzista»: mi
occupavo sostanzialmente di trasportare i mobili, spostare i pezzi della
scenografia, ma anche di portare le bottiglie d’acqua, aiutare il regista a
mettersi il paltò, ad accendere la sigaretta… Insomma, ero un ragazzetto che si
dava molto da fare. Avevo 19 anni ed ero contentissimo. I 19 anni di allora non
possono essere confrontati con quelli di oggi: allora, a quell’età, si era
ancora un po’ imbranati, un po’ ragazzini; si guardava il mondo con un’aria
stupefatta.
Naturalmente quelli erano gli anni del regime, del fascismo. Ma il rapporto fra
il cinema italiano e il fascismo fu sempre molto particolare. La situazione era
molto diversa rispetto a quella dell’informazione e della stampa. Lì margini di
libertà proprio non ce n’erano. Ricordo gli articoli di Montanelli, colui che
oggi viene celebrato come il più grande giornalista italiano, l’icona della
stampa libera e indipendente. Le sue esaltazioni del fascismo e del duce di cui
scriveva coniando addirittura degli aggettivi ad personam per
Mussolini, tipo «oceanico» e robe di questo genere. Montanelli, Missiroli e
tanti altri esaltavano il fascismo e le guerre nelle quali il regime
coinvolgeva il paese così come faceva Malaparte. Quest’ultimo, però, lo faceva
con la chiarezza dell’uomo schierato, mentre le persone come Montanelli e
Missiroli ci tenevano a far vedere di essere dei «liberali». Ecco chi era il
campione del giornalismo libero così glorificato ai giorni nostri.
Tutto questo per dire che la realtà della carta stampata e dell’informazione in
senso stretto era assolutamente priva di spazi. Per quanto concerne il cinema,
invece, non si poteva parlare di politica – e tanto meno, ovviamente, si poteva
parlare male del fascismo – ma non era nemmeno richiesta un’esplicita
celebrazione del regime. Si faceva un cinema «piccolo-borghese» incentrato
principalmente su vicende d’amore. Ricordo ad esempio film come Mille lire
al mese o Il signor Max.
Era il cinema dei «telefoni bianchi», ovvero produzioni senza troppe pretese ma
con un cospicuo pubblico, che in più offrivano una certa possibilità di
imparare il mestiere. Soprattutto dopo che fu costituito l’Asse Roma-Berlino
(l’alleanza fra l’Italia fascista e la Germania di Hitler) e fu proibita la circolazione
del cinema americano, che in quegli anni imperversava. Da quel momento in poi
la nostra produzione nazionale di film crebbe considerevolmente. Fu allora che
nacque Cinecittà.
Il regime dava soldi in abbondanza al cinema, purché questo non rompesse troppo
le scatole. E quel mondo rispondeva con i film dei «telefoni bianchi» e,
inizialmente, con qualche pellicola di propaganda. Ma poiché quest’ultime erano
fatte piuttosto male, non ebbero un grande successo e presto il regime rinunciò
anche a commissionarle. Fu però proprio in uno di questi film di propaganda che
ebbi la mia seconda esperienza sul set, dopo quella con Machaty´. Andai a
finire in Libia, dove girammo un film che parlava di un giovane italiano
alto-borghese che, a causa di una delusione d’amore, decideva di arruolarsi
nelle truppe coloniali. Il lavoro si intitolava Lo squadrone
bianco e lo dirigeva Augusto Genina. Un grande regista – che aveva
lavorato nel cinema tedesco e francese dopo il fallimento dell’Unione
cinematografica italiana – ma privo di idee e convinzioni politiche: si
prestava a fare di tutto. Fece anche un film di esaltazione della guerra di
Spagna: L’assedio dell’Alcazar.
Una precisazione si rende però necessaria per capire il contesto nel quale
vivevamo in quegli anni: allora erano tutti fascisti. Gli italiani appoggiavano
tutti il regime, tranne quei pochi disperati che stavano in Francia o che erano
stati mandati al confino a Ventotene o in un qualche altro posto. E in più
questi dissidenti erano tutti di una certa età: i più giovani erano tutti
«fascistissimi», tutti convinti che avremmo vinto la guerra e saremmo
diventati, al seguito della Germania, i padroni del mondo. Poi naturalmente
molti di questi furono prontissimi a riciclarsi e a rifarsi una verginità
all’indomani del crollo del regime. La cosa fu all’origine anche della tragedia
familiare che mi colpì a guerra appena finita.
Mio padre era stato un giornalista molto importante. Partito da posizioni
socialiste era poi passato con i liberali e, come molti liberali, aveva
inizialmente visto nel fascismo un argine contro il «pericolo bolscevico» e con
il suo giornale – era direttore del Resto del Carlino – lo aveva
sostenuto, sebbene con uno stato d’animo assai riottoso. Con il delitto
Matteotti – quando il regime si presentò per quello che realmente era,
rivendicando il suo volto violento, sanguinario – mio
padre passò all’opposizione. Scrisse sul suo giornale tre o quattro articoli
nei quali denunciò il delitto con toni molto accesi e così gli fu tolta la
direzione e la proprietà (era anche il proprietario del giornale, oltre che il
direttore). Gli fu anche proibito di firmare qualsiasi articolo – non solo di
politica, ma di qualunque argomento – con il suo nome.
Mi ricordo – avevo più o meno otto anni – quando la nostra casa sopra le
colline di Bologna fu presa di mira da un gruppo di fascisti, un gruppo di
giovanotti col fez che cominciarono a tirare sassate contro le finestre. Io ero
esaltatissimo, vedevo mio padre come un eroe. Invece i suoi colleghi
giornalisti non ebbero alcun problema a lavorare nelle redazioni dei vari
giornali fascisti. Me li ricordo quando venivano a casa nostra a raccontare i
pettegolezzi, a sghignazzare sul fascismo, sul Duce, sulle pagliacciate dei
gerarchi che saltavano dentro i cerchi di fuoco nel corso delle parate
ufficiali… Poi però il giorno dopo tornavano in redazione e scrivevano
panegirici di Mussolini, della guerra, delle folle oceaniche sotto palazzo
Venezia.
Quando poi il regime crollò, tutti a salire sulla barca della democrazia: gli
stessi che fino al giorno prima avevano esaltato il fascismo. Ma mio padre, che
durante il Ventennio era stato estromesso poiché antifascista, non fu affatto
reintegrato nel suo vecchio lavoro. Continuò a essere un emarginato, anche
perché nei posti che contavano erano rimasti quelli che c’erano durante il
regime. E questo lo portò al suicidio.
Fu un gesto sbagliato, niente affatto eroico, che cinematograficamente potrebbe
essere raccontato all’interno di una storia piena di sarcasmo. Ma maturò
proprio dentro questa cornice di comprensibile amarezza e indignazione.
L’8 settembre me lo ricordo molto bene. Ero a Napoli perché, dopo aver fatto la
guerra in cavalleria, mi avevano fatto passare ai carri armati e dovevo
imbarcarmi, insieme al mio reggimento, per la Libia.
Non dimentico il terrore di quelli che partivano. Se si
riusciva ad arrivare in Libia non c’era alcun problema perché tanto tutti si
arrendevano; se uno riusciva a toccare terra la cosa era fatta, era salvo. Il
problema era il tragitto, che durava cinque, sei giorni: se ti siluravano il
traghetto andavi a fondo e affogavi come un gatto, senza possibilità di
difenderti. Centinaia di soldati, tutti sulla tolda, in attesa, andavano a
fondo all’improvviso nel giro di pochissimo tempo. Ogni dieci, dodici giorni
veniva letto l’elenco di quelli che si imbarcavano e allora si diffondeva il
terrore. Per fortuna, però, il mio nome non fu mai pronunciato e presto i
viaggi dei traghetti si fecero sempre più rari perché nell’ultimo scorcio della
guerra il Mediterraneo era ormai diventato un lago inglese.
L’8 settembre quindi ero a Napoli. Ricordo che tolsi l’uniforme – ero
sottufficiale – e uscii dalla caserma con una giacchetta che avevo in valigia.
Mi avviai a piedi verso Roma seguendo la strada ferrata. Non conoscendo le
strade, uno andava alla stazione e poi seguiva la ferrovia, così era sicuro di
arrivare a destinazione. E infatti la strada ferrata ospitava una grande
processione di soldati che tornavano ciascuno a casa propria. Quando passava
qualche aereo tutti si buttavano di lato e poi, poco dopo, il serpentone si
ricomponeva.
Appena sono tornato a Roma sono stato contattato al telefono da un tale che si
chiamava Comunardo Braccialarghe. Proprio così, Comunardo Braccialarghe. La
famiglia Braccialarghe era una famiglia di anarchici e lui era stato chiamato
così in onore della Comune di Parigi. Io ero socialista, in giro lo sapevano, e
allora mi contattarono. Formammo un piccolo gruppo di cinque o sei elementi e
ci occupammo principalmente di tenere in piedi alcuni contatti, trasportare
pacchi, prestare servizi di protezione e scorta. Questo fu il mio piccolo
contributo alla Resistenza fino a quando non arrivarono gli Alleati.
A causa del consenso di massa del quale godeva il regime e che ho cercato di
rendere anche con queste brevi istantanee, quando il fascismo crollò, davvero
venne meno un mondo nel quale la stragrande maggioranza degli italiani aveva
creduto. Lo shock fu tale che aprì le porte a una stagione di grande
sperimentazione, nella quale fu abolita quasi ogni censura e potemmo girare
film fino a poco tempo prima assolutamente impensabili.
Io firmai la sceneggiatura di un film con Macario che si intitolava Come
persi la guerra e che fu un grandissimo successo. Era una farsa, anzi una
farsaccia, che conteneva una denuncia feroce contro l’insipienza del regime,
dei vertici dell’esercito italiano, di coloro che ci avevano condotto in
guerra.
Quella stagione unì la creatività sprigionatasi con la fine della repressione
fascista alla capacità produttiva ereditata dagli anni del regime, anni nei
quali non solo fu edificata Cinecittà ma si formarono maestranze di altissimo
livello dal punto di vista tecnico. Appena finita la guerra credo che la nostra
industria cinematografica fosse seconda solo a quella degli Stati Uniti, e
questo ci permise di cominciare da subito a sfornare 50-70 film l’anno, che in
poco tempo diventarono 250.
Oggi il cinema italiano del secondo dopoguerra è identificato con il
neorealismo. Ma quello era un cinema di élite: tutti si inchinavano, la stampa
ne celebrava gli autori, la critica ne incensava i registi. Ma il pubblico mica
li andava a vedere i film neorealisti! Andava a vedere i film di Totò o Come
persi la guerra. Per questo non facevo il «neorealismo», ma questa sorta
di… «neofarsismo». Facevamo un cinema molto autentico che trattava temi
importanti – il problema della casa, del lavoro, della sopravvivenza quotidiana
– ma in chiave niente affatto drammatica, con attori come Totò o Aldo Fabrizi
che venivano dal teatro leggero ed erano popolarissimi.
In fondo è da lì che nacque la commedia all’italiana, da quel gruppo di autori
e registi – Comencini, Risi, Steno, Age, Scarpelli, Benvenuti, De Bernardi,
Fulci eccetera – che scelse di raccontare con ironia, e talvolta addirittura
con i toni della farsa, la società italiana di allora e i gravissimi problemi
che la attraversavano. Per altro devo dire che il cinema italiano del
dopoguerra fu una grande opera collettiva.
Ci frequentavamo tutti – attori, registi, sceneggiatori – andavamo negli stessi
locali, negli stessi bar, negli stessi ristoranti. A parte Visconti – che era
pieno di quattrini e non aveva bisogno di niente – eravamo tutta gente giovane
e senza una lira. Nessuno di noi aveva una casa personale: dormivamo tutti in
camere ammobiliate e quando c’era da lavorare, da scrivere, ci trovavamo sempre
in quei due o tre soliti bar di Roma, che erano un po’ il nostro ufficio. Uno
era il Caffè Greco di via Condotti, un altro il Notegen di via del Babuino, un
altro ancora si trovava dove oggi c’è il McDonald’s a piazza Mignanelli,
accanto a piazza di Spagna.
Fra i ristoranti ricordo il Cesaretto a via della Croce, Otello e Il Re degli
Amici. Dai Fratelli Mende, invece, sulla via Flaminia si ritrovavano i pittori
– ricordo fra gli altri Trombadori, Consagra – che spesso si menavano. Erano
tremendi, se non erano d’accordo fra loro scattavano delle risse terribili.
Noi del cinema invece eravamo più tranquilli, andavamo molto d’accordo, non
c’era rivalità. Anche perché a un certo punto, come ho detto, si facevano tra i
200 e i 250 film l’anno, quindi lavoro ce n’era in abbondanza per tutti. Ci
passavamo le commesse fra noi, ci scambiavamo i favori, indirizzavamo chi aveva
meno lavoro verso i progetti nuovi che nascevano. Insomma, c’era un clima di
grande unità e collaborazione.
Fu così che nacque anche La grande guerra. Durante il fascismo ci
avevano fatto il lavaggio del cervello con la prima guerra mondiale: ci veniva
raccontata come la quarta, l’ultima guerra d’indipendenza. Ci veniva detto che
il popolo italiano si era destato da ogni paesino della Sicilia, da ogni
entroterra sperduto della Sardegna e si era riversato sulle Alpi per respingere
lo straniero e liberare Trieste. Una falsità tremenda! Negli anni ’15-’18
l’Italia era un paese del «quarto mondo», il 70 per cento dei suoi abitanti era
analfabeta. I soldati mandati a combattere al fronte venivano buttati nel
fango, in trincee scavate nelle montagne gelate, malnutriti, male armati e mal
comandati… nemmeno sapevano perché si trovavano lì. Il nostro film voleva
sfatare tutta questa falsa retorica che era stata costruita intorno alla prima
guerra mondiale dal fascismo. Approfittando della fine della censura – la
censura era molto rigida per quanto concerneva gli aspetti del «buoncostume»,
ma si era assai attenuata per quanto riguardava il punto di vista storico o
politico con il quale veniva girato un film – scrivemmo una sceneggiatura con
l’obiettivo di restituire la memoria della guerra alla sua cruda e amara
realtà.
Un libro che utilizzammo molto per la sceneggiatura fu Un anno
sull’altipiano di Emilio Lussu. Un racconto straordinario, dal quale
prendemmo molte situazioni, battute, personaggi. Andai anche a trovarlo, Lussu,
per chiedergli l’autorizzazione a utilizzare il libro e corrispondergli in caso
i diritti. Ricordo che la moglie, Joyce – una donna antipaticissima – mi trattò
molto male. Lussu era ben disposto e in fondo penso fosse divertito del fatto
che il suo libro venisse messo in scena in un film come il nostro, ma la moglie
praticamente non mi fece parlare. Potevamo fare quello che ci pareva con il
libro – disse – e non dovevamo pagare un soldo, ma loro non ne volevano sapere
nulla. E dopo poco mi buttò fuori di casa. Fu davvero scortese. Più in
generale, al mondo della cultura non piacque affatto l’operazione che facemmo
con La grande guerra poiché era un mondo ancora molto legato a certi
stereotipi della storia nazionale. Carlo Emilio Gadda, ad esempio, si offese
molto e scrisse cose durissime contro il film. Durante il regime la grande
guerra era intoccabile e ora ci facevano un film quelli della commediola,
quelli di Guardie e ladri e di Totò cerca casa… Gadda scrisse
che nessuno in Francia si sarebbe mai sognato di fare una cosa del genere.
I personaggi che poco tempo prima venivano descritti come eroi nazionali, ora
venivano trasformati in uomini comuni senza alcuna aura sacra, e in più
interpretati da attori come Sordi, come Gassman, che fino a ieri avevano
recitato solo in commediole goderecce, divertenti e molto popolari: questi
erano i discorsi che comparvero sui giornali dell’epoca. Un altro assai critico
fu Norberto Bobbio. In ogni caso noi ci difendemmo con molta fermezza da queste
accuse e il film fu un successo strepitoso.
Un’altra pellicola che diede molto fastidio fu – l’ho citata sopra – Guardie
e ladri. Era la storia di un poliziotto che faceva amicizia con un ladro.
Erano entrambi due miserabili, con molti problemi in comune: da qui l’intesa
che li legava. E così il ladro, per non far perdere il posto al poliziotto,
alla fine accettava di farsi arrestare. Naturalmente questa immagine della
«forza pubblica» che davamo nel film fu molto criticata, ma la pellicola fu un
altro successo straordinario.
In Totò e Carolina, invece, c’era questa ragazza sbandata che veniva
riaccompagnata al paese natale da un poliziotto, ma nessuno voleva
riaccoglierla. Alla fine era lui ad aiutarla, insieme a un gruppo di comunisti
che stavano andando a fare un comizio da qualche parte. Era un film molto
sovversivo se teniamo conto di quale fosse la morale e il comune senso del
pudore di quegli anni. E infatti ebbe moltissimi problemi con la censura. Ma
ancora una volta il pubblico rispose in modo straordinario.
Questi film piacevano perché facevano ridere raccontando storie amare.
Inizialmente lo spettatore, guardando un certo personaggio e seguendo una certa
situazione, pensava a quanto lui era diverso da quel personaggio e a quanto
improbabile fosse la situazione nella quale si trovava. Ma dopo un po’, sotto
sotto, sentiva che un filo rosso profondo lo legava a ciò che veniva
rappresentato nel film. Pensiamo al fenomeno di Alberto Sordi. Lui si è
inventato il personaggio di un italiano vile, sopraffattore, inaffidabile,
pronto a qualsiasi bassezza, insomma di un italiano immondo con cui gli
italiani si sono divertiti follemente. Come mai? Perché pensavano che fosse una
cosa che non gli corrispondesse, ma sotto sotto ne sentivano il richiamo. All’estero
Sordi non lo possono vedere. Si chiedono: ma come fa a divertire questo essere
immondo? Cosa c’è da ridere?
Apro qui una parentesi su Alberto perché è in assoluto l’attore più strepitoso
con il quale abbia mai lavorato. Nessuno è stato come lui. Sordi non era un
uomo colto, non era un intellettuale. Aveva solo un po’ di cultura musicale che
gli veniva dal fatto che il padre suonava non so quale strumento a fiato in
quale orchestrina. Aveva anche studiato un po’ di canto, era un basso profondo.
Ma era fondamentalmente ignorante e non aveva fatto alcuna scuola. Era
approdato al cinema dopo aver fatto qualche parte a teatro, ma senza una
formazione specifica. Un po’ come Tognazzi.
C’era invece un’altra schiera di attori, come Gassman, che veniva dall’Accademia.
Gassman e Sordi, pur così diversi, stavano insieme benissimo. Non ebbi mai
problemi a lavorare con loro. Le persone di qualità – non solo gli attori, lo
stesso vale per i giornalisti o qualsiasi altra categoria professionale – non
danno mai problemi. Non ebbero mai nessuna difficoltà ad armonizzarsi e seguire
le indicazioni del regista. Io ho lavorato anche con attori di lingue diverse,
che recitavano parlando uno francese, l’altro tedesco, l’altro ancora italiano.
Ma quando l’attore è di qualità il lavoro sul set è sempre facile, non c’è mai
imbarazzo. Sono i mediocri che creano problemi. E per giunta problemi
insolubili.
Se tu vai da un attore di qualità e gli dici: «Per piacere Vittorio, dagli una
punta di malinconia in più a questa scena», quello va a rifarla e la fa
perfetta, proprio come richiesto. La stessa cosa non succede col mediocre
perché non sa fare diversamente, poveraccio.
Fra tutti gli attori bravi con i quali ho avuto la fortuna di lavorare,
comunque, il numero uno era Sordi. Una volta lo accompagnai a Torino da Gustavo
Rol, il mago sensitivo amico di Fellini, per il quale Alberto si era
incuriosito. Fellini era fissato con queste cose dell’occulto: non mi sono mai
spiegato come mai, dato che era un romagnolo con i piedi ben piantati a terra.
Io invece sono sempre stato assai scettico e così quando Sordi mi chiese di
accompagnarlo, dal momento che non voleva andare da solo, ho accettato senza
problemi.
Rol ci accolse sommergendoci di racconti mirabolanti sulle sue
performance, su come era stato in grado di apparire contemporaneamente in
diversi luoghi. Citava date e nomi ai quali avremmo dovuto chiedere conferma di
quanto diceva. Faceva grandi e fumosi discorsi sul nostro futuro, ma senza di
fatto prevedere nulla di specifico. Ci mostrava i suoi quadri dipinti in stato
di trance. Alla fine, dopo ore spese a cercare di impressionarci senza però
sortire alcun effetto (avevamo capito ben presto che razza di ciarlatano
avevamo di fronte), ci ritrovammo tutti e tre, a notte fonda, a giocare a
carte. A pensarci, una scena da film di Monicelli.
Tornando alla commedia all’italiana, un po’ tutta quella stagione è stata
costruita intorno al gioco di specchi fra pubblico e rappresentazione.
Mostravamo un’Italia pusillanime e immorale, ma sulla quale era possibile
ridere anche perché era ancora un’Italia povera e tante bassezze erano legate a
situazioni di estremo bisogno. Per questo contro i personaggi della commedia
non scattava un meccanismo di mera condanna, ma anche di empatia e identificazione.
In fondo ho sempre raccontato le storie di gruppi di disperati – oggi diremmo
di «sfigati» – desiderosi di cambiare la loro vita con un’impresa che si
rivelerà alla fine più grande di loro e che li condannerà al fallimento. Le mie
storie sono sempre state la narrazione delle vicissitudini – al tempo stesso
ridicole, divertenti e patetiche – intorno a questa impresa.
I compagni, L’armata Brancaleone, I soliti ignoti… in
un certo senso anche Speriamo che sia femmina: sono tutti film che
hanno sullo sfondo questo aspetto del fallimento, il fallimento che nasce dalla
scelta di una strada sbagliata. Gli italiani si sono fatti dire dal cinema cose
che non hanno concesso di farsi dire dal teatro e dal romanzo. Si sono fatti
raccontare una realtà spesso molto dura, amara. E questo perché il cinema,
essendo un mezzo molto popolare e moderno, arrivava dappertutto senza
cerimoniali, senza mediazioni.
Venivamo da una guerra perduta in modo inglorioso, da una dittatura farsesca
conclusasi con questo personaggio, Mussolini, catturato mentre cercava di
fuggire travestito da tedesco e con l’amante al seguito. Una cosa ridicola,
miserabile, suggellata dall’ancor più miserabile scena di piazzale Loreto.
Avendo alle spalle queste cose qui, gli italiani erano davvero pronti a tutto.
La gente non aveva una lira e per pochi soldi poteva entrare in queste sale
buie dove prendevano forma racconti straordinari, al tempo stesso tragici e
divertentissimi.
Noi rappresentavamo un paese con tratti grotteschi, assurdi, imbarazzanti,
ridicoli, ma raccontavamo un’Italia che era sotto gli occhi di tutti: tutti –
eccezion fatta ovviamente per la classe dirigente, gli esponenti del governo,
gli intellettuali – erano d’accordo nello sbeffeggiare questa Italia, nel
divertirsi prendendosi gioco di lei.
Oggi non è più così, perché coloro che si accorgono della miseria che ci
circonda sono una minoranza. E infatti oggi si tende a raccontare un’Italia
nella quale tutto va bene, sono tutti allegri e tutto si risolve sempre nel
migliore dei modi. Penso a quei film tipo i cinepanettoni pieni di
«divertimento», parolacce, gesti sconci e battute da quattro soldi. Questi sono
film agli antipodi della nostra commedia: noi cercavamo di divertire aiutando
nel contempo a decifrare in modo critico il presente. Questi film mirano a far
dimenticare tutto, a obnubilare completamente le coscienze.
Naturalmente non mancano nel cinema italiano di oggi film che tentano di
indagare con senso critico la realtà, ma i tentativi più riusciti – penso ad esempio
a Gomorra – non si collocano nel genere della commedia.
Inoltre mi pare che manchi quel fermento creativo che attraversava il mondo del
cinema negli anni d’oro della commedia all’italiana. Allora ogni film era come
un focolare dal quale nascevano tanti altri incendi, tanti altri film. Oggi,
invece, anche una grande pellicola non riesce a dare vita a un filone, a una
linea di sviluppo e implementazione delle idee e degli spunti che vi sono
contenuti.
Forse il benessere diffuso che oggi caratterizza l’Italia – nonostante la crisi
e le difficoltà, oggi nessuno finisce più in mezzo alla strada, oggi nessuno ha
più veramente fame, a nessuno manca più il cibo come succedeva dopo la guerra –
ha spazzato via lo spirito di rivolta che c’era allora e quindi il furore
creativo che sempre accompagna lo spirito di rivolta. Insomma, negli anni ’48,
’49, ’50, i cortei erano cose serie. Erano cose drammatiche in cui si rischiava
la vita negli scontri con la celere. Oggi le manifestazioni sono grandi adunate
musicali: ci si ritrova in piazza, si fanno un po’ di discorsi, poi comincia la
musica e tutto si conclude lì.
Allora non c’erano le orchestrine: c’era gente che scendeva in piazza
arrabbiata perché reclamava la terra e il lavoro. Quando i braccianti e gli
operai organizzavano le occupazioni delle terre o gli scioperi non si
presentavano con trombette e coriandoli, ma con bastoni e caschi, cercando di
fare più casino possibile. E poi in parlamento i partiti di sinistra cercavano
di tradurre politicamente tutta questa energia popolare per ottenere risultati
concreti, avanzamenti tangibili delle condizioni materiali delle classi che
rappresentavano.
Oggi la sinistra non c’è più e la società è sostanzialmente riconciliata con se
stessa. E non mi riferisco qui solo all’Italia. È tutto l’Occidente a essere
sazio del proprio benessere. L’unica sua preoccupazione è quella di chiudersi
come in un bunker per impedire ad altri di riuscire a entrare e mantenere così
invariati i nostri livelli di vita. Naturalmente questo atteggiamento è
illusorio se proiettato nel lungo periodo: vediamo che piano piano l’asse del
mondo si sta spostando a est e l’Occidente ha cominciato il suo declino. Ma è
un declino che durerà a lungo così come a lungo durerà il torpore da benessere
che lo caratterizza.
Per quanto in Italia le cose vadano male, tutti hanno un paracadute sul quale
contare. Il più grande, il più pervasivo, il peggiore di tutti è la famiglia.
La famiglia è ormai diventata la tana in cui ci si rifugia scappando da un
mondo di egoismi e sopraffazioni. Ma è una tana che serve ad alimentare ancora
di più questa reciproca ostilità, perché ormai tutti si fidano solo dei quattro
o cinque familiari che hanno intorno. Tutto deve essere sacrificato alla
famiglia: qualsiasi cosa, qualsiasi malefatta può essere giustificata se serve
a proteggerla o a farla prosperare. Sono diventate dei piccoli rifugi di bestie
feroci nelle quali nessuno può entrare. Da collante sociale si sono trasformate
in elemento fondamentale di divisione e reciproca ostilità.
Personalmente giudico questo passaggio talmente grave e importante che se
dovessi scegliere oggi un soggetto sul quale girare un film, sceglierei proprio
la famiglia. Comunque non ho alcuna intenzione di produrre alcunché: non ne ho
più la forza; mi manca la «fantasia», per usare un’espressione romanesca che
rende benissimo il rapporto fra energia e capacità creativa. Ma se devo
ragionare così in astratto su un tema che mi piacerebbe trattare non posso che
scegliere la famiglia. Si parla tanto in anni recenti della nascita della
«famiglia allargata»: non mi pare proprio che sia così. Al contrario: si è
chiusa, perché è aumentata la sua carica di ostilità nei confronti del mondo.
In un paese cattolico come l’Italia dire queste cose suona quasi blasfemo, ma è
la verità. La Chiesa
cattolica, purtroppo, ha sempre esercitato un ruolo nefasto per il nostro paese
e – oserei dire – per la nostra civiltà.
Prima dell’avvento del cristianesimo avevamo società politeiste in cui ognuno
si sceglieva con una certa libertà gli dei da pregare e ai quali votarsi.
Intendiamoci: nessuna nostalgia verso società fondate sullo schiavismo e sulla
sopraffazione dei più deboli. Tuttavia del mondo antico mi ha sempre
affascinato il rapporto a mio avviso più equilibrato con la religione. Senza
questa ossessione verso l’aldilà, il peccato, la dannazione eterna eccetera,
che ci è piovuta addosso con il cristianesimo. Io considero l’avvento del
monoteismo, e del cristianesimo in particolare, come una sciagura per l’umanità.
L’ebraismo era sì una religione monoteista, ma era rappresentato da una piccola
setta che non rompeva i coglioni a nessuno. È stato san Paolo, il
cristianesimo, a seccare il mondo intero.
L’ho sempre pensata in questo modo, anche se nelle nostre commedie del
dopoguerra la satira di carattere anticlericale e antireligioso non ci era
consentita. Per questo nei nostri film sono molto scarsi i riferimenti alla
religione. Oggi le cose sono cambiate e non sarebbe più un problema ironizzare
in maniera anche molto pesante sulla Chiesa, i papi, i Padre Pio e compagnia
bella. Ma, insomma… ormai non ne vale nemmeno più la pena. Sarebbe come sparare
sulla Croce Rossa!
Quello è un mondo in disfacimento.
Oggi le battaglie che vanno fatte sono altre. Più che mai quella contro il
capitale. Questo e il lavoro si sono fronteggiati in una guerra durata
settant’anni che alla fine ha visto la vittoria del capitale. Oggi il capitale
trionfante si presenta nella sua forma più feroce, libero da quei vincoli e
quelle limitazioni che ne avevano mitigato le pulsioni allo sfruttamento
all’indomani del secondo conflitto mondiale, quando su pressione delle lotte
del mondo del lavoro eravamo riusciti, bene o male, a edificare una società con
una serie di diritti e tutele riconosciute.
Con il crollo dell’Urss è venuto meno il polo che per lungo tempo aveva
rappresentato – pur con tutti i suoi limiti – un’alternativa al modello
capitalista, ma sopratutto un deterrente per il capitale a forzare troppo la
mano in Occidente. Il «pericolo» del comunismo ha rappresentato per le classi
dominanti occidentali la ragione principale per concedere alle classi
subalterne un tenore di vita tale da disinnescare eventuali tentazioni
rivoluzionarie.
La Rivoluzione
d’Ottobre ha rappresentato uno straordinario sogno di riscatto. Oggi si liquida
quell’esperienza storica con troppo semplicismo. Fu un’esperienza grande e
terribile. Furono commessi errori, furono consumate tragedie, ma dietro c’era
un’idea di umanità nuova che certo non meritava una fine così ingloriosa, per
mano di due cialtroni, due piccoli borghesi come Gorbacëv e
sua moglie Raissa, con quegli assurdi cappellini. Hanno distrutto una cosa
seria per lasciarci un cumulo di macerie.
E adesso ecco com’è il mondo sotto il pieno controllo del capitale. Ci piace
questo mondo? È un bel posto dove vivere? Ci vorrebbe un’altra rivoluzione. Ma
chi potrebbe farla? Mi dispiace, ma nei giovani di oggi non ho alcuna fiducia.
Sono degli imbelli, non amano combattere e tanto meno rischiare, sono pronti a
qualsiasi bassezza purché serva a conservare i loro miserabili privilegi.
da MicroMega
5/2010

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